di Paolo Della Ventura – A distanza di 48 ore, si possono fare alcune considerazioni a freddo sulle elezioni regionali appena chiuse in Abruzzo. Considerazioni supportate dai freddissimi (in tutti i sensi) numeri delle urne. Per il centrosinistra è stata una disfatta politica, senza mezzi termini, una debacle resa ancor più evidente dal tracollo dei Cinquestelle. Una disfatta senza precedenti, in particolare, per i “grandi vecchi” del principale partito, lanciato verso l’estinzione. Che hanno sempre dettato la linea, che hanno ingessato la politica locale negli ultimi decenni, non permettendo ad una nuova classe dirigente di formarsi e a cui lasciare l’eredità. Anzi. Nuove leve, d’altra parte, che non hanno mai avuto il coraggio di lottare fino in fondo, per emergere da quello stallo, piegando quasi sempre la testa di fronte ai diktat di “padri” e “madri” politiche. Tutta la dirigenza, pertanto, dovrebbe prenderne finalmente atto e dimettersi, con un barlume di dignità dovuta all’elettorato di sinistra, che invece ha solo continui motivi di imbarazzo. Una sconfitta che parte da lontano.

E invece no: si parla del 30% di coalizione, “buon risultato da cui ripartire”. Uno specchio banale cui si cerca di aggrapparsi. Quel risultato è stato solo il frutto della credibilità di Legnini, come presidente, che ha cercato di aggregare attorno a sé, un accenno progettuale; e dei vari candidati che hanno partecipato. Punto. La verità, vera è un’altra. E sono i numeri, freddissimi si diceva, delle urne. Che parlano di una sinistra dismessa e dimessa da quella stessa dirigenza, che ancora va cianciando di realtà immaginarie, utili solo a giustificare la propria esistenza (o forse persistenza) politica. E allora analizziamoli questi numeri.

Il primo dato è senz’altro l’affluenza, crollata di 8 punti dalle precedenti regionali (da 61,5 a 53,1) in una regione in cui per altro le ultime due elezioni politiche era sul 75. E, considerato che la destra ha avuto un boom e che Cinquestelle sono calati di 1 punto dalle passate regionali, il calo è da iscrivere per la stragrande parte ad elettorato di sinistra che non ha votato, evidentemente, non trovando appeal nella competizione elettorale. E qui vanno addotte anche le responsabilità delle formazioni di sinistra e a sinistra del principale partito, che hanno quasi sempre deciso di correre in coalizione, senza cercare una reale alternativa, diversa e distinta. Che è un primo motivo di riflessione.

Ma passiamo ai voti. In 6 anni, dalle politiche 2013 alle regionali di domenica scorsa, il Pd in Abruzzo ha perso il 50% passando dal 22,6% del 2013 all’11,14. In termini di voti assoluti è un terzo di quello che era, perdendo 105mila voti (da 175mila a 66mila). Si dirà di guardare ad elezioni omogenee, bene: alle politiche, da 22,6% a 14,3 e 67mila voti in meno (da 175mila a 108mila). Ma è andata ancora peggio, il peggior risultato nella storia del partito, alle regionali: da 25,5 a 11,14 (meno della metà) e 104mila voti in meno (da 171mila a 67mila). Si dirà che nel frattempo ci sono state due scissioni. E per quali motivi, se non politici? E si torna al punto di partenza.

Responsabilità politiche, macigni, mai assunte sulle proprie spalle e scelte. I dati provinciali sono anche peggiori: da 39mila voti a 12mila il Pd (da 22,7% a 8,8%) e la coalizione da 47mila a 44mila in provincia, da 204mila a 184mila in regione. Il dato delle regionali in provincia è passato da 36mila voti a 12mila (un terzo), per il Pd; da 79mila a 45mila per la coalizione. Dato di coalizione che su base regionale parla di 130mila voti persi (un decimo della popolazione abruzzese, per capirci) passando da 313mila voti del 2014 a 183mila di domenica. Di cosa parla quindi chi dice che è andata bene?

Tornando alle considerazioni politiche, questi numeri sono spietati, per la dirigenza e quegli esponenti che hanno fatto il bello ed il cattivo tempo. Personalmente, ritengo anche che Legnini sia stato impallinato dagli altri “grandi vecchi” della costa, visti i crolli di affluenza nelle province e relativi capoluoghi di Pescara e Teramo. E quindi? Quindi allora dovrebbero tutti prenderne atto e dimettersi, anche forse dalle proprie cariche parlamentari, oltre che politiche.

Questa sinistra è stata dimessa (nel senso di mesta, triste) e dismessa da chi l’ha guidata e condotta verso il naufragio totale. Che ancora parla, invece, e ancora cerca scuse e motivi di soddisfazione. Per ripartire. Ma dovrebbe solo partire e farsi da parte, una volta per tutte, e fare spazio a nuove energie. Visto che non è stata neanche in grado di far crescere nuove leve, insegnando anzi che ad ogni sconfitta c’è sempre una scusa a cui aggrapparsi.

Le uniche scuse, invece, sono quelle da chiedere al proprio elettorato. Grazie di tutto, è ora però che vi facciate da parte.

 

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