‘Giusti tra le nazioni’, l’ambasciatore d’Israele: “Preghiamo per la pace in Ucraina”

di Marianna Gianforte | 03 Marzo 2022 @ 15:26 | ATTUALITA'
giusti tra le nazioni
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L’AQUILA – Lo sguardo dell’ambasciatore d’Israele in Italia Dror Eydar è duro e serio, concentrato su ogni singola parola con la quale commenta una cerimonia importante come quella che ha visto, oggi, idealmente accompagnare l’ingresso degli aquilani Mario De Nardis e Pancrazio De Lauretis nello Yad Vashem, a Gerusalemme, in Israele, l’ente nazionale per la memoria della Shoah che ha il compito di documentare e tramandare la storia del popolo ebraico durante la Shoah e di ricordare i “Giusti tra le nazioni”, ossia le persone che negli anni bui del secondo conflitto mondiale e dell’Olocausto aiutarono gli ebrei a salvarsi.

L’ambasciatore arriva all’auditorium del parco del castello con qualche minuto di anticipo, il tempo di una battuta ai microfoni, per testimoniare subito ai giornalisti che la storia di 80 anni fa dev’essere una lezione per scongiurare un presente di guerra:

“Se c’è una lezione pratica dell’orrore dell’Olocausto, è che il popolo ebraico deve avere un focolare nazionale, non essere ‘homeless’, senza casa, deve avere uno Stato che lo possa difendere. Adesso abbiamo centinaia di migliaia di ebrei anche in Ucraina e lo Stato di Israele è preoccupato e vuole aiutarli. Adesso, in questo momento della storia, le regole del gioco sono cambiate, speriamo e preghiamo per la pace in Europa perché credo che parliamo adesso di una guerra qui in Europa, non lontana da qua, è incredibile; allora spero che tutti i Paesi occidentali aiutino a ristabilire la pace, e spero anche di tornare all’Aquila in altre buone occasioni”.

La cerimonia di oggi è stata voluta e organizzata dal Comune dell’Aquila e dall’ambasciata d’Israele, come riconoscimento ai due patrioti che rischiarono la loro vita per salvare famiglie di ebrei dalla persecuzione nazifascista, storie di uomini dello Stato, come ha ricordato la coordinatrice per la lotta all’antisemitismo per la Presidenza del Consiglio dei ministri Milena Santerini, “che più di altri avrebbero dovuto obbedire alle leggi che lo Stato allora imponeva, che li distingue dai tanti altri cittadini entrate nel novero dei ‘giusti tra le nazioni’ e che oggi sono nel Giardino dei giusti del Vad Vashem, e che, dunque, ebbero un coraggio ancor più straordinario: Mario De Nardis, commissario della polizia, che aiutò la famiglia Fleischmann che viveva a Navelli a sottrarsi ai rastrellamenti che li avrebbero condannati alla deportazione e alla morte, e Pancrazio De Lauretis, podestà del paese, che aiutò i cittadini ebrei a fuggire”.

Il sindaco a voluto incominciare il suo intervento leggendo la lettera che la senatrice a vita Liliana Segre, deportata nel campo di concentramento durante gli anni della sua infanzia e supersite italiana dell’Olocausto, cittadina onoraria della città dell’Aquila. Biondi ha ricordato una frase toccante riportata da Anna Frank nel suo diario:

“Eppure gli uomini sono buoni”. 

E ha ricordato che “L’Aquila sta facendo la sua parte anche in questo particolare momento per l’umanità, accogliendo i profughi dall’Ucraina così come ha già fatto per le famiglie in fuga dall’Afghanistan: il valore dell’umanità per la nostra città è sempre alto”.

 

Le storie sono state raccontate dai nipoti e dai figli di quegli ebrei, tutti lasciarono l’Italia salvandosi grazie proprio ai documenti che De Lauretis, rischiando lui stesso, produsse per loro. Documenti ritrovati di recente dai famigliari dei due patrioti aquilani, descritti dal presidente della Regione Abruzzo Marco Marsilio come persone umili, “che non si reputavano eroi, che mai si vantarono delle loro azioni, perché le ritenevano azioni dettate dalla loro coscienza. E invece sono eroi e noi ci inchiniamo a loro e oggi sono anche loro ‘Giusti tra le nazioni’, nel Giardino dei giusti a Gerusalemme”. Marsilio ha poi aggiunto:

“L’Italia  ha una enorme macchia, una ferita indelebile sulla propria storia,  profondissima, una vergogna che non potremo mai cancellare con nessuna cerimonia. La vergogna delle leggi di discriminazioni razziali che dobbiamo tenere ben presente in noi stessi per comprendere nell’oggi e nel domani, per capire cosa significa avere pregiudizio e cosa può rappresentare una lunga stagione di seminagione di odio”.

“Shalom”, “pace”. Incomincia così il discorso dell’ambasciatore Dror Eydar, un discorso impregnato di passaggi storici, il ricordo della Shoa e soprattutto del lungo percorso di sofferenza patito dagli ebrei, dal popolo israeliano sino alla nascita dello Stato d’Israele. L’ambasciatore fa subito riferimento alla guerra alle porte dell’Europa:

“Ci siamo ritrovati qui per commemorare il miracolo del coraggio ed eroismo di cittadini italiani che salvarono la vita agli ebrei perseguitati, dico questo mentre non lontano da qui è in corso una guerra, ancora sul suolo europeo. Incredibile”.

Ed è sulla parola “guerra” che l’ambasciatore insiste, alzando lo sguardo verso la platea dell’auditorium, dove siedono rappresentanti delle isitituzioni, della comunita’ ebraica in italia, dell’università dell’aquila – che ruolo importante ha avuto per aiutare i famigliari a rintracciare la loro storia in terra natia – come a interrogarli, cercare una conferma.

“Assistiamo tutti a immagini che pensavamo tutti non avremmo mai più rivisto, i nostri cuori sono spezzati. Tutti, qui, condividiamo valori comuni e proviamo sentimenti simili di fronte a ciò che sta accadendo in Ucraina. Ci auguriamo e preghiamo affinchè abbia fine questa tragedia. Il popolo ebraico è un popolo che ricorda. La memoria per noi è essenziale, una parte profonda del segreto della nostra esistenza nella storia. Del resto, che cosa saremmo senza memoria?”.

Proprio perché ci siamo sempre ricordati di Gerusalemme negli ultimi duemila anni, siamo finalmente riusciti a ritornarvi nelle ultime generazioni e a far nascere lì il nostro Stato indipendente. E’ vero, eravamo qui, all’apice dell’Impero romano, di cui oggi non rimane nulla, a parte i monumenti storici. E siamo ancora qui, vivi, ed esistiamo per raccontarlo, come una sorta di filo che congiunge il passato e il presente. Sì è vero, c’eravamo a Bisanzio e nelle terre dell’Islam, c’eravamo quando fu istituita l’Inquisizione e al tempo dell’espulsione dalla Spagna. Abbiamo assistito alla formazione dell’Europa e contribuito alla prosperità della civiltà occidentale, e anche alla scienza – aggiunge lasciando gli appunti e parlando per un pezzo a braccio con sguardo sulla platea – alla politica, alla filosofia, alla cultura. Eravamo in Germania da mille anni, abbiamo assistito all’unità d’Italia e vi abbiamo contribuito. Abbiamo assistito anche all’ascesa del fascismo e alla promulgazione delle leggi razziali, sino alla collaborazione con i nazisti, in seguito alla quale migliaia e migliaia di ebrei furono deportati verso la morte. Anche nei campi di sterminio gli ebrei continuavano a sperare, ricordando profetica, quella di Ezechiele, di speranza e di rinascita del popolo. Una valle piena di ossa aride e poi ‘tornare a casa’ a Sion. Ma la nostra storia non è stata piena soltanto di persone malvagie, abbiamo sempre incontrato brave persone tra le nazioni del mondo. Persone non ebree che ci hanno difeso, hanno ricordato chi siamo, il nostro contributo all’umanità e soprattutto si sono ricordati di essere persone, esseri umani. La Shoa è stata la prova suprema: in tempo di guerra non c’è legge. Non furono solo i nazisti ad assassinarci”.

Alla cerimonia, organizzata dal Comune dell’Aquila e dall’ambasciata d’Israele, hanno partecipato, oltre al sindaco e al presidente della Regione Marsilio, la coordinatrice nazionale per la lotta all’antisemitismo, la professoressa Milena Santerini, la presidente della comunità ebraica di Roma Ruth Dureghello, il consigliere dell’Unione delle comunità ebraiche italiane Davide Jona Falco, l’assessora ai Rapporti internazionali del Comune dell’Aquila Fabrizia Aquilio, il sindaco di Navelli Paolo Federico, e la sindaca di Carapelle Calvisio Rosella Galasso (Comuni, questi ultimi, che aiutarono, con il contributo della comunità, le famiglie ebree a nascondersi dalla ferocia nazifascista e a fuggire, insieme ai due ‘Giusti tra le nazioni’). Presente anche una rappresentanza dell’Anpi dell’Aquila.

La gironata si è chiusa con il racconto dei famigliari degli ebrei perseguitati, che hanno letto pagine di diario scritte negli anni della fuga. 


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