Fase 2, Marinangeli: la Calabria fa bene, anche all’Aquila si potrebbe riaprire

di Marco Signori | 02 Maggio 2020, @06:05 | ATTUALITA'
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L’AQUILA – La Calabria che riapre prima bar e ristoranti “penso proprio che abbia senso”, perché “è un dato di fatto che ci sono pericoli diversi” da territorio a territorio. Parola di Franco Marinangeli, direttore dell’unità operativa complessa Anestesia e rianimazione del nosocomio dell’Aquila, in prima linea nel coordinamento del reparto Covid allestito a tempi di record nell’ospedale del G8 realizzato nel 2009 per il vertice internazionale.

“Specialmente se si mettono dei paletti per il trasferimento da una regione all’altra, allora automaticamente le Regioni hanno il diritto di veder riconosciuta la maggiore o minore complessità della propria situazione”, fa osservare a L’Aquila Blog, “la Basilicata, ad esempio, dove non ci sono contagiati, è un’area ‘pulita’ se vieti l’ingresso e l’uscita, e chiudere le aziende significa creare difficoltà all’intero paese perché poi se c’è un’area virtuosa in cui il pericolo è minimo, l’economia del paese non ha alcuna possibilità di ripartire lasciandola chiusa”.

“Per fortuna non siamo tutti uguali, non abbiamo gli stessi rischi” continua, spiegando che la provincia dell’Aquila, quella d’Abruzzo in cui si sono registrati meno casi e dove da ormai settimane non ci sono nuovi contagi, “qualora ci fosse un provvedimento che vieta di spostarsi da provincia a provincia” potrebbe seguire l’esempio della Calabria.

Ma avverte: “Il rischio non è azzerato, non sappiamo quanti reali contagiati abbiamo in giro anche perché siamo tra le regioni in cui il numero di tamponi effettuati è tra i più bassi”.

Insomma si può riprendere una vita normale “ma con tutte le accortezze – dice Marinangeli – credo che sia la cosa più opportuna ma anche quella che rispetta maggiormente la libertà individuale. Non metterai mai d’accordo chi dice apriamo tutto e chi dice chiudiamo tutto, quindi non si può che puntare sull’educazione della popolazione alle regole ormai note come lavarsi le mani, usare guanti e mascherine, non fare assembramenti, cose che ormai conosciamo tutti, esistono leggi ma anche autocontrollo, buon senso ed educazione, la correttezza in senso lato, sono queste le prime regole da seguire”.

Anche perché, anche all’Aquila, i rischi restano “alti come dappertutto. Una persona positiva che cena con altre dieci persone, che stia a Milano o all’Aquila crea lo stesso focolaio, non è che siccome ci sono meno casi cambia qualcosa”.

Per Marinangeli, insomma, “avrebbe più senso che la Svizzera italiana si adeguasse alla Lombardia, piuttosto che la Calabria alla Lombardia”.

“Il prezzo pagato al Covid nella fase 1 nella nostra Terapia Intensiva è stato ad oggi di 15 vite umane, mentre 24 sono stati i pazienti che ne sono usciti con il sorriso, e per 3 continuiamo a impegnarci al massimo nella speranza di vedere premiato questo impegno”, ricorda Marinangeli, “per questi pazienti hanno lavorato incessantemente per circa due mesi 70 professionisti di eccezionale valore, tra rianimatori, infermieri, operatori socio sanitari, sostenuti da una governance e da una struttura amministrativa altrettanto efficace. Una macchina molto complessa, messa in moto in poche ore, che è riuscita a superare ostacoli di ogni genere”.

“La curva dei contagi continua fortunatamente a scendere”, aggiunge il primario che tuttavia fa osservare come “noi continuiamo ad approvvigionare materiali, farmaci e attrezzature perché temiamo che questa sia una tregua fragile, molto fragile”.

“Il Paese non può fermarsi, e quindi è giusto ripartire, le aziende devono riprendere il loro lavoro”, ribadisce Marinangeli, “ma dobbiamo essere consapevoli del fatto che non si riparte perché si è certi della scomparsa del virus, ma solo perché diversamente il Paese sarebbe portato alla fame, si morirebbe di fame e non di Covid. Quindi si tratta di un rischio calcolato ed è il motivo per cui i posti letto di terapia intensiva Covid restano attivi e ci si chiede di garantirli anche per il futuro”.

“Rischio calcolato, lo sottolineo, non significa assenza di rischio – spiega il professore – significa che è prevedibile una nuova ondata. C’è un unico modo perché ciò possa essere evitato, una gestione responsabile della nostra libertà”.

“Ognuno di noi ormai sa bene cosa si può fare e non fare, cosa si deve o non si deve fare. Dalla prossima settimana la responsabilità del risultato passa da noi sanitari a noi cittadini! Non vogliamo, non dobbiamo utilizzare i posti di terapia intensiva che pure abbiamo per prudenza preparato, mentre è fondamentale lavorare tutti insieme sulla prevenzione. Vorremmo lasciarli vuoti quei posti letto”, conclude.


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