Giustizia minorile, la riforma fa discutere. A colloquio con il giudice Angrisano e l’avvocato Lettere

di Alessio Ludovici | 06 Novembre 2021 @ 06:00 | ATTUALITA'
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L’AQUILA – E’ difficile spiegare a un bambino che cos’è un Tribunale, capire cosa chiedere e cosa non chiedere. Per evitargli traumi ci vogliono competenze specifiche, sensibilità e professionalità diverse che esulano dalla conoscenza della legge. Figuriamoci quando si tratta di spiegargli che i propri genitori non ci sono più, o che uno dei suoi genitori è finito in carcere. Abusi, violenze fisiche e psicologiche, maltrattamenti. E’ quello che si valuta nei Tribunali per i Minorenni. In quello dell’Aquila incontriamo la Presidente, il giudice Cecilia Angrisano, e l’avvocato Carla Lettere, Presidente della Camera minorile d’Abruzzo aderente all’Uncm, gli avvocati specializzati in diritto minorile. E’ una fase delicatissima per il mondo della giustizia minorile, oggetto delle attenzioni della riforma della Giustizia, chiediamo alcune valutazioni in merito. 
Mentre attendiamo c’è il solito via vai di gente nella struttura all’Acquasanta. E’ un via vai diverso da quello, tipico, di un tribunale ordinario che brulica dei colletti bianchi degli avvocati. Qui ci sono ragazzi, ragazze, madri, padri, assistenti sociali, insegnanti, storie, progetti, percorsi su persone che vengono seguite per anni. I fascicoli vanno e vengono, sono continuamente lavorati perché andare in profondità sulla vicenda di un bambino è il cuore di questo lavoro. “Il Tribunale per i minorenni – spiega il giudice Angrisano – fa un lavoro di prevenzione sociale, di formazione culturale, di rete con tutti i servizi, che è per lo più misconosciuto”.

Misconosciuto. Per ovvie ragioni. Quelle storie, quelle vicende, quelle persone, vanno tutelate. E’ uno dei paradossi di chi lavora con i minori, che assurge alle cronache solo quando c’è qualche presunto errore. Le tantissime vicende positive, i ringraziamenti costanti che si ricevono anche per la risoluzione di casi drammatici, devono rimanere chiusi nel cassetto del giudice, del tutore, dell’avvocato, dell’assistente sociale.
Anche l’avvocato Lettere è d’accordo con la presidente:  “Bisogna lavorare bene il caso, entrarci in profondità. Le nostre udienze, a differenza di quelle di un tribunale ordinario, durano ore e sono solo una parte del lavoro”.

La preoccupazione di giudici e avvocati, ma osservazioni critiche sono state fatte anche dal Garante nazionale per l’infanzia, è che con la riforma tutto ciò sia gravemente messo a rischio.
Il Senato ha già dato il primo via libera alla riforma del processo civile, un maxi-emendamento su cui il Governo ha posto la fiducia. Il governo ha fretta, la riforma della giustizia è uno dei risultati da portare alla Commissione Europea per avere i fondi del Pnrr. Sono 2,3 miliardi di euro per ridurre i tempi della giustizia civile del 40% e quelli della giustizia penale del 25%. Ma i tempi dei processi, almeno per quanto riguarda i procedimenti della giustizia minorile, rischiano persino di allungarsi con il nuovo impianto.

La riforma prevede la nascita di un Tribunale – unico – per le persone, per i minorenni e per le famiglie, e una minore frammentazione dei procedimenti. Cose da sempre auspicate dagli stessi giudici e dagli avvocati, ma il modo di perseguirle inquieta. Il punto più contestato è il fatto che gran parte dei procedimenti che riguardano i minori passeranno alla competenza di un giudice monocratico. E’ un’inversione a U rispetto al modo di lavorare sviluppato nel corso dei decenni nel mondo della giustizia minorile e che ha fatto dell’Italia un esempio. In Abruzzo, in pratica, gli 8 tribunali ordinari dovrebbero creare 8 sezioni che si occupano in modo specializzato del minorile, tutto ciò peraltro senza ulteriori oneri per lo Stato al momento. Sulmona ha 5 magistrati, quanti ne può specializzare nel minorile?
Oggi, al contrario, il Tribunale per i Minorenni opera collegialmente e in modo multidisciplinare, con giudici togati e onorari. Questi ultimi sono professionisti che vengono da altri settori, psicologi, esperti in neuropsichiatria infantile, in psicologia dello sviluppo, che danno al giudizio un contributo fondamentale.
“Eravamo d’accordo – continua Angrisano – a fare un Tribunale che radunasse le competenze in materia di famiglia e minori e anche ad avere un rito che fosse un rito unico per i procedimenti ad esempio di separazione, ma il modo in cui viene realizzato ci lascia perplessi. La riforma attribuisce ai giudici del Tribunale ordinario questa enorme responsabilità di procedimenti che non sono quelli di cui normalmente si occupa il giudice ordinario, e dà a noi questa funzione ibrida, perché diventiamo giudici del reclamo e manteniamo una competenza specifica solo sulla adottabilità”. Ma anche queste non arrivano dal nulla, e tanto meno bussano alla porta dei Tribunali.
“Le adottabilità si aprono dopo un’osservazione della famiglia che si fa nei procedimenti di volontaria giurisdizione, i procedimenti de potestate, dove si cerca di capire la situazione e si tenta di sostenere la famiglia per vedere se migliora. Quando questo non avviene prevale il diritto del minore ad avere un’altra famiglia o una situazione che gli garantisca una vita al sicuro da maltrattamenti”.

L’Italia, checché se ne dica, è il paese con meno allontanamenti, quello che salva più famiglie perché la soluzione interna al nucleo è sempre privilegiata e ricercata. Per arrivare a questi risultati c’è un lavoro dietro che ha poco a che fare con ciò che si fa in un Tribunale ordinario. “La differenza tra ordinario e minorenni sta proprio in questo e uno stesso procedimento – una separazione ad esempio – ha un rito diverso ed una visione diversa”, spiega l’avvocato Lettere. “Il Tribunale ordinario – continua – dà delle risposte procedurali che sono dettate dai tempi del processo e dalle istanze. Il minorile anche ascolta le parti ma chiede e si chiede quali siano le esigenze e le risposte migliori nel superiore interesse del minore in quel momento. E’ una giustizia trasformativa perché deve far si che l’intervento che viene attuato sia di miglioramento della situazione del minore”. E i procedimenti possono rimanere qui per anni, attenzionati di volta in volta, in ogni momento della vita del bambino. Non si tratta di decidere solo chi ha ragione e chi no, ma di garantire a un minore una vita migliore. Come verrà fatto questo attenzionamento in futuro e chi se ne occuperà non è chiaro.
Il ruolo dei giudici onorari è decisivo. Il giudice psicologo non fa terapia, ma permette un lavoro di ascolto che è difficile fare senza una specifica competenza. Capire perché un bambino ha detto una certa cosa, o cosa dirgli, come capire e raccontargli quello che gli è successo. Il rischio per il giudice monocratico è di dover far affidamento sulle sole carte, sulle relazioni di servizi sociali sempre più deperiti di risorse e competenze, fidarsi in qualche modo, affidarsi magari a un CTU, un consulente tecnico, senza la possibilità di valutare la storia di un minore.  

La riforma, inoltre, pur riconoscendo un ruolo importante ai curatori, rischia di complicarne parecchio il lavoro. Il ddl prevede che i curatori per parlare con un minore debbano chiedere l’autorizzazione al magistrato con il rischio di diniego e, in ultima istanza, di arrivare in udienza senza conoscere nemmeno il minore e le sue esigenze.

La riforma andrà avanti probabilmente ma lo stesso Miniitro Cartabia si è impegnata a successivi interventi durante un incontro a cui hanno preso parte, con posizione unitaria, tutti i 29 Tribunali per i minorenni del paese e tutte le procure per i minori. L’impegno del Ministro è di correggere il tiro sulla collegialità nei procedimenti de potestate.

Un ripensamento lo auspicano anche gli avvocati. “La riforma – aggiunge l’avvocato Lettere – interviene anche in un momento sociale delicatissimo. C’è un fortissimo disagio giovanile e i reparti di neuropsichiatria infantile sono al limite e hanno difficoltà a prendere in carico nuovi casi”.

“Il nostro tribunale non lavora serialmente, – chiosa il giudice Angrisano – si lavora in modo specifico su ogni singolo minore, perché ogni bambino è un caso a se. La standardizzazione, la mancata comprensione nella riforma della differenza tra conflitto familiare e pregiudizio del bambino, può farci correre il rischio di tornare ad una società adultocentrica perché le ragioni dell’adulto sono molto più facilmente rappresentabili. I maltrattamenti continueranno ad emergere, anche se sono solo la punta di un iceberg di un fenomeno, ma il rischio è che diventino invisibili agli occhi della giustizia”.


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