“…Di bianche spine”: una riflessione sulla condizione della donna

Sarà inaugurata giovedì 19 maggio la personale di Donatella Giagnacovo. L'installazione artistica, curata dalla giornalista e storica dell’arte Angela Ciano

di Redazione | 17 Maggio 2022 @ 09:35 | EVENTI
di bianche spine
Print Friendly and PDF

L’AQUILA – Sarà inaugurata giovedì 19 maggio in via Francesco Di Paola 13 la personale di Donatella Giagnacovo dal titolo “…di bianche spine”. Un’istallazione artistica, curata dalla giornalista e storica dell’arte Angela Ciano, pensata come riflessione sulla condizione della donna nel terzo millennio. L’inaugurazione prevede un intervento della scrittrice Luisa Nardecchia, mentre il 26 maggio prossimo è previsto un altro intervento dello scrittore Andrea Viviani.

La mostra che fu inaugurata nel marzo del 2020 a pochi giorni dal primo lock down dovuto alla pandemia da Covid 19, viene riproposta in un allestimento nuovo ed originale per inaugurare anche il nuovo studio dell’artista presso la sede di “F’ART” Associazione culturale per la produzione, diffusione e formazione di arti visive, uno spazio pensato come luogo aperto alla città ed agli eventi culturali, legati alle arti visive e non solo.

La mostra ha come filo conduttore il bianco come invito a ripensare e riflettere su stereotipi, soprusi e violenze che il mondo femminile è ancora costretto a subire.

“… di bianche spine” è un viaggio – riflessione sulla condizione della figura femminile nel terzo millennio – scrive Angela Ciano nella presentazione in catalogo – In un periodo in cui alcuni stereotipi sembrerebbero superati, il potenziale comunicativo del gesto artistico di una donna li fa riaffiorare con tutta la loro urgenza e drammaticità. E non si tratta solo di un nuovo modo di pensare alle forme di violenza più tragiche, che troppo spesso sfociano nella morte… In questa ricerca Donatella Giagnacovo non si ferma solo a questo, con la sua sensibilità di artista e donna, di moglie, madre ed insegnante, scava in profondità cercando di far riaffiorare la condizione vera in cui si trova a vivere ogni giorno la donna del terzo millennio”.

Nascono così opere che in un’apparente leggerezza di forma e materia indagano il mondo femminile con un lessico narrativo che ha in comune la scelta del bianco ma non come resa al colore, bensì come necessità: il bianco come luce per illuminare le ombre e le oscure proiezioni che si riflettono sull’essere donna, il bianco di cui si impregna la materia e che da essa arretra per lasciare il posto al valore espressivo della forma. Ed allora temi come la donna oggetto, la sposa bambina, la donna succube o stereotipo di bellezza ma non intelligenza, la donna violentata, aggredita ed infine trucidata tornano di un’urgenza che prende allo stomaco guardando le opere di Donatella Giagnacovo. Opere che attraggono lo sguardo per la loro immediata leggerezza e per il loro nitore; ma che al tempo stesso lo inchiodano alla riflessione e alla presa di coscienza.

Una dialettica continua in cui il pensiero/gesto dell’artista si serve di materiali evanescenti e diafani: veli, pizzi, trine, nastri, fiori, peluche, piume e di quelle iconografie che fanno parte del mondo femminile fin dalla nascita. “Ma esse, attraversate dal pensiero e dalla sensibilità dell’artista, – si legge ancora nel testo del catalogo – perdono la loro forma sterile trasformandosi in strumento in grado di produrre senso, di generare un pensiero nuovo. Nascono così la valigia di peluche o il vestito della sposa bambina realizzati in cemento; le scarpe solo apparentemente vezzose, tempestate di spilli e immerse, anch’esse, in una colata di cemento; si materializza così in tutta la sua ingombrante presenza il vestito di velo trasparente, desiderio di chissà quali promesse, che una miriade di spilli al posto delle cuciture lo rendono un oggetto spettrale simbolo di ancestrali soprusi. E poi ci sono i busti/corazza e le maschere/ prigione in plastica trasparente, in garza … oggetti leggeri ed impalpabili … depurati fino all’astrazione e realizzati con materiale di recupero che, in un rimando ideale al ready made duchampiano, sottolineano la loro presenza ingombrante, diventando attraverso il fare artistico, sinonimi di gabbie ed involucri in cui da sempre sono costretti il corpo e l’anima di una donna”.


Print Friendly and PDF

TAGS