[E’ un articolo un po’ datato ma vale la pena rileggerlo anche in considerazione delle tante persone che si sono spese o si sarebbero volute spendere per la ricostruzione dell’Aquila].

Candida barba bianca, fisico e viso asciutti, quasi francescani, siciliano di Castelvetrano nel trapanese, dal 1965 a Roma, a 69 anni Giuseppe Basile è uno dei più apprezzati tecnici del restauro in campo internazionale. Dopo una vita nello Stato, voleva contribuire al recupero del centro storico dell’Aquila terremotata. Aveva il curriculum e titoli guadagnati sul campo. Ma nel capoluogo abruzzese poteva diventare temibile, per qualcuno. Già a vertici dell’Istituto centrale del restauro, ora in pensione, tiene un corso alla Sapienza a Roma e non si arrende. Sa dei “Mille” de l’Unità ed è fiero di entrare nella rosa.

Lei viene dalla Sicilia.

«Vengo dal paese dove fu trovato il corpo del bandito Giuliano, dove nacque Giovanni Gentile. All’università di Palermo mi imbattei in Cesare Brandi e fu come una rivelazione: era il prof “universale”, uno storico dell’arte che si intendeva anche di musica, letteratura, cinema, fotografia. Mi insegnò a leggere l’opera d’arte non solo nei valori formali ma anche in quelli tecnici e fisici che altri non potevano trasmettere perché non avevano rapporti con la materialità dell’opera come li aveva lui. Laureato, a Roma ebbi Argan nella scuola di perfezionamento. Poi ho passato buona parte della vita sui ponteggi».

Leonardo, Giotto a Padova e Assisi sono tre tappe fondamentali del suo lavoro. Partiamo dall’Ultima cena a Milano.

«Diressi i lavori. L’intervento durò dal 1988 al ’99, in realtà era iniziato dieci anni prima. Il problema era ritrovare il “vero” Leonardo sotto numerosissime ridipinture. Lui aveva usato tempera mista a olio non per sperimentare, come si dice, ma per trovare effetti nuovi, originali, più luminosi. Una tecnica non idonea, in quell’ambiente. Poiché bisognava intervenire anche nella parete del refettorio serviva un approccio critico globale che solo l’Icr aveva, disponendo ad esempio anche di un architetto che l’Opificio di Firenze non ha. È stato un lavoro di estrema difficoltà con una nota dominante: restituire Leonardo ai cittadini. Il restauro è un dovere sociale e ho scelto un organismo pubblico perché così ha una dimensione civile».

Un’altra tappa: il restauro degli Scrovegni a Padova.

«È durato dal 1985 al 2002. In realtà sono serviti 15 anni per mettere a posto l’ambiente, creare una zona-filtro, poi 9 mesi dal luglio 2001 al marzo 2002, con il cantiere già organizzato, per le pitture di Giotto. C’è chi pensa che la durata di un restauro non sia prevedibile, invece se è ben preparato è prevedibilissima».

Per vedere gli affreschi di Giotto però i visitatori hanno appena 15 minuti di tempo: è poco.

«Vero, ma così il Comune guadagna di più. Il limite di tempo non è per esigenze conservative, anzi, noi abbiamo più volte protestato perché per l’affresco meno gente entra meglio è».

Nel settembre del ’97 si è letteralmente trovato in mezzo al terremoto di Assisi.

«Arrivai nella basilica mezz’ora dopo il secondo crollo, quello che uccise cinque persone e fece rovinare al suolo parte delle “vele”. In realtà lavoravo in quel cantiere dal 1984 perché cercavo di creare un precedente in Italia nella prevenzione: ogni intervento lede comunque l’opera d’arte, l’unico modo per evitare danni è la manutenzione ordinaria. Tornando ad Assisi: chiesi ai vigili del fuoco di portar via le macerie con delicatezza, senza sovrapporle. In questo modo abbiamo potuto recuperare 300mila frammenti delle pitture cadute da 20 metri d’altezza e ricomporle per quanto possibile. Entro il novembre del 1999 riuscimmo a concludere il restauro anche dei 10mila metri quadri d’affresco delle Storie francescane».

Il settore privato può restaurare come l’ente pubblico, lo Stato?

«No, e non solo per un fattore economico. Il restauro di norma è un’attività di equipe fatto di interdisciplinarietà, di manualità come di teoria. Solo lo Stato ha le tecniche, la cultura, la tradizione, gli esperti in più discipline, dal chimico al fisico all’architetto al geologo e così via. Per me il restauro è come la sanità, deve essere del pubblico. A un privato non conviene fare la manutenzione di un’opera. Nel ’91 ad esempio per Assisi un’azienda pur illuminata come Olivetti mi rispose che non le conveniva perché i media non ne avrebbero parlato. Così al Cenacolo di Milano: tutti ricordano che Olivetti ha sponsorizzato il restauro del dipinto, non che lo Stato ha finanziato il recupero architettonico dell’edificio e per una cifra molto più consistente, 5 miliardi di lire allora».

Ultimo capitolo, l’Aquila. Voleva dare una mano?

«Dopo i terremoti del Friuli, Irpinia e dell’Umbria volevo dare una mano, anche a spese mie. Di fatto non hanno voluto. Eppure si poteva trasferire l’esperienza umbra all’Aquila. Il guaio vero è che, escluse le chiese, i palazzi più importanti, lì non si vuole restaurare il centro storico, è una volontà politica. Si vuole che il tempo faccia la sua parte. Lasciare gli edifici puntellati significa che quando si toglierà il puntellamento la casa crollerà o sarà così mal ridotta che non si potrà rimetterla in sesto, decadrà, il terreno diventerà edificabile e si potrà agire a mano libera. Tutto va in questa direzione. Lascia molta amarezza».

di Stefano Miliani

31 marzo 2011
[tratto da L’Unità]

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