Ecco la verità dei forestali, elicotteri sul posto e conoscenza dei boschi facevano la differenza

di Alessio Ludovici | 04 Agosto 2020 @ 06:20 | AMBIENTE
Print Friendly and PDF

L’AQUILA – “La bonifica non viene fatta!”. Intendete prima o dopo? “Intendiamo durante l’incendio altrimenti brucia tutto di nuovo!”. E’ solo una delle cose che facevano le squadre dei forestali durante un rogo, lavorare sulle lettiera di cenere per evitare di ricominciare tutto daccapo il giorno dopo. Lo raccontano a L’Aquilablog i forestali Alessandro Cerofolini, oggi dirigente al Ministero delle Politiche e agricole, e due suoi ex colleghi che devono mantenere l’anonimato.

Nulla da nascondere, è uno degli effetti della riforma Madia che ha spedito molti di loro, una volta in un corpo civile, in dei corpi militari, come la Polizia o i Carabinieri dove le regole sono, evidentemente, diverse. Sono all’Aquila, chi in servizio nei roghi, chi per aiutare a dipanare insieme alla Ferfa, la Federazione rinascita forestale ed ambientale, la matassa dell’antincendio boschivo. Una matassa secondo loro, e secondo tanti cittadini, alla base delle difficoltà di questi anni.

“Della stragrande maggioranza degli incendi prima, le persone, nemmeno si accorgevano, eppure c’erano”. Ce n’erano di ogni tipo e caratteristica. “Noi presidiavamo il bosco. I vigili se non c’è un incendio nel bosco non ci sono. Avete mai visto una camionetta dei vigili su un sentiero?”. Non ce l’hanno con i Vigili del Fuoco o con gli altri corpi, tutt’altro, ma ci tengono a spiegare perché il loro corpo faceva la differenza in queste situazioni e perché potrebbe tornare a farla se l’Italia tornasse sui suoi passi. “Chiediamo di riavere il nostro corpo, autonomo e civile” e ci sono già tre diversi progetti di legge depositati in Parlamento.

L’organizzazione dei forestali: l’elicottero fisso in città e squadre di esperti specialisti
 
Una delle obiezioni alla ‘smobilitazione’ dei forestali è che le funzioni che svolgeva sono semplicemente transitate in altre forze. Effettivamente è così, lo smembramento li ha fatti confluire nei Vigili del Fuoco, nei Carabinieri, nella Polizia, nelle Finanza, nei Ministeri, una “diaspora”, anche umana per persone che, in occasione di un incendio, entravano in sincronia l’un l’altro per affrontare l’antincendio boschivo come una mission. Spegnere gli incendi ha un costo altissimo in termini economici. Costo che, ovviamente, ricade sulla collettività, sommandosi a quello ambientale. “Con il pilota bastava un cenno, oggi i piloti sono per lo più di aziende private che lavorano per il business degli incendi: c’è chi viene pagato in base a quanto bosco brucia, chi in base a quanto non ne brucia. Ogni regione ha competenza in materia e fa un pò come vuole”. Qualcuno, in questi giorni, per smentire che la riforma Madia abbia indebolito l’antincendio boschivo, ha fatto insinuazioni di ogni tipo sui forestali. Sono stati anche ricordati gli incendi di Arischia degli anni ’90 dove fu un forestale ad appiccarli. Si dimentica, però, che furono gli stessi forestali a catturarlo, ma soprattutto non andarono a fuoco centinaia di ettari di bosco. “I vigili del fuoco non hanno i mezzi e la struttura che avevamo noi” per l’antincendio boschivo. In Abruzzo i forestali erano 600 e, ad esempio, all’Aquila, avevano un elicottero fisso in città. L’elicottero è chirurgico, probabilmente questi incendi non sarebbero nemmeno divampati in questo modo con un intervento immediato. La flotta della forestale non c’è più, quella transitata nei Carabinieri è stata, di fatto, smantellata e non ha più funzioni antincendio. I forestali gestivano tutta la filiera di spegnimento, dall’intervento a terra, al coordinamento dei soccorsi, i mezzi aerei, e avevano il pieno controllo anche delle operazioni di tutti gli altri attori; tutti i forestali avevano competenze di Dos, direttore operazioni di spegnimento.
 
La conoscenza del territorio: vivevamo la montagna ogni giorno, ne conoscevamo orografia e caratteristiche
 
Quella del Dos non era solo una competenza scritta su un certificato, era frutto di una cosa che non si può maturare andando in montagna solo quando c’è un incendio, si chiama esperienza. Conoscevano ogni anfratto dei nostri monti. Per intervenire celermente, anche a terra, è fondamentale, del resto puoi avere tutti i mezzi che vuoi ma se rimangono su strada, se non sai quale sentiero percorrere per raggiungere un focolaio, l’incendio avanzerà. Anche l’aiuto di Esercito, associazioni di Protezione civile, volontari è inutile senza figure di questo tipo che conoscono perfettamente il territorio in cui operano: si tratta di conoscere l’orografia della montagna, i venti, e come si muovono su certe valli e canali, le caratteristiche del sottobosco e della flora. Non basta distinguere una una conifera da una latifoglio per rallentare il rogo.
 
E’ questione di forma mentis, di conoscenza del posto, di prevenzione
 
“I vigili guardano le case, li capisco, noi guardavamo il bosco, sono due approcci diversi”. Oggi l’atteggiamento è cambiato si è perso un pezzo di cultura della nostra montagna: “si chiama antincendio, boschivo, non a caso”. Lo raccontano con orgoglio e rammarico, non vogliono polemizzare ma far capire che l’antincendio boschivo è una cosa diversa dall’incendio di una casa, non si può improvvisare. “I vigili operano nei distaccamenti, ad esempio, noi eravamo sempre sul territorio, è una cosa fondamentale. Eravamo di stanza sui nostri boschi tutto l’anno, non solo durante i roghi”. L’antincendio boschivo si faceva 365 giorni l’anno, “sai quanti incendi di scarpata avrò spento passando con la camionetta su qualche sentiero?”. In più c’era la prevenzione, oggi affidata ai parchi dove ci sono, e ai comuni, altrove. Con i forestali c’era il Noc ad esempio, il nucleo che ogni primavera si occupava di prevenzione in vista dei mesi più caldi; poi c’era la formazione specifica dei volontari di uno specifico territorio, in tema di antincendio boschivo.
 
Gli incendi di questi giorni

Uno dei problemi sono le conifere e molti dei rimboschimenti li ha fatti proprio la forestale. “Il progetto era diverso, erano monti caratterizzati da frane e smottamenti gravi, il Pino nero non fu scelto per caso, serviva a fissare il terreno, poi sarebbe dovuto essere fatto il diradamento per far crescere le latifoglie”. Le competenze però passarono alle Regioni e agli enti locali; oggi quelle pinete sono un groviglio di sottobosco fatto di resine, aghi e pigne, altamente infiammabili, a Rischio alto nella classificazione del rischio incendi della Regione, ma che i forestali riuscivano a gestire, conoscevano questi posti, i punti di attacco per le spegnimento. “La superficie media che brucia per ogni incendio adesso è praticamente raddoppiata”, spiegano. Sui moventi non possono parlare, le indagini sono in corso e la loro esperienza nei Carabinieri è utile per trovare una risposta a chi abbia appiccato questi fuochi.

Gli incendi di questi giorni hanno riacceso l’attenzione su tutta la governance del nostro patrimonio ambientale, forestale nello specifico e anche sullo scioglimento del Corpo. La speranza dei Forestali è di tornare a svolgere i compiti di una volta, la politica comincia a discuterne, e anche la giustizia. La Corte europea dei Diritti dell’Uomo recentemente ha bocciato la riforma Madia proprio sul passaggio del personale civile nei corpi militari. In ballo non ci sono più solo i boschi e l’ambiente ma, come si vede, anche le vite di migliaia di persone.

Foto di ©Samira De Santis

 
 

Print Friendly and PDF

TAGS