Dott. Cerone: “Conoscere l’ischemia cerebrale e le sue caratteristiche”

Il dott. Davide Cerone lavora attualmente come dirigente medico presso la Neurologia e Stroke Unit del P.O. San Salvatore dell’Aquila

di Giovanni Chilante | 28 Settembre 2023 @ 05:30 | SALUTE E ALIMENTAZIONE
ischemia cerebrale
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L’AQUILA – Si arricchisce la rubrica Alimentazione e Salute grazie al contributo del dott. Davide Cerone, dirigente medico presso la Neurologia e Stroke Unit del P.O. San Salvatore dell’Aquila. Si è specializzato nel 2007 in Neurologia ed ha perfezionato i suoi studi sulle patologie cerebraovascolari frequentando il reparto di  “Stroke Unit” e quello di “Intensive care unit” presso la Clinica Neurologica dell’Università di Heidelberg diretta dal Prof. Werner Hacke. Ha conseguito il dottorato di ricerca  in Medicina Interna  ed Immunolgia applicata nel 2013. La sua carriera vanta anche collaborazioni con la Fondazione Salvatore Maugeri di Pavia e presso la Neurologia-Stroke Unit del P.O. di Teramo. Di seguito, una sua interessante analisi conoscitiva sull’ischemia cerebrale.

Cos’è un’ischemia cerebrale?

  • Un’ischemia cerebrale è quella serie di fenomeni che si verificano in seguito all’occlusione di un vaso cerebrale. Come succede anche nell’infarto del miocardio, questa occlusione porta ad un deficit di ossigeno e nutrienti essenziali alle cellule causando dapprima un deficit di funzione reversibile (le cellule “sospendono le loro attività” per consumare pochi nutrienti e cercare di sopravvivere) e poi, in breve tempo, la morte delle cellule cerebrali stesse. Questo clinicamente da origine ad un deficit neurologico focale (o più raramente globale) che nel linguaggio comune viene identificato come ictus ischemico. Purtroppo l’ictus è una patologia con grande impatto sociale sia perché molto frequente sia perché rappresenta ancora oggi una delle principali cause di morte e la principale causa di disabilità nelle popolazioni occidentali.

C’è una fascia d’età maggiormente a rischio?

  • Le fasce di età più a rischio per l’insorgenza di ictus ischemico sono quelle più avanzate tanto che l’età stessa viene considerata di per sé un fattore di rischio (ovviamente non modificabile). Per fortuna accanto a questo “fattore di rischio non modificabile” ce ne sono altri, quali ad esempio l’ipertensione, le dislipidemie, il diabete, alcune aritmie cardiache, l’obesità, il fumo di sigaretta, che possono essere corretti attraverso la modificazione dello stile di vita, oppure attraverso delle terapie farmacologiche appropriate. Bisogna però ricordare, che sebbene più raramente, l’ictus può coinvolgere, oltre quella anziana, anche altre fasce di età compresa quella giovanile. Spesso l’ictus ischemico nelle fasce di età giovanili sottende però fattori di rischio di tipo diverso che debbono essere attentamente ricercati per poi poter instaurare una adeguata terapia per evitare che tali eventi si ripetano

Come ci si accorge che è in atto un ictus?

  • Come dicevamo c’è la comparsa acuta di un deficit neurologico che però può avere una presentazione clinica piuttosto varia. Vi può essere la comparsa di un deficit di forza a carico di un braccio, una gamba o della parte inferiore del volto (la “bocca storta”), talora anche di tutto un emilato del corpo; la comparsa di un deficit di sensibilità (“addormentamento”) negli stessi territori, ma anche disturbi nel parlare sia come difficoltà nel pronunciare bene le parole (le disartrie) che difficoltà nel reperire i corretti vocaboli o comprendere ciò che ci viene detto (le afasie), disturbi dell’equilibrio e nel coordinare i movimenti, nei movimenti oculari, visione doppia ed altri ancora. Quello che credo che sia importante rimarcare è che quando una persona si accorge che improvvisamente avverte un disturbo del genere deve immediatamente recarsi in pronto soccorso in modo da essere valutato ed eventualmente, nel caso si tratti di un ictus, trattato nella maniera più appropriata

Come viene trattato un ictus acuto?

  • Per fortuna negli ultimi decenni il trattamento delle ischemie cerebrali ha presentato degli importanti sviluppi, in particolare per quanto riguarda la fase acuta. Partendo dal concetto che il danno è dovuto all’occlusione di un vaso cerebrale si sono sviluppati una serie di trattamenti che hanno come obiettivo la riapertura del vaso stesso in modo da poter limitare il più possibile il danno definitivo. Questi possono prevedere la somministrazione di un farmaco trombolitico (che scioglie cioè il trombo che ha chiuso il vaso) oppure il tentativo di disostruzione endovascolare del vaso, entrando con dei “microcateteri” che, passando all’interno dei vasi, giungono sino al punto occluso in modo da poter rimuovere localmente l’occlusione, talora si possono combinare anche queste due metodiche. Il problema più grande che ci troviamo ad affrontare è che tali trattamenti sono “tempo-dipendenti” perché il tessuto cerebrale ha una resistenza temporale molto bassa alla mancanza di ossigeno e glucosio: in assenza di controindicazioni si può procedere con il trattamento farmacologico entro 4 ore e mezza dall’esordio dei sintomi e con il trattamento endovascolare sino a 6 ore dall’esordio dei sintomi (m va sottolineato che questo trattamento è limitato ai casi in cui vi sia un’occlusione di vasi cerebrali di calibro più grande). Questa ridotta finestra temporale è dovuta a quello che comunemente si chiama rapporto rischio/ beneficio, in parole povere il rapporto fra quanto posso migliorare e limitare i danni e fra quelli che possono essere gli effetti collaterali e le complicanze di tali terapie. Fortunatamente negli ultimi anni si sono sviluppate delle nuove tecniche di diagnostica per immagini che ci hanno permesso di estendere, in casi selezionati, queste finestre temporali. Queste nuove metodiche ci forniscono una stima affidabile di quanta parte del tessuto cerebrale sofferente per l’ischemia sia già lesionato in maniera irreversibile e quanta parte sia invece possibile salvare riaprendo il vaso occluso rendendoci così in grado di migliorare il calcolo del rapporto rischi/beneficio della procedura ed estendendo, in casi selezionati, la possibilità di trattamento farmacologico sino a nove ore e quella di trattamento endovascolare addirittura sino a 24 ore. Tali metodiche sono inoltre estremamente utili per valutare se sia possibile il trattamento quando non sia noto l’orario di esordio dei sintomi, ad esempio (cosa che purtroppo accade con una certa frequenza) quando il paziente si sveglia già con la sintomatologia presente.
  • Qualora non sia possibile praticare i trattamenti di riperfusione cerebrale va comunque sottolineato che l’ictus acuto si giova comunque del ricovero nelle unità neurologiche dedicate, le cosidette stroke unit, che sono unità di degenza subintensiva dove il paziente viene monitorizzato e preso in carico da personale (medico, infermieristico, riabilitativo) esperto nel trattamento dell’ictus. Tali unità hanno di per sé, come è stato ampiamente dimostrato in letteratura scientifica, un impatto positivo sulla prognosi del paziente sia per quanto riguarda la mortalità che l’invalidità.

Cosa è necessario fare in caso di emergenza?

  • In caso una persona notasse la comparsa di un deficit acuto riconducibile ad un ictus deve immediatamente allertare il 118 e recarsi verso il Pronto Soccorso più vicino. Come abbiamo detto le finestre temporali in cui i trattamenti di riperfusione cerebrale sono possibili sono estremamente ridotte ed anche se l’uso delle nuove metodiche ci permette talora di estenderle bisogna sottolineare che ogni minuto in più mi fa perdere milioni di cellule cerebrali ed i benefici che avrò dalla riapertura del vaso diminuiscono sensibilmente con il passare del tempo: Time is Brain!!! (il tempo è cervello !!!)

 


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