di Emanuela Medoro – Un breve commento all’assemblea svoltasi sotto il tendone di Piazza Duomo: affollato, ma non troppo, candidati schierati al completo, temperatura bassa, per cui, per evitare un malanno, alle 19.45 ho abbandonato il tendone.

Domande preparate con cura dai volenterosi organizzatori, ai candidati era richiesto un limite di tempo preciso per le risposte, che spesso sono riusciti a rispettare. All’inizio applausi per certe risposte particolarmente gradite al pubblico presente, poi proibiti per non alterare il tempo consentito. Ciò che si è sicuramente notato è la differenza fra i candidatati che per la prima volta si affacciano alla vita politica della città e quelli navigati ed esperti. Tutti, gli uni e gli altri, portatori di progetti e programmi. I primi, cioè i nuovi, chiaramente slegati dalle realtà concrete dell’esperienza politica, ma legatissimi ad esperienze di vita cittadina per cui reclamano a gran voce soluzioni immediate, quasi miracolistiche, con una forte visione critica dell’operato dei predecessori. Questi ultimi, invece, vedono il futuro quadriennio come svolgimento, anzi miglioramento, di ciò che è stato finora realizzato, prevedendo mezzi, strumenti, riassetto dell’organizzazione interna del comune, quest’ultima strettamente collegata alla sistemazione in una sede appropriata. Palazzo Margherita? Quando? Palazzi in pieno centro? Quando? Come? Mi sembra che ci sia stata da più parti la ricerca di risorse materiali ed umane per il miglioramento e la riorganizzazione dei servizi interni del comune, dall’alto in basso o viceversa, a seconda delle opinioni personali.

Insomma la scelta degli elettori aquilani dovrà essere fra un gruppo di gente portatrice di cultura ed esperienze, possibilmente dotata di lungimiranza e buon senso, ed un gruppo di persone che sperano di rinnovare totalmente, in meglio, secondo sogni, studi e progetti, la vita del comune. Ambedue i gruppi con lo scopo della ricostruzione della città e del territorio circostante, più o meno vicina nel tempo, e la maggiore quantità di benessere possibile per i cittadini, giovani ed anziani.

Su questo dilemma scrissi a qualcuno degli innovatori stufi dell’operato della vecchia classe politica una frasetta su Facebook, che riporto. Non so quanto sia fondata, certamente rispunta fuori da memorie lontane: «Non è l’uomo che fa la poltrona, ma è la poltrona che fa l’uomo». Voglio dire che nell’ esercizio delle funzioni pubbliche ci sono leggi, regole scritte e non scritte, regolamenti, competenze, tradizioni consolidate, modi di fare, usi ed abitudini provenienti dall’intreccio dei rapporti fra politici eletti dal popolo sovrano e la burocrazia stabile all’interno dell’ente, che modellano l’operare quotidiano dell’ente stesso. Realtà da tenere presente, nelle sue mille facce, e nelle innegabili difficoltà.

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