Esodo: standing ovation per Simone Cristicchi che porta a L’Aquila una pagina di storia mai raccontata 

di Eleonora Iacobone | 04 Febbraio 2024 @ 05:30 | CULTURA
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L’AQUILA – Qualche pila di sedie, a terra un bastone e una chitarra: la musica sarà coprotagonista insieme alla parola. Cristicchi entra in scena con un lungo cappotto nero e una grande valigia in pelle. Grande, ma non abbastanza da contenere tutti gli oggetti mai ritirati al magazzino 18 del Porto Vecchio di Trieste. Una scenografia scarna ed essenziale, resa ancor più suggestiva dalle immagini di repertorio proiettate sullo sfondo. Si apre così lo spettacolo Esodo di Simone Cristicchi all’Auditorium del Parco a L’Aquila.

Sull’esodo istriano fiumano dalmata e sulla pulizia etnica avvenuta tra il 1943 e il 1947 è come se per 70 anni fosse caduta una pietra tombale che ne avesse silenziato la memoria, almeno fino al 10 febbraio 2005 quando è stata istituita la Giornata del Ricordo. Una giornata che il Comune dell’Aquila, in collaborazione con la Regione Abruzzo, ha deciso di ricordare in occasione del Premio Nazionale Paolo Borsellino.

Non esiste un monumento per ricordare i tanti italiani privati delle loro case e costretti a vagare per il paese per sfuggire alla strage delle foibe. Non esiste un monumento che si faccia simbolo di questa memoria. Esistono delle testimonianze. Tante singole testimonianze di vite spezzate. Al centro dello spettacolo, infatti, c’è la parola: piccoli racconti ricchi di particolari e di sentimenti come in una fotografia. Anzi, tante fotografie messe insieme nell’album della memoria per portare a teatro una vera e propria lezione.

È così che Simone Cristicchi mette in scena una pagina di storia da sempre ignorata, forse volutamente lasciata bianca da quei vincitori che la storia l’hanno scritta. Esodo è uno spettacolo forte e necessario, perché la memoria, la ricostruzione dei fatti, la ricerca della verità di migliaia di italiani costretti ad abbandonare le proprie case e i propri luoghi sono un fatto necessario. E Cristicchi sceglie di farlo in modo originale e delicato. C’è rabbia, ma c’è più dolore e rassegnazione davanti alle parole, ai racconti degli italiani erranti in cerca di un nuovo destino dall’altra parte dell’Adriatico.

Era il 10 febbraio del 1947 quando venne firmato il Trattato di Pace che imponeva all’Italia, uscita sconfitta dalla seconda guerra mondiale, di restituire alla Jugoslavia i territori dell’Istria con le città di Fiume e Zara e le isole di Cherso e Lussino. Molti italiani, per sfuggire alle stragi del regime comunista di Tito, e quindi considerati criminali fascisti, si misero in viaggio portando con sé tutto ciò che potevano.

Ed è proprio da quei beni che nasce lo spettacolo di Simone Cristicchi, chiusi nel magazzino numero 18 al Porto Vecchio di Trieste. Per quale motivo questi oggetti sono lì? Perché non sono stati più ritirati? Sono nomi e numeri dimenticati come la loro tragedia. È un cimitero di oggetti dove non riposa in pace nemmeno la memoria. Non sono solo armadi, specchiere, libri, letti, stoviglie, fotografie, giocattoli. Sono i correlativi oggettivi di vite spezzate, a cui non sono stati tolti solo i beni materiali e affettivi, ma anche la memoria dei fatti storici.

E allora Esodo è uno spettacolo che inevitabilmente spinge ad una riflessione storiografica. Chi scrive la storia? Lo sappiamo bene: i vincitori. E forse questa pagina di storia per troppo tempo è stata scomoda, preferibilmente da omettere. Almeno fino al 1966 quando l’allora ministro dell’istruzione Luigi Berlinguer stabilì con un decreto che la storia andava raccontata tutta, nel bene e nel male, senza confondere le vittime. Perché verità richiede soprattutto responsabilità.

La stessa responsabilità di cui si fa carico il cantautore, stavolta in veste di attore e drammaturgo che, insieme all’artista Jan Bernas, da 11 anni si fa promotore di un tema delicato, troppo a lungo taciuto. Un tema che sarà ripreso nel film La Rosa dell’Istria prodotto da Rai Fiction, Publispei e Venicefilm e in onda domani 5 febbraio in prima visione Rai1.

Ma perché parlare di esodo oggi? Forse perché la memoria è uno strumento necessario per capire il presente e per costruire una coscienza. Sono ancora tanti quelli che lasciano la propria terra oggi, strappati alle loro radici per sopravvivere a conflitti e miseria. Mettere a fuoco questo pezzo di storia è una potente arma contro la brutalità di fatti che non dovrebbero più ripetersi. 

Le storie di Ferdinando, Norma, Giovanna, del dottor Micheletti, di Marinella e di Sergio Endrigo, costretto a lasciare la sua città a 14 anni, vengono finalmente portate alla luce emozionando la platea aquilana dell’Auditorium, soprattutto quando Cristicchi intona alcune strofe di Io che amo solo te: il finale è una standing ovation piena di gratitudine. Ma, per Endrigo, le parole “io non ti lascerò, non ti perderò” in questo caso non valgono. Quando avrà modo di tornare nella sua terra, infatti, non la troverà più come l’aveva lasciata.

Il porto, metafora del viaggio ma anche di destini incerti, diviene un simulacro del ricordo, come nei versi dell’Ulisse di Umberto Saba, triestino, che ha voluto immortalare nella sua poesia un ricordo di giovinezza sulle coste dalmate: “[…] Oggi il mio regno / è quella terra di nessuno. Il porto / accende ad altri i suoi lumi; me al largo / sospinge ancora il non domato spirito, / e della vita il doloroso amore”.

Tanti Ulisse, mai tornati a casa, ma ora non più dimenticati. Andiamo via con una certezza: “l’undicesimo comandamento: Non dimenticare!” è stato rispettato, e ora “che male fa se ancora cerco il mio cuore dall’altra parte del mare”.


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