Eutanasia. A L’Aquila, laici e cattolici a confronto

Il card. Petrocchi, ricorda che la vita è un dono prezioso di cui l'uomo ne è solo custode

di don Daniele Pinton | 10 Luglio 2021 @ 19:29 | ATTUALITA'
eutanasia
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L’Aquila. Ieri pomeriggio, presso l’Agorà di palazzo dell’Emiciclo, si sono trovati a confronto rappresentanti della magistratura, dei referendari, dei politici e della Chiesa, quasi in un confronto di altri tempi, che ha visto laici e cattolici discutere sul tema dell’eutanasia.

Questo convegno-dibattito dal titolo “Fine vita, il silenzio del legislatore e il ruolo delle Regioni”, è stato organizzato dal gruppo consiliare in Regione Abruzzo del Partito democratico e dalla casa editrice Edizioni Mondo Nuovo di Pescara, che ha pubblicato il libro del Giudice del Tribunale dell’Aquila, Marco Billi, presente all’evento in cui ha presentato il suo libro “Soli nel fine vita, il caso Cappato e la necessità di una legge”, dove ha rilevato l’urgenza, da parte dello Stato di coprire il vuoto legislativo su questa tematica.

L’attuale contesto, nel quale è stato dato da poco il via alla campagna referendaria sull’Eutanasia legale, ‘sulla necessità di una norma che garantisca il diritto a porre termine all’esistenza da parte di un paziente consenziente e con un quadro clinico di patologia terminale, dolorosa e invalidante’, le posizioni all’interno del dibattito, sono state contrastanti.

Per la linea di pensiero della Chiesa, è intervenuto don Claudio Tracanna, docente di Teologia Morale presso l’Istituto teologico Abruzzese e Molisano, il quale ha evidenziato che ‘le leggi che vengono approvate in tutto il mondo, e che autorizzano a mettere fine alla vita di una persona, la Chiesa non può accettarle, la vita ci è data, siamo creature, create da un Creatore. È una posizione non solo di noi cattolici, la questione non va ridotta solo in un ambito di bioetica e di contrasto tra laici e cattolici’.

Inoltre, don Tracanna ha dato lettura a un messaggio del Cardinale Arcivescovo Giuseppe Petrocchi, assente all’iniziativa per improrogabili impegni in Vaticano, nel quale il porporato, ripercorrendo il magistero della Chiesa sul tema del fine vita, ha sottolineato come ‘la vita, dal concepimento fino alla sua conclusione naturale, costituisce un dono prezioso di cui l’uomo è custode, ma non padrone’

Tra gli interventi, quello di Mina Welbi, co-presidente dell’Associazione “Luca Coscioni”, moglie di Piergiorgio Welby, ‘che ha lottato contro il diritto al rifiuto dell’accanimento terapeutico e, gravemente ammalato, ha scelto di porre termine alla sua vita il 20 dicembre 2006 a seguito del distacco del respiratore artificiale e previa somministrazione di sedativi’.

E’ intervenuta anche la deputata del Pd Stefania Pezzopane, il rettore dell’Università dell’Aquila, Edoardo Alesse, il presidente della Corte d’Appello dell’Aquila, Fabrizia Francabandera, il consigliere regionale del Pd, Pierpaolo Pietrucci e il presidente dell’Ordine degli avvocati dell’Aquila, Maurizio Capri. A moderare il dibattito, il giornalista Rai, Nino Germano.

Nella sua lettera, il Cardinale Arcivescovo, ha tratteggiato alcune linee essenziali del pensiero della Chiesa sul tema del fine vita, facendo chiaro riferimento alla Lettera “Samaritanus bonus”, redatta dalla Congregazione per la Dottrina della fede e approvata dal Papa e ricordando come l’insegnamento della Chiesa su questo argomento è saldo, costante e convergente.

Il cardinale Petrocchi, ha ripreso la linea di papa Francesco, quando afferma che ‘la vita viene da Dio; l’uomo, avendola ricevuta, è chiamato ad accoglierla e portarla a compimento con l’aiuto della grazia. Pertanto la vita – dal concepimento fino alla sua conclusione naturale, – costituisce un dono prezioso di cui l’uomo è custode, ma non padrone. In questa visione l’eutanasia (come suicidio assistito) non può trovare mai una sua legittimazione. Così facendo si “decide al posto di Dio il momento della morte’.

Nel suo intervento l’Arcivescovo dell’Aquila, tocca vari aspetti del problema, tra i quali, la condizione drammatica in cui può trovarsi un paziente a causa di malattie prolungate, dolorose e gravemente disabilitanti. ‘Anche l’aspetto sociale ed economico va preso nella dovuta e fattiva considerazione’. Il Cardinale, inoltre, ricorda che ‘secondo la dimensione evangelica, occorre mobilitare una condivisa “carità samaritana”, capace di “prossimità” concreta e a tutto campo! Nella cura è “essenziale che il malato non si senta un peso, ma che abbia la vicinanza e l’apprezzamento dei suoi cari. In questa missione, la famiglia ha bisogno di aiuto e di mezzi adeguati’.

Rifacendosi poi, al Messaggio che Papa Francesco ha recentemente espresso in un Convegno sul “fine-vita”, lo ha citato in alcuni passaggi centrali.

Le domande che riguardano la conclusione della vita, prosegue Petrocchi, ‘hanno sempre interpellato l’umanità, ma oggi assumono forme nuove per l’evoluzione delle conoscenze e degli strumenti tecnici resi disponibili dall’ingegno umano. La medicina ha infatti sviluppato una sempre maggiore capacità terapeutica, che ha permesso di sconfiggere molte malattie, di migliorare la salute e prolungare il tempo della vita. Essa ha dunque svolto un ruolo molto positivo’.

Facendo riferimento alla proporzionalità della cura, scaturita da un intervento di papa Pio XII, rivolto ad anestesisti e rianimatori, oggi possiamo parlare di ‘rinuncia all’accanimento terapeutico’, per il quale, Petrocchi, afferma, che ‘è una scelta che assume responsabilmente il limite della condizione umana mortale, nel momento in cui prende atto di non poterlo più contrastare. Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire’, come specifica il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 2278). ‘Questa differenza di prospettiva restituisce umanità all’accompagnamento del morire, senza aprire giustificazioni alla soppressione del vivere’.

A tal proposito, rifacendosi alle parole di Papa Francesco, il card. Petrocchi afferma che ‘nella complessità determinata dall’incidenza di questi diversi fattori sulla pratica clinica, ma anche sulla cultura della medicina in generale, occorre dunque tenere in assoluta evidenza il comandamento supremo della prossimità responsabile, come chiaramente appare nella pagina evangelica del Samaritano (cfr. Lc 10, 25-37)’.

Concludendo il suo intervento, il Cardinale Arcivescovo afferma che ‘in seno alle società democratiche, argomenti delicati come questi vanno affrontati con pacatezza: in modo serio e riflessivo, e ben disposti a trovare soluzioni – anche normative – il più possibile condivise’ e come ‘anche la legislazione in campo medico e sanitario richiede questa ampia visione e uno sguardo complessivo su cosa maggiormente promuova il bene comune nelle situazioni concrete’.

Per un approfondimento ulteriore sulle brevi annotazioni sul tema del ‘fine-vita’, date dal Cardinale Arcivescovo Giuseppe Petrocchi, durante il convegno all’Emiciclo Regionale, il 9 luglio 2021, viene riportato in calce il suo intervento integrale.

Il dott. Marco Billi, per la presentazione del suo libro “Soli nel fine-vita”, mi ha invitato a tratteggiare alcune linee essenziali del pensiero della Chiesa su questo tema. Avendo impegni a Roma, legati agli incarichi che Papa Francesco mi ha affidato, pensavo di poter disporre di alcuni minuti, nell’intervallo di una riunione, per fare un breve intervento “via-web”. Un cambio di programma, invece, non mi  permette di utilizzare questa pausa. Per cui ricorro – tramite email – all’invio di un messaggio “telegrafico”, lasciando a don Claudio Tracanna il compito di esporre in modo più articolato alcuni fondamentali punti, dottrinali ed esistenziali. Si tratta di considerazioni che, ovviamente, non pretendono completezza espositiva, ma intendono aprire percorsi per una riflessione comune.

Va sottolineato che l’insegnamento della Chiesa su questo argomento è saldo, costante e convergente. Anche Papa Francesco ne ha ribadito i contenuti etici basilari: la vita viene da Dio; l’uomo, avendola ricevuta, è chiamato ad accoglierla e portarla a compimento con l’aiuto della grazia. Pertanto la vita – dal concepimento fino alla sua conclusione naturale, – costituisce un dono prezioso di cui l’uomo è custode, ma non padrone. In questa visione l’eutanasia (come suicidio assistito) non può trovare mai una sua legittimazione. Così facendo si “decide al posto di Dio il momento della morte”[1]. Si tratta di una prospettiva morale che scaturisce dalla fede, ma poggia anche su solide ragioni antropologiche. Infatti, “il valore inviolabile della vita è una verità basilare della legge morale naturale ed un fondamento essenziale dell’ordine giuridico”[2].

E’ nota la condizione drammatica in cui può trovarsi un paziente a causa di malattie prolungate, dolorose e gravemente disabilitanti. La situazione diventa ancora più sofferta nella fase terminale e dove venga emessa una diagnosi di “inguaribilità”. Ma una patologia “inguaribile” non è,  per questo, anche “incurabile”: infatti va assicurata al malato una efficace e integrata “alleanza terapeutica”,  insieme ad un generoso e perseverante accompagnamento spirituale, psicologico e relazionale. Anche l’aspetto sociale ed economico va preso nella dovuta e fattiva considerazione. Secondo la dimensione evangelica, occorre mobilitare una condivisa “carità samaritana”, capace di “prossimità” concreta e a tutto campo! Nella cura è “essenziale che il malato non si senta un peso, ma che abbia la vicinanza e l’apprezzamento dei suoi cari. In questa missione, la famiglia ha bisogno di aiuto e di mezzi adeguati”[3].

In tale contesto, mi sembra illuminante e chiaro il Messaggio che Papa Francesco ha recentemente espresso in un Convegno sul “fine-vita”. Per questo ritengo che la scelta migliore sia quello di citarlo in alcuni passaggi centrali (ndr. i corsivi nel testo sono miei).

Le domande che riguardano la conclusione della vita terrena  «hanno sempre interpellato l’umanità, ma oggi assumono forme nuove per l’evoluzione delle conoscenze e degli strumenti tecnici resi disponibili dall’ingegno umano.La medicina ha infatti sviluppato una sempre maggiore capacità terapeutica, che ha permesso di sconfiggere molte malattie, di migliorare la salute e prolungare il tempo della vita. Essa ha dunque svolto un ruolo molto positivo. […] Occorre quindi un supplemento di saggezza, perché oggi è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona. Il Papa Pio XII, in un memorabile discorso rivolto 60 anni fa ad anestesisti e rianimatori, affermò che non c’è obbligo di impiegare sempre tutti i mezzi terapeutici potenzialmente disponibili e che, in casi ben determinati, è lecito astenersene. È dunque moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde a quel criterio etico e umanistico che verrà in seguito definito “proporzionalità delle cure”. L’aspetto peculiare di tale criterio è che prende in considerazione “il risultato che ci si può aspettare, tenuto conto delle condizioni dell’ammalato e delle sue forze fisiche e morali”. Consente quindi di giungere a una decisione che si qualifica moralmente come rinuncia all’“accanimento terapeutico”. È una scelta che assume responsabilmente il limite della condizione umana mortale, nel momento in cui prende atto di non poterlo più contrastare. “Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire“, come specifica il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 2278). Questa differenza di prospettiva restituisce umanità all’accompagnamento del morire, senza aprire giustificazioni alla soppressione del vivere. Vediamo bene, infatti, che non attivare mezzi sproporzionati o sospenderne l’uso, equivale a evitare l’accanimento terapeutico, cioè compiere un’azione che ha un significato etico completamente diverso dall’eutanasia, che rimane sempre illecita, in quanto si propone di interrompere la vita, procurando la morte. […] La dimensione personale e relazionale della vita – e del morire stesso, che è pur sempre un momento estremo del vivere – deve avere, nella cura e nell’accompagnamento del malato, uno spazio adeguato alla dignità dell’essere umano. In questo percorso la persona malata riveste il ruolo principale. Lo dice con chiarezza il Catechismo della Chiesa Cattolica: «Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità» (ibid.). È anzitutto lui che ha titolo, ovviamente in dialogo con i medici, di valutare i trattamenti che gli vengono proposti e giudicare sulla loro effettiva proporzionalità nella situazione concreta, rendendone doverosa la rinuncia qualora tale proporzionalità fosse riconosciuta mancante.

[…] Nella complessità determinata dall’incidenza di questi diversi fattori sulla pratica clinica, ma anche sulla cultura della medicina in generale, occorre dunque tenere in assoluta evidenza il comandamento supremo della prossimità responsabile, come chiaramente appare nella pagina evangelica del Samaritano (cfr. Lc 10, 25-37). Si potrebbe dire che l’imperativo categorico è quello di non abbandonare mai il malato. L’angoscia della condizione che ci porta sulla soglia del limite umano supremo, e le scelte difficili che occorre assumere, ci espongono alla tentazione di sottrarci alla relazione. Ma questo è il luogo in cui ci vengono chiesti amore e vicinanza, più di ogni altra cosa, riconoscendo il limite che tutti ci accumuna e proprio lì rendendoci solidali. […] E se sappiamo che della malattia non possiamo sempre garantire la guarigione, della persona vivente possiamo e dobbiamo sempre prenderci cura: senza abbreviare noi stessi la sua vita, ma anche senza accanirci inutilmente contro la sua morte. In questa linea si muove la medicina palliativa. Essa riveste una grande importanza anche sul piano culturale, impegnandosi a combattere tutto ciò che rende il morire più angoscioso e sofferto, ossia il dolore e la solitudine.

In seno alle società democratiche, argomenti delicati come questi vanno affrontati con pacatezza: in modo serio e riflessivo, e ben disposti a trovare soluzioni – anche normative – il più possibile condivise. Da una parte, infatti, occorre tenere conto della diversità delle visioni del mondo, delle convinzioni etiche e delle appartenenze religiose, in un clima di reciproco ascolto e accoglienza. D’altra parte lo Stato non può rinunciare a tutelare tutti i soggetti coinvolti, difendendo la fondamentale uguaglianza per cui ciascuno è riconosciuto dal diritto come essere umano che vive insieme agli altri in società. […] Anche la legislazione in campo medico e sanitario richiede questa ampia visione e uno sguardo complessivo su cosa maggiormente promuova il bene comune nelle situazioni concrete»[4].

Sperando che queste “note sintetiche” contribuiscano a promuovere un dialogo costruttivo, saluto con viva cordialità.

                                                                                                                                         Giuseppe Card. Petrocchi

 

[1] Lettera “Samaritanus bonus”, redatta dalla Congregazione per la Dottrina della fede e approvata dal Papa.

[2] Ibid.

[3] Ibid.

[4] Papa Francesco, Messaggio ai Partecipanti al Meeting regionale europeo della “World Medical Association” sulle questioni del “fine-vita” . Vaticano, 07 novembre 2017.

 


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