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Gianni Di Venanzo, il maestro abruzzese della fotografia che lavorò con Alain Delon

Gianni Di Venanzo, nato a Teramo il 18 dicembre del 1920 e scomparso il 3 gennaio del 1966 a soli 46 anni, è considerato tra i più grandi direttori della fotografia del cinema italiano. Lavorò con i più noti registi del dopoguerra, come Visconti, Fellini, Monicelli, Castellani e Zurlini. Collaborò con Antonioni e Alain Delon in L'eclisse (1962)

Gianni Di Venanzo, il maestro abruzzese della fotografia che lavorò con Alain Delon
È morto la notte di domenica 18 agosto a 88 anni l'attore Alain Delon, icona del cinema francese, idolo delle folle dal volto da angelo e dal temperamento sensuale e ribelle. Ma se Delon è diventato una leggenda

È morto la notte di domenica 18 agosto a 88 anni l’attore Alain Delon, icona del cinema francese, idolo delle folle dal volto da angelo e dal temperamento sensuale e ribelle. Ma se Delon è diventato una leggenda, un monumento nella storia del cinema, lo deve anche ai suoi sconfinamenti su suolo italiano e persino a un abruzzese. Tra i film chiave della sua carriera, quelli che lo imposero come star assoluta tra gli anni ’60 e ’70, c’è L’eclisse (1962) diretto da Antonioni. Il cineasta ferrarese si avvalse per la quinta a e ultima volta della collaborazione di Gianni Di Venanzo, maestro della fotografia e della luce. Scomparso troppo presto, all’età di 46 anni, Gianni di Venanzo non ha fatto in tempo a lasciare testimonianze dirette della sua folgorante carriera, nonostante sia stato un vero genio del cinema e della fotografia: quasi 50 film in soli 15 anni. Sarebbe troppo lungo elencarli tutti.

“Uno scontento nato“, diceva di lui Claudia Cardinale. “Un amante del rischio“, per Francesco Rosi. Di sé, Gianni diceva: “devo il mio successo al fatto che in ogni film sono andato vicino a commettere un errore“. Rispondendo a Tullio Kezich, che gli domandava quale fosse il ruolo dell’operatore, rispose: “Mi sforzo sempre di capire le intenzioni del regista. La fotografia non esiste di per sé, deve essere in funzione del racconto. Bisogna interpretare lo stile, lo spirito di un film. Spersonalizzarsi“. Attivo nel periodo dal 1943 al 1966, il periodo d’oro del cinema italiano, Feliciano Di Venanzo, poi conosciuto come Gianni, ha collaborato con grandi cineasti come Mario Monicelli, Federico Fellini, Alberto Lattuada, Michelangelo Antonini, Francesco Rosi e tanti altri, mettendo a disposizione il suo intuito e la sua arte nell’illuminare grandi capolavori. Appassionato di cinema, appena diciottenne lascia Teramo per Roma e si iscrive al Centro Sperimentale di Cinematografia, dove si diploma nel 1940. Agli esordi era uno di quei tanti ragazzi che venivano a lavorare a Cinecittà per portare soldi a casa. Ma sin da subito viene notato per un dono del tutto particolare: la sua capacità di intuizione artistica. Era veramente unica. Gianni era un creatore, un artista che aveva un suo mondo da esprimere. Non leggeva i copioni, “mi stancano“, diceva. Lui capiva tutto dai provini. Chi l’ha conosciuto lo ricorda in silenzio e seduto in un angolo durante i casting: guardava tutto, come si comportava il regista, cosa diceva agli attori, osservava i costumi, anche i dettagli più marginali. E si rendeva immediatamente conto di come declinare la fotografia nel film che stava per venire alla luce. Benché figlio dell’artigianalità creativa dei grandi degli anni ’20-’30, Gianni assorbiva misteriosamente cultura e intuizione, facendo da apripista alla generazione successiva. Con lui la fotografia, meravigliosa e unica, la luce, che parlava più delle parole – come ne Il grido di Antonioni – diventano determinanti per trasmettere l’essenza del film.

Proprio con Antonioni, Gianni aveva stretto un fecondo sodalizio; quell’affinamento delle scelte luministiche portarono a una serie di successi uno dopo l’altro, come Le amiche (1955), Il grido (1957), La notte (1961) e, appunto, L’eclisse (1962), con Alain Delon. Di Venanzo fu il più premiato fra gli operatori italiani tra la fine degli anni ’50 e la prima metà degli anni ’60, ottenendo quattro Nastri d’argento; l’ultimo fu per il suo lavoro epocale nel campo del bianco e nero in 8 1/2 (1963), diretto da Fellini e con sceneggiatura di un altro abruzzese, Ennio Flaiano. Oggi l’operatore teramano è purtroppo ricordato solo dagli addetti ai lavori, ma le sue innovative soluzioni estetiche nel campo della fotografia, la maestria con cui creava atmosfere indimenticabili con il sapiente uso del bianco, del nero e di un’infinità di grigi, hanno influenzato – e lo fanno ancora – i film dei più grandi registi fino ad oggi. In suo onore, trent’anni dopo la sua morte, l’associazione “Teramo nostra” ha creato dal 1996 il Premio internazionale per la fotografia cinematografica “Gianni Di Venanzo” dedicato ai direttori della fotografia cinematografica, che e assegna premi chiamati “Esposimetri d’oro”ai migliori direttori della fotografia italiani, stranieri, alla carriera e alla memoria.

L’eclisse, il terzo capitolo della “Trilogia dell’incomunicabilità” dopo L’avventura (1960) e La notte (1961), è il film in cui si compie la ricerca stilistico-tecnica del maestro abruzzese, destrutturando l’artificiale illuminazione del set e dando luce ai sentimenti e ai moti dell’animo umano. Una fotografia sempre al servizio della storia e degli stati d’animo dei protagonisti. Alain Delon veste i panni di un giovane procuratore di borsa, Piero, che si lega alla giovane Vittoria, interpretata da Monica Vitti, da poco uscita da una triste relazione amorosa. Vittoria è il simbolo di quella Roma, antica e moderna, intorpidita dagli anni del boom economico. I due cominciano a frequentarsi e gli appuntamenti danno alla ragazza la possibilità di evadere dalla noia di una vita monotona. Bellissimo, elegante, più glamour che mai, Delon è, come nella sua lunga carriera di quasi 80 film, l’ammaliatore dall’incarnato abbronzato, dallo sguardo intenso e dal fare disinvolto. Quando però un uomo ubriaco ruba l’auto di Piero e muore accidentalmente, Vittoria realizza il cinismo e il materialismo del giovane, che ha riguardi solo per la carrozzeria dell’auto danneggiata. Il film non finisce in tragedia: semmai l’unica tragedia è la malinconia disarmante della solitudine. Vittoria riceve da Piero l’invito per il solito appuntamento: “Alle 8. Solito posto”. Ma nessuno dei due si presenterà. L’innamoramento è ormai consumato, non si trasforma in amore, è destinato a rimanere una pallida fotografia nel ricordo dei momenti passati. E la fotografia di Gianni di Venanzo riesce magistralmente a catturare quel vuoto, riesce a fondersi con un unico amalgama a tutto il nucleo del film. Il paesaggio spoglio, gli interni borghesi, la geografia urbana, l’inattività dei personaggi e il silenzio parlano, ancora una volta, di solitudine. Gli ultimi dieci minuti silenziosi, da cui scompaiono la Vitti e Delon, se sconcertarono il pubblico, oggi appaiono di una chiaroveggenza disarmante. Gianni, con la sua forza espressiva, riesce a comunicare il sentiment del film, quello di una borghesia romana che si crogiola nella grigia sazietà del suo benessere materiale. Con il bianco e nero poteva manipolare la luce, la piegava a proprio genio e creava l’atmosfera più consona per ciascuna scena. L’architettura dell’EUR, le cornici, gli arredamenti, le luci, le ombre, la minuziosità degli ambienti, il tono intimista, il gusto rarefatto: tutto parla di chiusura e incomunicabilità.

Negli ultimi tempi aveva male al fegato, ma non si curava, si trascurava. A chi gli consigliava di riposare, Gianni rispondeva: “il mio riposo è lavorare”. Riuscì a sperimentare il colore soltanto nel 1965 con Fellini in Giulietta degli spiriti, che gli valse il Nastro d’Argento alla memoria, ma morì l’anno dopo, ai primi di gennaio 1966, per un’epatite fulminante.