Fossacesia e la meraviglia di San Giovanni in Venere

di Fausto D'Addario | 07 Maggio 2023 @ 05:24 | I LUOGHI DELLO SPIRITO
San giovanni in venere fossacesia
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A Fossacesia la meraviglia è l’abbazia di San Giovanni in Venere. Fra il Sangro e l’Olivello, l’abbazia di San Giovanni si sporge su un promontorio incantevole, noto sin da tempi antichi per il tempio di Venere. Qui, dove ride l’azzurro infinito del mare abruzzese che abbraccia tutta la Costa dei Trabocchi – Venere è la dea nata dalla spuma del mare-, qui da dove si scorgono i profili delle montagne, i nostri alti custodi, la chiesa monastica si eleva al cielo, quasi per spiccare il volo e congiungersi a Dio. Qui, nella casa per la preghiera costruita in arenaria e mattoni, i monaci si dedicavano alla conquista del regno dei cieli.

Venere conciliatrice: questo il titolo dell’antico e grande tempio ottagonale, che qui sorgeva. La Venere italica aveva un culto assai esteso, visto che Roma ci teneva a vantare la propria discendenza – tramite Enea – dalla dea della bellezza. Una dea dai due volti: compiva funzioni altamente morali, come conciliatrice dei dissidi coniugali, ma allo stesso tempo, quale fascinatrice irresistibile, faceva ardere la violenza travolgente delle passioni.

Con l’arrivo dei monaci il precedente tempio pagano fu trasformato in chiesa: essi pensarono, chissà, di sostituire alla dea dei piaceri sensuali Giovanni Battista, l’austero ed eroico santo che dal deserto e alla bellezza profana la purezza celestiale di Maria, lei mistica scala – come dice Sant’Agostino – per cui discese Dio sulla terra e per cui salgono gli uomini al cielo. Dove prima salivano gli incensi e i cantici pagani, ora riecheggiava fervorosa la preghiera della vita santa dei monaci. Sarà il tipico orgoglio monastico, forgiatore di pie leggende per accrescere il lustro al proprio cenobio, ma secondo la tradizione il monastero fu fondato ad opera di Martino, seguace di San Benedetto, se non addirittura da San Benedetto. In ogni caso lo spirito del patriarca del monachesimo fu qui, per secoli, vivo ed operante.

In realtà all’inizio doveva essere una semplice cella, ossia una derivazione filiale di un altro monastero. Nell’829 infatti, San Giovanni in Venere viene ricordato come la dipendenza del più grande monastero di Farfa, nella Sabina. Il che non stupisce: dal IX secolo sul territorio abruzzese le quattro grandi abbazie di San Benedetto di Montecassino, Santa Maria di Farfa, San Vincenzo al Volturno e San Clemente a Casauria avevano sedi e proprietà terriere praticamente in ogni angolo della regione. Nonostante queste influenze, la badia di San Giovanni dovette raggiungere l’autonomia e avviarsi verso un periodo si splendore: accanto alla preghiera, la regola di San Benedetto raccomandava il lavoro. Qui fiorirono nelle sue varie espressioni le arti, le scienze e le lettere; c’era una ricca biblioteca, che fu il cuore di una scuola che ebbe una certa rinomanza. Al silenzio claustrale, così, faceva riscontro l’intensa attività dei laboratori creati dalla famiglia monastica e tutto intorno ferveva l’operosità delle terre bonificate e messe a cultura. Ricche e delicate opere all’interno e grandi lavori all’esterno.

Purtroppo per i monaci di San Giovanni non mancarono anche occupazioni violente, contese giudiziarie, amministratori rapaci e devastanti terremoti, che portarono rapidamente la comunità monastica al declino. Basti questo esempio. Il Berni, poeta dalla corte romana, dove era dedito a vita dissoluta e galante, per riparare a uno scandalo venne esiliato a diventare amministratore dell’eremitaggio adriatico di San Giovanni. Maestro e padre del burlesco stile, come lo definì l’autore del Galateo, Giovanni della Casa, il Berni si lamentò di essere stato mandato in Abruzzo “fattor d’una badia” e ci ha lasciato una pittoresca descrizione della situazione che lì trovò: “Signore, io ho trovato una badia, che par la dea della distruzione”, perché “per mezzo della chiesa è una via, dove ne van le bestie e le persone”;  e ancora “chi volesse di calici parlare / o di croci avrebbe mille torti: non c’è tovaglia, non vi è pure altare”. Un panorama desolante: “ogni stanza è cantina, camera, sala, tinello e spedale; ma sopra tutto stalla naturale”.

Dopo un periodo di decadenza il monastero venne affidato da papa Sisto V alla Congregazione degli Oratoriani di San Filippo Neri. Nel 1793 infine, divenne proprietà del regio demanio e nel 1881 fu dichiarata monumento nazionale, anche se si trovava in stato di deplorevole abbandono. La Seconda Guerra Mondiale fece il resto. Attualmente la chiesa è tornata nel pieno fervore ospitando una comunità di Padri Passionisti. Di tutto ciò che costituiva la gloria e il decoro di questo monumento, rimane la chiesa con pochi resti del vecchio monastero; ma chi sente l’irresistibile richiamo del passato, non può che tornare ad ammirare queste testimonianze, che parlano dell’eterno.

La chiesa si presenta in forma basilicale, tipico impianto benedettino. Si entra passando per la Porta della Luna, magico nome, forse retaggio del primitivo culto a Venere o un riferimento al fatto che, al solstizio d’estate, la luce attraversa il portale, proiettando i raggi del sole calante sul presbiterio e sulla cripta. Intagli e sculture meravigliose la ornano: l’architrave di granito, i pilastri e la lunetta risplendono del bianco dei marmi, spezzato dalla breccia verde e violacea degli stipiti. La lunetta del portale ospita una scena con Cristo fra la vergine Maria e San Giovanni Battista nella parte superiore, mentre in quella inferiore il busto di San Benedetto con affianco l’abate Rainaldo e San Romano, il monaco che accolse e nutrì San Benedetto nella grotta di Subiaco. A lati del portale scene bibliche su due grandi pannelli marmorei, a rappresentare quei misteri che ancora oggi ritornano nelle nostre liturgie. Scene non del tutto prive di elementi profani, come amorini, pavoni e colombe, allusioni anche ancora queste alla dea della bellezza. Ritorna il connubio di sacro e profano, di mistico e di fantastico. Sul fianco sinistro della chiesa si apre l’ampio chiostro, ricomposto agli inizi del XX secolo utilizzando parte del materiale originario; su un architrave si legge un’iscrizione in latino: omnis felicitas subiecta est invidia, che tradotta vuol dire, “ogni felicità è soggetta all’invidia”. Quei monaci avevano proprio ragione. L’esterno è concluso dalle tre absidi semicircolari, il cui ornato è ispirato a decorazioni islamico-siciliane; le sottili finestre fanno penetrare lame di luce, che mantengono la chiesa in una suggestiva penombra.

All’interno l’aula è divisa in tre navate da pilastri che sorreggono archi a tutto sesto. L’occhio, indugiando sulle pareti, scorge tracce di pitture. Ma ciò che non bisogna perdere è la cripta, che corrisponde con alla chiesa superiore e termina con tre absidi, che abbracciano piccoli altari marmorei. Il pavimento della cripta è realizzato con tasselli multicolori, ottenendo uno scintillio di marmi. Restano ancora degli affreschi murali: nell’abside centrale della cripta appare il Cristo in trono e intorno a lui il volo di una bellissima teoria di angeli; ai suoi lati San Giovanni battista e San Benedetto. Nella parete destra la Vergine sedente su un trono splendido, col bambino Gesù fra le braccia. Ai lati San Nicola di Bari in abiti episcopali e San Michele Arcangelo, con le vesti fiammeggianti di porpora e le sue molteplici ali. Questi e altri affreschi che tradiscono mani e tempi diversi.

Uscendo, la transizione dalle tenebre alla luce: è la saggezza monastica. Sembra proprio che Venere abbia lasciato una punta della sua bellezza in questo luogo magico, sospeso tra il verde delle colline e il profumo del mare.


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