Giovani e giovanissimi, a L’Aquila per carpire i segreti del Manga giapponese

di Alessio Ludovici | 28 Giugno 2021, @06:06 | RACCONTANDO
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L’AQUILA – Giovani e giovanissimi, e qualcuno che fortunatamente giovane cerca di rimanere, con una netta prevalenza di ragazze, tutti con la passione per il manga giapponese. Si sono trovati ieri a L’Aquila, nella sede del Csv. Seduti, e distanziati, per ascoltare la storia del fumetto giapponese direttamente da una vera Sensei, la mangaka Midori Yamane. Nel pomeriggio invece, c’è stato un workshop di disegno. A organizzare l’evento, “和の心・夏の一日・初夏” (wa no kokoro • natsu no ichinichi • shoka) “Il cuore del Giappone – Un giorno d’estate – Inizio d’estate”, l’associazione Giappone in Abruzzo-L’Aquila. Sono le chicche che regala L’Aquila, di cui spesso si dice essere chiusa all’esterno, salvo poi scoprire che c’è tutto un mondo dentro questa città incantata, e dentro di essa tanti mondi e modi per scoprire la dimensione dell’altro e dell’altrove.

Il manga è uno degli aspetti più popolari della cultura giapponese, e uno dei brand del sol levante nella cultura occidentale. Ma la sua storia la conoscono in pochi. Siccome ci piace ascoltare siamo andati a sentirla anche noi. Ed è una storia affascinante e lunga, molto lunga. La sensei parla un italiano pressoché perfetto, “in accento midorese” scherza facendo riferimento alla tipica inflessione degli italo-giapponesi. Midori è  in Italia da 40 anni del resto, e quindi un po’ italiana ci è diventata, apprezzandone anche la storia fumettistica con il gradito ricordo, ieri, della figura di Andrea Pazienza.

Oggi Midori insegna manga giapponese. E’ una mangaka professionista anche se non da molto, da piccola voleva già essere fumettista e in gioventù ha frequentato l’accademia di belle arti in Giappone. Ma l’occasione per realizzare il suo sogno si è presentata molti anni dopo. Quasi per caso, se vogliamo. Midori, infatti, lavorava per una casa editrice giapponese e si è ritrovata un bel giorno a collaborare con autori non giapponesi. E lì è arrivata l’occasione. Il caso fa spesso la differenza, e anche nel racconto che Midori fa del manga se ne avverte in modo potente la presenza. Il manga vero e proprio, infatti, assume l’odierno carattere di massa quasi per caso. Il merito principale forse è di un 19enne, Tezuka Osamu, ancora considerato una sorta di “dio del manga” e alla sua “Nuova isola del tesoro” del 1947, ispirata proprio alla celebre opera di Louis Stevenson. “Una pubblicazione epocale” spiega Midori. “E’ il primo manga con una storia lunga e all’epoca vendette immediatamente centinaia di migliaia di copie”. La storia Tezuka è curiosa perché era un ammiratore di Walt Disney e voleva produrre cartoni ma non ne aveva chiaramente le possibilità. Decise quindi di mettere questa sua storia in un libro. Fu uno shock per i lettori perché non si era mai visto nulla di simile. Ogni vignetta infatti rappresentava una inquadratura e lo stile di disegno era marcatamente cinematografico.

Un’altra spinta alla diffusione del manga, sempre nello stesso periodo, ha una motivazione storico sociale. Dopo la guerra, con il paese ridotto alla fame e l’impossibilità di comprare libri, il manga è uno strumento ideale ed accessibile e in tutto il paese si diffondono i locali di noleggio libri dove con pochi spicci si poteva rimanere a leggere per ore. A preparare il terreno per la rapida diffusione del manga c’è però una storia plurisecolare.

A cavallo tra 800 e 900, in piena epoca Meiji, quando il Giappone si “riapre” al mondo, sono due i protagonisti della storia. Uno è Rakuten Kitozawa che è considerato  il fondatore del manga, inteso in senso moderno, perché è stato il primo artista giapponese a lavorare professionalmente sia nel campo del fumetto che in quello dell’animazione. Nel 1915 crea Nukesaku Teinou, il primo manga in cui compaiono timidamente i primi ballon. Il secondo sono gli Akabon, i libri rossi, un tipo di pubblicazione molto popolare, spesso di natura satirica contro lo “straniero”, che vengono prodotti in miriade di stamperie e piccole imprese tipografiche. 

Ma tutto, come detto e come quasi sempre in Giappone, ha origini antiche. Le prime testimonianze del tipico modo nipponico di stilizzare le immagini risalgono addirittura a dei vasi di terracotta dell’VIII° secolo portati alla luce a Osaka. Poi ci sono gli emaki, rotoli di disegni, con i quali si cominciano a raccontare, sempre in forma stilizzata, storie e fatti di cronaca. Un emaki importante è il Ban Dainagon. Si tratta della cronaca nera di un incendio, Midori ce ne mostra una riproduzione in cui effettivamente si notano già i prodromi di quello che sarà poi il manga.

Anche gli stratagemmi narrativi utilizzatissimi nel manga affondano le loro radici nella storia. E’ il caso dello spazio vuoto, il Ma, quelle pause improvvise che si usano anche nel teatro giapponese quando gli attori si fermano improvvisamente.  Servono, nel teatro che nei manga, a concentrare l’attenzione del lettore su un aspetto o un azione di un un personaggio. Altro stratagemma narrativo tipico dei manga giapponesi è l’utilizzo degli animali per rappresentare persone che esistono per davvero, anche quello arriva dalle rappresentazioni satiriche del lontano passato.

E’ soprattutto in epoca Edo, siamo all’incirca nella metà del seicento, che si affinano tutti quei meccanismi che andranno poi a far nascere il fumetto giapponese. E’ un periodo senza guerre e il Giappone ha chiuso tutti i rapporti con i paesi stranieri. Le condizioni sociali però sono buone e permettono il fiorire della cultura e delle tradizioni popolari nipponiche. E’ l’epoca in cui delinea quella identità giapponese che poi resisterà nei secoli, con le sue arti popolari ricche di fascino e tradizione.

Oggi il manga ha una diffusione globale e non è affatto in crisi. E a testimoniarlo, ieri, non c’erano solo Midori e gli amici e le amiche dell’associazione Giappone in Abruzzo, ma anche il grande riscontro di interesse in particolare tra giovanissimi. 


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