A L’Aquila il Ferragosto si racconta attraverso l’arte e il mistero dell’Assunzione di Maria.
Da Collemaggio al Trittico di Beffi, un viaggio tra fede, storia e capolavori medievali.
Ferragosto, prima ancora di essere una festa d’estate, è una soglia. Il 15 agosto la Chiesa celebra l’Assunzione di Maria, e nella tradizione cristiana quel giorno diventa il momento in cui la morte sembra perdere il suo ultimo significato per trasformarsi in passaggio, sonno, elevazione.
A L’Aquila questa storia antichissima, oltre che materia di fede, è diventata anche materia preziosa: pittura, oro, architettura, silenzio. È rimasta sulle pareti di Santa Maria di Collemaggio e nelle tavole del Trittico di Beffi, due testimonianze straordinarie di una città che, attraverso l’arte, sembra aver affidato ai secoli il racconto di un mistero che il Vangelo non narra direttamente.
La fine della vita terrena di Maria, infatti, appartiene soprattutto alla tradizione ecclesiale e ai racconti antichi della Dormitio Virginis, testi apocrifi origine cristiano-giudaica risalenti ai primi secoli e poi diffusisi nella grande Chiesa tra il V e il VI secolo, che cercano di rispondere a una domanda: che cosa accadde a Maria?
Il racconto vuole che gli apostoli, dispersi fino alle terre più lontane dalla predicazione, siano stati portati miracolosamente al suo capezzale. Maria si addormenta e intorno a lei torna a ricomporsi il nucleo apostolico delle origini. La sua morte è raccontata come un sonno, perché ciò che viene dopo non è la fine. Ed è proprio questo passaggio che l’arte medievale cerca di rendere visibile.
A Collemaggio questa idea sembra trovare una casa naturale. La stessa storia della basilica è avvolta, del resto, da una memoria visionaria: la tradizione racconta che Pietro da Morrone, tornando dal viaggio a Lione nel 1275, si fermò nei pressi dell’Aquila e che proprio in quel luogo la Vergine gli sarebbe apparsa in sogno, chiedendogli di costruire una chiesa in suo onore. La dedicazione della basilica alla Vergine Assunta avvenne il 15 agosto del 1288. Qualunque sia il confine tra leggenda e storia, pochi anni dopo, nel 1294, quello stesso luogo sarebbe diventato lo scenario dell’incoronazione di Pietro da Morrone a Celestino V.
Proprio nella navata destra, tra gli affreschi superstiti, c’è quello dell’Incoronazione di Maria, con una composizione su due livelli. In quello inferiore compaiono i dodici apostoli, raccolti attorno al sepolcro della Vergine. Pietro, Paolo e Giovanni sono riconoscibili: Pietro con i capelli bianchi, la barba corta e il mantello giallo; Paolo con la fronte alta, pochi capelli e la lunga barba da filosofo; Giovanni, giovane e delicato nei tratti. Ma più ancora dei singoli personaggi conta lo stupore collettivo. Gli apostoli guardano ciò che non riescono a comprendere: la tomba di Maria è vuota.
E sopra questo stupore terreno si apre il secondo livello, quello della gloria, dell’Assunzione e dell’Incoronazione. Maria entra in un’altra dimensione. È qui che il racconto aquilano acquista una forza simbolica particolare: l’Assunzione e l’Incoronazione sono due momenti di un unico processo di elevazione. Nella vicenda della Madre diventano quasi il riflesso della Risurrezione del Figlio seguita dalla sua Ascensione alla destra del Padre. Il cuore è dunque l’Assunzione corporea della Vergine, una fede presente nella tradizione cristiana fin dai primi secoli e proclamata come dogma soltanto nel 1950 da Pio XII.
I racconti antichi narrano che, dopo la deposizione del corpo nel sepolcro, una luce celeste avvolse gli apostoli e che il corpo santo venne assunto in cielo dagli angeli. L’arte trasforma questa narrazione in simbolo: il cielo viene spesso suggerito dal clipeus, il grande cerchio che indica la dimensione celeste, già utilizzato nell’arte antica per rappresentare l’apoteosi. È il cerchio che separa e nello stesso tempo unisce il mondo degli uomini e quello divino.
Ma c’è un’immagine ancora più bella nella tradizione della Dormizione: Cristo che prende tra le braccia l’anima della propria Madre, raffigurata come una piccola figura avvolta nel bianco. È una sorta di Madonna col Bambino rovesciata: non è più Maria a tenere il Figlio, ma è il Figlio adulto a stringere la Madre diventata piccola. Maria ha dato a Cristo la vita nel corpo e Cristo sembra restituirle la vita eterna.
Lo troviamo nel Trittico di Beffi custodito al MUNDA, dove la Dormitio e l’Incoronazione compongono una delle più alte espressioni della cultura figurativa medievale abruzzese. Qui il racconto appare nella sua forma più compiuta: in basso la Vergine, circondata dagli apostoli, appartiene ancora alla dimensione terrena; in alto la sua storia è già trasferita nella gloria. La morte e l’eternità non sono due mondi separati, ma due parti della stessa scena. Maria non scompare: attraversa una soglia. Gli apostoli tornano dalle terre lontane, il sepolcro viene aperto, il corpo non c’è più. Il racconto si interrompe esattamente nel punto in cui il visibile non è più sufficiente e deve lasciare spazio al mistero.
La Dormizione è il sonno, l’Assunzione è il movimento, l’Incoronazione è la gloria. Tre immagini che, a L’Aquila, sembrano raccontare una sola storia. Quella di Maria, certo, ma anche quella dell’uomo davanti al mistero di ciò che lo attende. Per questo Ferragosto, tra Collemaggio e Beffi, può assumere un significato diverso: non soltanto il culmine luminoso dell’estate, ma il giorno in cui una città d’arte torna a guardare verso l’alto. E forse non è un caso che proprio la pittura abbia scelto di raccontare l’ineffabile: perché davanti al mistero non serve spiegare tutto. Basta, talvolta, un sepolcro vuoto, una corona, un cerchio di cielo e una figura che sale.








