“I Cinturelli”: intervista al prof. Sabatini, ideatore del nome Dantedì e abruzzese doc

di Redazione | 28 Marzo 2021 @ 10:17 | EVENTI
Print Friendly and PDF

L’AQUILA – In occasione del “Dantedì” del 25 marzo scorso in cui si è celebrata la giornata dedicata a Dante Alighieri, il periodico “I Cinturelli” realizzato dall’omonima associazione culturale con sede a Caporciano (AQ), ospita nel suo numero 31 (in corso di stampa) un’intervista all’illustre linguista Francesco Sabatini. Emerito Presidente dell’Accademia della Crusca, originario abruzzese e colui che ha coniato il termine “Dantedì”.  

Il 25 marzo, data che gli studiosi indicano come l’inizio del “viaggio ultraterreno” della Divina Commedia, si è celebrato il Dantedì, la giornata nazionale dedicata a Dante Alighieri istituita dal Governo su proposta del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Un crocevia di date simboliche e ricorrenze visto che il 2021 segna i 160 anni della proclamazione del Regno d’Italia e il settimo centenario dalla morte del Sommo Poeta che a soli 56 anni, esiliato, si ammalò di malaria e si spense il 14 settembre del 1321 nella città di Ravenna, per intraprendere, stavolta, il viaggio verso l’immortalità…

Come Le è venuto in mente questo nome per la giornata nazionale dedicata a Dante Alighieri?

Semplice, cominciava a circolare pericolosamente il nome “Dante Day” e allora io mi sono ribellato e ho proposto di sostituire l’inglese “day” con l’italiano “dì”, sul modello dei giorni della settimana “lunedì”, “martedì”… E ci mancava pure che il giorno dedicato al padre della lingua italiana fosse in inglese!

Prof. Sabatini, dopo 700 anni, perché è ancora importante ricordare e celebrare Dante Alighieri?

Perché ci ha permesso di essere una comunità politica, dopo tanto tempo e dopo essere stati contesi da tanti Paesi europei ai quali il Papato offriva l’Italia come al miglior offerente. Dante ci ha dato non solo una lingua nazionale che ci ha unificati ma una lingua ricca di vocaboli, le cui potenzialità “politiche” aveva intuito. Lo ha fatto dopo lungo e attento studio, soprattutto nelle opere teoriche che hanno preceduto la Commedia come il Convivio e il De Vulgari Eloquentia.

La Divina Commedia unifica l’Italia anche perché ne narra la storia antica e recente, ne nomina i luoghi e i personaggi. Ci sono anche riferimenti all’Abruzzo e agli abruzzesi?

Ce ne è uno, esplicito, in un canto dell’Inferno, quando scrive della battaglia vinta dai francesi di Carlo D’Angiò (sostenuti dal Papa) contro gli svevi di Federico II sui Piani Palentini il 23 agosto 1268, mostrando di conoscere perfettamente la zona in cui quel massacro ebbe luogo: “E là da Tagliacozzo/, dove senz’armi vinse il vecchio Alardo” (Inferno, XXVIII, 17-18). Quel “là da Tagliacozzo” identifica la zona tra Scurcola Marsicana e Alba. Questo non dimostra ovviamente che Dante abbia mai messo piede in Abruzzo ma che era, come sappiamo per certo, un fine studioso delle carte geografiche dell’epoca. Dante scrive quei versi non senza amarezza, perché fu una vera mattanza e perché lui, sostenitore di Federico II, vide l’Italia riconsegnata ai francesi con il Papa che incassava la famosa ghinea …e una nuova chiesa, costruita dagli angioini nei pressi di Scurcola, neanche a dirlo, Santa Maria della Vittoria.

Quindi è certo che Dante non sia mai stato in Abruzzo?

Dante ha viaggiato in lungo e in largo nell’Italia del nord e in quella centrale, è certo che sia stato a Roma ma non ci sono prove che abbia mai visitato la nostra regione per quanto le vie del commercio tra la Toscana e l’Abruzzo fossero tra le più trafficate d’Italia. È sicuro dunque che Dante ricevesse dai mercanti moltissime informazioni sui nostri luoghi ma non che ne abbia varcato i confini. Anche perché gli abruzzesi dell’epoca erano tutti angioini e Dante proprio non li poteva vedere…

E dunque non ha alcun fondamento la credenza popolare secondo la quale Dante era a L’Aquila quando il nostro conterraneo Celestino V, al secolo Pietro da Morrone, fu incoronato Papa il 29 agosto 1294 nella Basilica di Santa Maria di Collemaggio…?

Queste sono cose che ci piace credere ma che non hanno alcun fondamento. È chiaro che Dante fosse un sostenitore di Pietro da Morrone perché si aspettava che lui, avendo fatto voto di povertà, riformasse la Chiesa, si schierasse contro la curia pontificia. Ma la storia ci racconta che non fu così: irretito e circuito da quello che poi diventerà il suo successore, Bonifacio VIII, “si dimise” e cercò di tornare al suo eremo abruzzese per poi essere imprigionato dagli angioini e trovare la morte nel carcere della Rocca di Fumone. Dante nella Divina Commedia neanche lo nomina direttamente tanto è il dispetto e l’astio che prova nei suoi confronti per aver tradito le sue aspettative. Si limita a lasciarlo identificare dai versi “colui/ che fece per viltade il gran rifiuto” (Inferno, III, 59-60) e mettendolo tra gli ignavi dell’Antinferno, coloro cioè che non fecero del male ma non seppero neanche fare del bene, condannato, per contrappasso, a inseguire nudo una bandiera che corre velocissima e gira su se stessa, punto e ferito da vespe e mosconi per l’eternità…

Qualche tempo fa apparve un articolo in cui si parlava però di un altro personaggio vicino all’Abruzzo al quale Dante aveva dedicato il VI canto del Purgatorio: Sordello da Goito…

In realtà Sordello era appunto di Goito, nel mantovano. Fu un poeta molto apprezzato da Dante e come tale lui lo celebra. A “fine carriera”, diciamo così, aveva ricevuto dei feudi abruzzesi da Carlo D’Angiò: Civitaquana, Monteodorisio, Paglieta e Palena. È possibile che Sordello li abbia visitati ma Dante non ne fa menzione alcuna. Anche perché si tratta di feudi donati appunto dagli angioini che lui detestava…Dante in realtà usa Sordello nella Divina Commedia per affidargli le parole che, ancora una volta, richiamano il triste destino dell’Italia: “Ahi serva Italia, di dolore ostello/ nave senza nocchiere in gran tempesta” (Purgatorio, VI, 78-79).

Prof. Sabatini, ci racconti invece del suo legame speciale con l’Abruzzo e la sua Pescocostanzo….

Mio padre era un medico di Pescocostanzo, mia madre era di Introdacqua vicino Sulmona. Io sono nato a Pescocostanzo e lì ho vissuto fino ai 4 anni quando a causa della guerra fummo sfollati a Sulmona, dal 1943 fino alla Liberazione. Quando tornammo, la casa era stata depredata e il tetto era distrutto. La mia famiglia cominciò subito a ricostruirla. Anche se ormai vivevamo a Roma la casa di Pescocostanzo era la custodia storica dei nostri rapporti, il nostro centro e così è tutt’ora. La curiamo e la salviamo, ancora…

Noi la ricordiamo sempre in quel giorno, nella Chiesa di Cinturelli, che dà il nome al nostro giornale, quando tenne la sua conferenza. Che impressione le fece quel luogo…

Quel giorno stabilii un legame affettivo con quella chiesa perché feci una scoperta interessante che vi affido: il portale di Santa Maria di Cinturelli è in tutto e per tutto identico al portale orientale della Collegiata di Pescocostanzo che è datata 1558. Una copia esatta! Questo vuol dire che gli stessi scultori e gli stessi scalpellini che realizzarono la chiesa del mio paese realizzarono appena un anno dopo anche la vostra, ne sono sicuro. Ed eccoci di nuovo uniti!

L’intervista è stata realizzata da Alessia Ganga, componente del comitato di redazione del periodico “i Cinturelli” ed apprezzata autrice RAI.


Print Friendly and PDF

TAGS