Sapete, quando noi pensiamo al Medioevo, ci immaginiamo subito due mondi nettamente separati. Da una parte ci sono i dotti, i maestri delle scuole cittadine e delle prime università che nascono proprio allora: gente che parla in latino, fa le disputationes, legge Aristotele e passa la vita a definire, classificare e insegnare. Dall’altra parte c’è la gente comune, i contadini, i mercanti, che vivono immersi in una natura bellissima ma che fa anche un terrore boia: i boschi cupi, le tempeste, i presagi degli animali, la paura continua di forze oscure e demoniache.
In questo mondo così spaccato, a un certo punto arriva un ragazzo di Assisi. Si chiama Francesco, è il figlio di un ricco mercante di stoffe, e decide di fare una cosa mai vista prima: fa saltare per aria tutti i banchi.
È intorno a questa figura straordinaria che si muove la relazione presentata da Salvatore Di Fusco dal titolo emblematico: Francesco d’Assisi contemporaneo inattuale: il rapporto tra natura, sapere e credenza nel Medioevo. Nel Giubileo Francescano 2026, dedicato agli ottocento anni dalla morte di San Francesco, l’Abruzzo è infatti tra i protagonisti del convegno itinerante “Sulle orme di Francesco”, che valorizza i luoghi segnati dal passaggio del Santo. Un percorso tra storia e spiritualità per riscoprire l’eredità francescana nei territori della Valle dell’Aterno, della Valle Subequana e della Marsica.
Un’analisi che ci pone subito una domanda provocatoria e difficilissima: ma Francesco, in fondo, possiamo considerarlo un intellettuale?
Per rispondere bisogna fare come gli storici veri. Jacques Le Goff, che del Medioevo è stato uno dei grandissimi maestri, ci ha insegnato con precisione chi fosse l’uomo di pensiero in quel secolo:
«Tra tante definizioni – dotti, sapienti, chierici, pensatori – questa (la parola intellettuale) designa una categoria dai contorni ben definiti, quello dei maestri delle scuole, che appare nell’alto medioevo, si sviluppa nelle scuole urbane del XII secolo e si afferma a partire dal XIII secolo nelle università. Questo nome designa coloro che fanno il mestiere di pensare e di trasmettere il proprio pensiero mediante l’insegnamento».
E allora voi capirete subito che Francesco con questa roba non c’entra proprio niente! Francesco non è un uomo di scuola, non si è formato nelle arti liberali e non sa maneggiare gli strumenti della teologia accademica. Anzi, quando vede i suoi frati accumulare codici e libri, si spaventa e diffida profondamente, temendo che la cultura diventi un’altra forma di possesso e di potere sui più deboli.
Il sociologo Zygmunt Bauman, riflettendo su come gli intellettuali abbiano sempre cercato di definire se stessi nel corso dei secoli, nota infatti con acutezza:
«Le definizioni dell’intellettuale sono numerose e svariate. Esse hanno però un tratto in comune […] sono tutte autodefinizioni. […] Ogni definizione che propongono costituisce un tentativo di tracciare il confine della loro propria identità. Ogni confine divide in due parti il territorio: di qua e di là, dentro e fuori, noi e loro».
Tradizionalmente, chi possiede il sapere tende a creare una casta, quello che l’antropologo Paul Radin chiamava il «prete-pensatore», per staccarsi dall’uomo comune e generare dipendenza. E Francesco che fa? Rifiuta in modo radicale questo meccanismo di dominio! Come evidenzia Di Fusco, Francesco non misura la sua statura sulle categorie istituzionali, ma diventa «un intellettuale suo malgrado». La sua forza sta nel porre «la vita come testo e il gesto come argomentazione».
Quando nel 1206-1207 si spoglia di ogni abito davanti al vescovo Guido, o quando nel 1219 affronta il viaggio verso l’Egitto per parlare direttamente con il sultano Al-Malik al-Kamil, Francesco compie gesti di una potenza comunicativa enorme. Non pretende di insegnare una verità astratta o di imporre una «superbia intellectus», ma incarna una «alternativa culturale radicale, radicata nella stultitia crucis paolina», trasformando il prete-pensatore in un uomo comune tra gli uomini comuni.
Ma c’è un secondo aspetto dove la carica eversiva di Francesco diventa travolgente: il suo rapporto con la natura e il creato.

Nel Duecento, come ci mostrano gli studi di Jean-Claude Schmitt con il suo Medioevo superstizioso e di Michele Campopiano sulla storia dell’ambiente, la natura è percepita come una realtà complessa e inquietante. Da un lato c’è il «pensiero selvaggio» della cultura popolare, fatto di «presagi, amuleti, riti stagionali, venerazione di fonti e foreste». Dall’altro lato c’è la lettura allegorica e teologica, che usa i Bestiari per spiegare che «il pellicano che si strappa il petto per nutrire i piccoli […] è figura di Cristo» o «il leone che addormenta i propri cuccioli con il fiato è figura della Resurrezione».
Francesco arriva e scompagina completamente sia la superstizione sia l’allegoria! Alberto Asor Rosa, nella sua Storia della Letteratura Italiana, ha mostrato come il suo bellissimo Cantico delle Creature non sia affatto una semplice o ingenua preghiera spontanea, ma il frutto di una «elaborazione letterariamente matura» in volgare umbro che realizza una vera e propria «democratizzazione del creato».
Nel Cantico, gli elementi della natura non sono simboli astratti che rimandano ad altro, ma sono realtà degne di lode in se stesse. Ogni creatura viene portata sullo stesso piano di dignità: non esiste più una gerarchia ontologica in cui l’uomo domina e la natura incute terrore. Francesco non combatte la superstizione popolare con i sillogismi delle scuole, ma sradica la paura sostituendola con la fraternità. Il lupo feroce non è un mostro demoniaco da esorcizzare, ma diviene «fratello lupo». La tempesta e l’acqua non sono più entità ostili da placare con riti apotropaici, ma diventano «sorella acqua che è molto utile et humile et pretiosa et casta».
Come sottolinea Di Fusco nelle sue conclusioni, la grande intuizione di Francesco sta proprio in questa straordinaria conversione dello sguardo: «Francesco non risolve il problema della superstizione: lo trasforma. Non elimina l’incanto del mondo: lo reindirizza. Non sopprime la paura: la converte in stupore».
Se ci pensiamo, è quasi paradossale. Mentre l’Europa medievale cominciava a trasformare il paesaggio, a dissodare foreste e a piegare la natura alle esigenze dell’economia, un uomo sceglieva di chiamare il sole “fratello” e l’acqua “sorella”. Non era un gesto poetico, ma una rivoluzione dello sguardo. Francesco d’Assisi proponeva un modo completamente diverso di abitare il mondo: non da padroni, ma da creature tra le creature. È per questo che la sua lezione ha attraversato i secoli, è entrata persino nella Commedia di Dante ed è diventata una delle eredità più feconde della civiltà europea. Ancora oggi ci ricorda che il creato non si comprende attraverso il possesso o lo sfruttamento, ma attraverso lo stupore, il rispetto e la fraternità.








