Flop regolarizzazione migranti: solo 39 domande in provincia dell’Aquila

di Marco Signori | 26 Giugno 2020 @ 06:00 | ATTUALITA'
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L’AQUILA – Sono solo 39 le domande per l’emersione del lavoro nero presentate in provincia dell’Aquila, che si colloca al decimo posto in Italia nel report pubblicato dal Ministero dell’Interno.

Un autentico flop, come lo hanno definito le organizzazioni di categoria anche al livello nazionale, considerando che alcune stime parlavano di 600mila regolarizzazioni mentre ad oggi le domande sono poco più di 32mila.

Nella distribuzione delle domande per Paese di provenienza del lavoratore, ai primi posti risultano il Marocco, l’Egitto e il Bangladesh per il lavoro domestico e di assistenza alla persona, l’India, l’Albania e il Marocco per l’agricoltura e l’allevamento.

“Abbiamo volutamente rinunciato ad assistere i nostri associati perché la riteniamo una misura sbagliata”, dice Stefano Fabrizi, direttore di Confagricoltura L’Aquila.

“I motivi del flop? Non interessa alle aziende agricole, nessun datore l’ha chiesta”, spiega, “con il livello di disoccupazione che abbiamo non era questa la via maestra”.

“Per come è stata pensata”, rileva poi Fabrizi, “è una sanatoria che alimenta la criminalità perché non prevede che i datori di lavoro, o presunti tali, dimostrino di essere un’azienda agricola, dando così adito a soggetti che in maniera del tutto strumentale consentono la regolarizzazione dei lavoratori non del tutto in linea con la legalità”.

“I datori di lavoro seri non attivano questa formula perché dovrebbero autodenunciarsi, inoltre in provincia dell’Aquila c’è pochissimo lavoro nero”, aggiunge il direttore di Confagricoltura, che ricorda come “la procedura prevede che un soggetto che si qualifica come datore di lavoro, che non è detto però che lo sia, deve presentare un’istanza, contestualmente con il lavoratore dichiarare che lo ha avuto alle proprie dipendenze, pagare un importo che sana i contributi non versati e al termine di una procedura lunga e complessa il lavoratore straniero potrebbe avere il permesso di soggiorno per alcuni mesi”.

“Secondo noi”, precisa Fabrizi, “era sufficiente che, dopo aver fatto uno screening molto attento di coloro che sono entrati in Italia, e aver verificato se hanno i diritti a poter rimanere, lo Stato gli avesse dato la possibilità di lavorare senza coinvolgere le aziende”.

Delle 32mila domande a livello nazionale, il 91 per cento riguardano colf e badanti. Il numero deludente, secondo alcuni, si spiega proprio con la difficoltà della procedura, soprattutto per i braccianti che difficilmente trovano un imprenditore onesto disposto a pagare 500 euro per regolarizzarli o i documenti per dimostrare di essere in Italia dallo scorso anno.

“Non sta funzionando per come doveva essere”, afferma anche Dario Angelucci del patronato Inca Cgil, che pur avendo accolto con favore la misura, ammette che “la maggior parte delle richieste è legata all’assistenza alla persona, pensiamo che si potrebbe fare di più perché le intenzioni sono giuste”.

“Molte persone proprio perché vivono situazioni di non visibilità non riescono a dimostrare la propria presenza in Italia alla data dell’8 marzo, quindi non possono fornirne la prova. Ci voleva maggiore coraggio perché alcuni settori sono rimasti completamente fuori, il più macroscopico è quello dell’edilizia”, fa notare.


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