di Dacia Maraini, Corriere della Sera, 7 maggio 2017 – Stalking, omicidio volontario aggravato da premeditazione, futili motivi, distruzione di cadavere, incendio dell’auto della vittima. Per questi reati è stato condannato all’ergastolo Vincenzo Paduano, l’assassino dell’ex fidanzata Sara Di Pietrantonio. Per la madre della vittima è una sentenza “morale”, oltre che giusta, perché lui non si è pentito. Ma anziché una condanna dopo la morte, vorremmo che le donne minacciate potessero continuare a vivere.
Ricordo il recente caso di Elena Farina, torinese, sposata e con 4 figli, che per ben 15 volte è stata in questura a denunciare il suo ex marito che non accetta la separazione e la minaccia in continuazione di morte. Elena è titolare di un bar nel quartiere di Madonna di Campagna a Torino che gestisce col figlio maggiore. In marzo, l’amorevole marito e padre, ha picchiato la moglie e sparato sul figlio che tentava di allontanarlo. Per fortuna la pistola si è inceppata. L’uomo è stato arrestato ma dopo due giorni era libero. E nonostante la proibizione assoluta di avvicinarsi alla casa della moglie, l’ha fatto e ha ripreso a minacciarla. Per Elena Farina e il figlio si tratta di “una morte annunciata”.
Nel caso di un collaboratore di giustizia o di un politico, verrebbe loro assegnata una scorta. Nel caso di una donna disarmata che lavora, no. Se duecento uomini all’anno morissero per mano delle proprie mogli, scoppierebbe il finimondo. Si parlerebbe di massacro, di istinti diabolici, di una femminilità perversa, di guerra di genere, ecc. Essendo donne che muoiono strangolate, accoltellate, sparate, fatte a pezzi, bruciate, buttate nei cassonetti o dalla finestra dai loro mariti, si risponde con un’alzata di spalle, quasi facesse parte del destino femminile. Aspettando di cambiare la cultura (ci vorrà tempo), occorrono leggi più severe per questi uomini arcaici e possessivi e sentenze esemplari.

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