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Giuli e Tolentino de Mendonça all’Aquila: la cultura nasce dalle relazioni

Giuli e Tolentino de Mendonça all’Aquila: la cultura nasce dalle relazioni
A Palazzo Margherita la presentazione di "Cultura è comunità". Giuli indica L’Aquila come esempio, Tolentino de Mendonça richiama il valore delle relazioni e dell’inclusione. Nel volume, ascolto, immaginazione, cura e alleanze tra istituzioni.

L’AQUILA – “La cultura nasce quando passiamo dall’io al noi”. Il cardinale José Tolentino de Mendonça parte dalle relazioni fra le persone. Il ministro della Cultura Alessandro Giuli indica un’esperienza concreta: “Una città come L’Aquila è uno degli esempi più importanti di come la cultura si faccia comunità”. A Palazzo Margherita, per la prima presentazione nazionale di “Cultura è comunità”, il confronto riguarda ciò che tiene insieme una città, la capacità delle istituzioni di collaborare e la partecipazione di chi resta ai margini.

L’incontro, promosso da Federculture, rientra nel programma dell’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026. Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede, torna in città dopo aver aperto, il 28 agosto scorso, la Porta Santa della basilica di Collemaggio per la 732ª Perdonanza Celestiniana.

Giuli: “Nessuno basta a se stesso”

“Cultura è anzitutto civiltà e la civiltà è espressa da reti di comunità che dialogano e da istituzioni che sanno dialogare fra di loro, pubbliche e private”, afferma Giuli a margine dell’appuntamento.

Per il ministro, L’Aquila mostra come questo rapporto possa alimentarsi nel tempo: è un esempio “di come, in un percorso circolare, una comunità forte, radicata nella propria identità, nel proprio orgoglio, nella propria storia, riesca a produrre cultura a un livello così competitivo dal punto di vista nazionale e internazionale”.

Alla domanda sulla necessità di riportare al centro i rapporti umani, Giuli risponde: “I rapporti umani sono la base di tutto, perché non c’è relazione che non si stabilisca tra un io e un tu, cioè tra un noi”. E aggiunge: “Nessuno basta a se stesso dal punto di vista umano, figuriamoci dal punto di vista della creazione di un’offerta culturale condivisa e partecipata”.

Tolentino de Mendonça: l’intelligenza collettiva

“La cultura è l’espressione di una comunità, la cultura nasce quando passiamo dall’io al noi”, osserva il cardinale nelle dichiarazioni raccolte in occasione della presentazione. “In un tempo di tante difficili frammentazioni, la cultura è la forza della coesione”.

Il riferimento alle trasformazioni tecnologiche apre un altro passaggio: “La cultura, nel tempo dell’intelligenza artificiale, ci parla dell’intelligenza collettiva”. È “la forza di una comunità che abita un territorio, ma lo fa in un modo intelligente, cercando sempre forme di convivenze, di coesistenza armoniosa, anche con tutto il creato, trovando forme di equilibrio che danno vita e danno corpo alla parola speranza”.

Ascoltare le persone e i luoghi

Il volume sviluppa queste riflessioni attraverso quattro temi: ascolto, immaginazione, cura e alleanza. Pubblicato da Luca Sossella editore, “Cultura è comunità” inaugura la collana “Dialoghi di Federculture” e raccoglie la lectio magistralis del cardinale: 80 pagine, al prezzo di 9 euro, con la premessa del direttore di Federculture Francesco Spano, il saluto di apertura del presidente dell’Azienda Speciale Palaexpo Marco Delogu e la postfazione del presidente di Museimpresa Antonio Calabrò.

Nella premessa, Spano spiega la scelta del titolo: “Non ‘Cultura per…’, dunque, ma ‘Cultura è…'”. La riflessione riguarda il valore della cultura in sé, come esperienza nella quale la persona cresce e costruisce relazioni. I Dialoghi nascono anche per offrire a chi lavora nei musei, nei teatri e nelle fondazioni un’occasione di confronto che lasci spazio alle domande e alle idee, oltre le necessità organizzative quotidiane.

Nella lectio, Tolentino de Mendonça comincia dall’ascolto delle persone: le attese dei giovani, le ferite sociali, la solitudine urbana. “Una cultura che non ascolta le persone rischia di diventare un apparato vuoto”, scrive.

Lo stesso criterio riguarda i territori. Il loro patrimonio comprende monumenti, abitudini, tradizioni e rapporti umani. Rigenerare un luogo richiede di conoscerne le storie e i bisogni, rispettandone le identità locali. Il cardinale mette in guardia dall’imposizione di un linguaggio uniforme dall’esterno.

L’immaginazione come responsabilità pubblica

Il secondo passaggio del libro riguarda la possibilità di pensare un futuro diverso. Per Tolentino de Mendonça, l’immaginazione è una responsabilità verso ciò che ancora non esiste. Una società può disporre di infrastrutture fisiche e mancare, invece, di visioni condivise e orientamenti.

“La cultura è uno dei pochi luoghi in cui l’immaginazione può esercitarsi liberamente, senza essere immediatamente tradotta in utilità economica o in consenso politico”, si legge nel volume. Arte, letteratura, teatro, cinema e musica consentono di esplorare possibilità, dare un linguaggio alle paure e riconoscere le esperienze degli altri.

La riflessione arriva alla vita urbana: “Una città senza immaginazione genera solo traffico; una città con immaginazione genera futuro”.

La domanda: chi resta fuori?

Nelle pagine sulla cura, il discorso si misura con l’accesso alla vita culturale. “Chi rimane escluso o ai margini della partecipazione culturale?”, domanda il cardinale. Il testo cita gli anziani isolati, i giovani delle periferie, le persone con disabilità e chi vive in solitudine o in povertà.

Il welfare culturale prende forma nella collaborazione fra musei, biblioteche, teatri, servizi alla persona, comunità educative e sanità. Gli esempi sono quelli di un museo che lavora con le comunità locali, di una biblioteca che diventa presidio sociale di quartiere, dell’arte che entra negli ospedali o nelle carceri.

Anche la tutela del patrimonio viene letta attraverso la fragilità: le biblioteche custodiscono parole che rischiano di essere dimenticate, i musei preservano tracce materiali, le arti performative danno voce a esperienze che faticano a trovare espressione.

Politiche durature, scuole e luoghi di lavoro

Il capitolo sulle alleanze porta il ragionamento sul terreno delle scelte istituzionali. “Servono politiche culturali lungimiranti e continuative, che non dipendano solo dalle contingenze del momento”, scrive Tolentino de Mendonça. Il libro richiama strategie condivise fra enti locali, Stato e soggetti privati, con investimenti di lungo periodo.

Scuole e università sono indicate come interlocutori delle politiche culturali. Nelle società plurali, il dialogo deve consentire alle differenze di esprimersi: biblioteche di quartiere, incontri interculturali e centri nelle periferie possono offrire luoghi di riconoscimento reciproco.

La postfazione di Calabrò estende il discorso al lavoro. Aprire musei, salvare archivi, portare il teatro dove manca e diffondere biblioteche nei quartieri e nelle aziende sono alcune delle azioni richiamate. Le biblioteche aziendali aperte alla narrativa, alla poesia e alla saggistica permettono alla cultura di entrare nella quotidianità dei luoghi di produzione. A questo si affianca la responsabilità di rendere gli ambienti di lavoro sicuri, accoglienti e aperti al territorio.

Il presidente di Federculture Andrea Cancellato, a margine dell’appuntamento aquilano, richiama l’esperienza della pandemia: “Abbiamo proprio visto durante il Covid cosa voleva dire essere esclusi dalla comunità”. Una comunità, osserva, “si alimenta di iniziative, di attività, di relazioni”. Da qui la scelta della sede: “Ci piace affrontare questo tema proprio qui, nella capitale italiana di cultura”.

Al confronto, moderato dalla giornalista del Tg3 Elisabetta Margonari, ha partecipato il presidente della Regione Abruzzo Marco Marsilio. “Per l’Abruzzo è un’occasione per ribadire quanto il patrimonio storico, artistico e le tradizioni possano contribuire alla crescita dei nostri territori”, ha dichiarato. Il presidente ha richiamato il rapporto fra gli abitanti e i luoghi: “Valorizzare la cultura significa custodire la memoria, trasmetterla alle nuove generazioni e favorire la partecipazione alla vita delle nostre città e dei nostri borghi”.