Distanziamento sociale: per molti animali è una pratica consolidata

Aragoste, mandrilli, fringuelli e persino le formiche praticano il distanziamento con gli esemplari infetti.

di Redazione | 24 Luglio 2020 @ 12:45 | ATTUALITA'
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ROMA – Negli ultimi mesi ci siamo misurati con le fatiche del distanziamento sociale e con i suoi positivi effetti sul contenimento della pandemia. Nonostante le passate esperienze con le malattie infettive, l’uomo è ancora alle prime armi con questo comportamento che ci sembra, per le caratteristiche della nostra specie, del tutto innaturale. A rilevarlo è la rivista scientifica Focus che evidenzia che, in realtà la scelta di tenersi distanti dai membri della propria specie per limitare i contagi è invece proprio naturale, e nel mondo animale gli esempi si sprecano.

Gli animali non hanno vaccini a disposizione, ma possono contrastare la diffusione di virus, batteri e parassiti con il loro modo di agire, in quella che gli esperti chiamano immunità comportamentale. Come racconta un articolo su Scientific American, le aragoste dei mari tropicali e subtropicali se la devono vedere con un virus, il Panulirus argus virus 1, capace di uccidere oltre la metà degli esemplari giovani che infetta. Questi crostacei sono un bersaglio facile: sono infatti animali sociali che si rifugiano anche in 20 nella stessa fenditura di scoglio per nascondersi dai predatori. Eppure, quando un esemplare contagiato dal virus entra nella tana, gli altri la abbandonano in fretta, a costo di sfidare i pericoli del mare aperto. A dare l’allarme è un segnale chimico presente nell’urina degli individui infetti: quando nel corso di un esperimento il segnale è stato bloccato, gli altri crostacei non si sono accorti del rischio.

Gli animali capaci di praticare una qualche forma di distanziamento protettivo hanno maggiori probabilità di sopravvivere e produrre una nuova generazione; l’evoluzione favorisce quindi i comportamenti capaci di ridurre gli eventuali contagi. Non tutti scelgono soluzioni drastiche come le aragoste: alcune specie preferiscono mettere al riparo alcune categorie particolarmente vulnerabili. L’esempio più eclatante è quello delle formiche, che operano un distanziamento differenziato in base al ruolo all’interno della colonia.

Nel 2018, gli scienziati dell’Università di Bristol hanno studiato la diffusione del fungo Metarhizium brunneum tra le formiche da giardino. Le sue spore si trasmettono con il contatto fisico diretto e impiegano uno o due giorni a infettare (e a volte uccidere) un esemplare: c’è stato quindi il tempo di osservare come cambiava il comportamento di una colonia nelle 24 ore successive all’ingresso del fungo. Le formiche bottinatrici, che escono dalla colonia per raccogliere cibo, sono quelle più esposte ai patogeni. In presenza del fungo, questi esemplari si autoisolano (anche quando non sono stati direttamente contagiati) per non mettere a rischio l’apparato riproduttivo della colonia, formato dalla regina e dalle operaie. Dal canto loro, le operaie spostano le larve nella parte più interna e protetta del nido. Questo schema è così efficace che, quando gli scienziati hanno provato a infettare le colonie artificialmente, regina e operaie si sono salvate quasi sempre.


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