Fase2: la Cei contro Conte, si viola la libertà di culto

I Vescovi alzano la voce in disaccordo con il Governo

di don Daniele Pinton | 27 Aprile 2020 @ 08:16 | CREDERE OGGI
Print Friendly and PDF

L’AQUILA – Pochi minuti dopo il discorso con il quale il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha presentato, durante una conferenza stampa, il nuovo Dpcm sulla fase 2, che verte a indicare le linee per la ripresa delle attività produttive e commerciali in Italia, dopo le interruzioni rese necessarie dal diffondersi della pandemia per il Covid-19, la Conferenza Episcopale Italiana ha diramato un comunicato stampa, in cui ha manifestato il suo disaccordo e la chiara non condivisione di quello che è stato decretato dal Governo perché si viola la libertà di culto. Premesso che la fase 2, come riferito dal presidente Conte, sarà di ‘convivenza’ con il virus pandemico, ferme restando le indicazioni sanitarie tra cui quelle del rispetto delle distanze, dell’igienizzazione dei locali e dell’uso dei dispositivi di sicurezza (come le mascherine e guanti), oggi considerate necessarie per chi riprenderà a praticare lo sport agonistico e altre attività, è giunto il momento, in sicurezza igienico sanitaria, di ripristinare il diritto dei credenti a partecipare alla Messa, come sancito dalla Costituzione italiana che tutela la libertà di culto.

Quando il clima tra il Governo e la CEI era ancora all’insegna del confronto e della collaborazione, il vescovo Mons. Stefano Russo, segretario generale della Conferenza episcopale italiana, in una missiva ai vescovi italiani, affermava che ‘in vista della nuova fase che si aprirà dopo il 3 maggio, si è al lavoro a contatto con le istituzioni governative, per definire un percorso meno condizionato all’accesso e alle celebrazioni liturgiche per i fedeli’. Il sottosegretario della CEI, mons. Ivan Maffeis, in quell’occasione affermava che il 4 maggio l’emergenza non sarebbe finita, ma chiedeva a nome dei Vescovi italiani la possibilità di riprendere a celebrare i sacramenti in sicurezza ‘non solo “per” ma anche “con” il popolo, fatte sempre salve le disposizioni antivirus’. La CEI, di fatto ha avanzato al Governo un pacchetto di proposte che tiene conto del fatto che come Chiesa si mobilita sempre un numero elevato di persone per le celebrazioni liturgiche e che non si sarebbe dunque potuto tornare subito alla vita di prima, ma che è necessario prevedere, tra le altre cose, la possibilità di celebrare i funerali, magari solo con i familiari stretti, per essere vicino a chi soffre.

Il cardinale Gualtiero Bassetti, Presidente della CEI, il 23 aprile 2020, nella lettera che settimanalmente invia al clero della sua Arcidiocesi di Perugia, in vista della ‘fase 2’ ha fatto sentire la sua voce, affermando che ‘è arrivato il tempo di riprendere la celebrazione dell’Eucarestia domenicale e dei funerali in chiesa, oltre ai battesimi e a tutti gli altri sacramenti, naturalmente seguendo quelle misure necessarie a garantire la sicurezza in presenza di più persone nei luoghi pubblici’. Una linea, quella di Bassetti che sembrava fosse condivisa anche dal Governo italiano e in particolare modo dal ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, come da lei affermato in una intervista rilasciata lo scorso giovedì 23 aprile ad Avvenire in cui affermava che “Sono allo studio del Governo nuove misure per consentire il più ampio esercizio della libertà di culto”.

Come ricordato anche da Giuseppe Conte durante la sua comunicazione data ieri sera in TV, la Chiesa fino a oggi ha accettato con sofferenza e senso di responsabilità, le limitazioni governative assunte per far fronte all’emergenza sanitaria. Ma di fatto, pur rispettando tutte le attività che potranno riprendere dal 4 maggio, è oggi assurdo accettare le ulteriori limitazioni poste dal Governo, nel limitare le azioni pastorali della Chiesa e soprattutto il diritto di culto.

Nella nota in risposta alle parole di Conte, i vescovi italiani affermano che “non possono accettare di vedere compromesso l’esercizio della libertà di culto. Dovrebbe essere chiaro a tutti che l’impegno al servizio verso i poveri, così significativo in questa emergenza, nasce da una fede che deve potersi nutrire alle sue sorgenti, in particolare la vita sacramentale”.

Ed è proprio questo il punto basilare della questione. Lo stesso Concilio Vaticano II, infatti afferma che la liturgia e i sacramenti sono il culmine e la fonte della vita della Chiesa e tutto ciò che essa compie, compreso la sua testimonianza concreta di carità e di amore verso i poveri e i bisognosi, si alimenta con la celebrazione e la vita nei sacramenti.

Non può esistere una Chiesa senza i sacramenti, e la comunità cristiana ha diritto di poter partecipare in modo attivo alla vita sacramentale della Chiesa.

Certo in questo periodo pandemico, i sacerdoti e i vescovi, accettando con sofferenza le scelte del Governo, hanno cercato modi innovativi per permettere almeno in modo virtuale ai fedeli di partecipare all’eucaristia, ma questa situazione straordinaria necessita di essere conclusa.

Il Comitato Tecnico Scientifico, dopo il comunicato della CEI, attraverso l’ANSA ha diramato una sua nota, con la quale afferma la presenza di “criticità ineliminabili” che rendono impossibile già dal 4 maggio 2020, la partecipazione dei fedeli alle funzioni religiose che comporterebbero anche lo spostamento di un numero rilevante di persone e i contatti ravvicinati durante l’Eucarestia.

In una notizia Flash, il Presidente Conte, sempre in seguito alla dura posizione della CEI, afferma che nei prossimi giorni sarà emanato un protocollo per la celebrazione delle Messe ‘in sicurezza’, come del resto chiesto ieri sera nel comunicato della CEI, ma deve essere chiaro che non sono solo i vescovi italiani, ma anche tutti i sacerdoti e i fedeli, non più disponibili ad accettare di vedere compromesso l’esercizio della libertà di culto, peraltro fatto non con provvedimenti legislativi con la copertura parlamentare, espressione di democrazia, ma con provvedimenti amministrativi dell’esecutivo, che non devono essere ratificati dal parlamento e per i quali al più si è riservato di riferire al parlamento.

Ecco la nota della CEI, trasmessa il 26 aprile 2020 con la quale si manifesta il disaccordo dei vescovi italiani sul dpcm:

“Sono allo studio del Governo nuove misure per consentire il più ampio esercizio della libertà di culto”. Le parole del ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, nell’intervista rilasciata lo scorso giovedì 23 aprile ad Avvenire arrivavano dopo un’interlocuzione continua e disponibile tra la Segreteria Generale della CEI, il Ministero e la stessa Presidenza del Consiglio. Un’interlocuzione nella quale la Chiesa ha accettato, con sofferenza e senso di responsabilità, le limitazioni governative assunte per far fronte all’emergenza sanitaria. Un’interlocuzione nel corso della quale più volte si è sottolineato in maniera esplicita che – nel momento in cui vengano ridotte le limitazioni assunte per far fronte alla pandemia – la Chiesa esige di poter riprendere la sua azione pastorale. Ora, dopo queste settimane di negoziato che hanno visto la CEI presentare Orientamenti e Protocolli con cui affrontare una fase transitoria nel pieno rispetto di tutte le norme sanitarie, il Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri varato questa sera esclude arbitrariamente la possibilità di celebrare la Messa con il popolo. Alla Presidenza del Consiglio e al Comitato tecnico-scientifico si richiama il dovere di distinguere tra la loro responsabilità – dare indicazioni precise di carattere sanitario – e quella della Chiesa, chiamata a organizzare la vita della comunità cristiana, nel rispetto delle misure disposte, ma nella pienezza della propria autonomia. I Vescovi italiani non possono accettare di vedere compromesso l’esercizio della libertà di culto. Dovrebbe essere chiaro a tutti che l’impegno al servizio verso i poveri, così significativo in questa emergenza, nasce da una fede che deve potersi nutrire alle sue sorgenti, in particolare la vita sacramentale”.


Print Friendly and PDF

TAGS