Dante, amico ricambiato dell’Abruzzo

Piacevole scoperta di un secolo fa, di Paolo Rico

di Redazione | 27 Aprile 2021 @ 06:00 | CULTURA
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Io c’ero’: Dante, 29nne, tra la folla dei pellegrini alla prima Perdonanza aquilana del 1294. Solo  – si può dire: ruffiano? –  advertising angle, per  un manifesto turistico di promotion, negli anni ’80, della plurisecolare ricorrenza. Conferma, però, di una liaison tra L’Aquila, l’Abruzzo e il Sommo Poeta. Così scopre un documentatissimo reading di 100 anni fa  – esattamente, del 14 settembre 1921 –  rilanciato negli anni ’90 del secolo da poco alle spalle come prezioso abstract del ‘Bullettino’ della Deputazione Abruzzese di Storia Patria (serie III, anni XI e XII).

Autore, Giuseppe Rivera (1846-1923) – in realtà, denotato anagraficamente da altri 11 nomi di battesimo, un record assoluto, credo! –  erudito e benefattore, figlio di Cesare  – celebrato uomo di governo del XIX secolo –  e di Camilla Corvi dei baroni di Torre Cerviglione da Sulmona, la vera educatrice iniziale di Giuseppe. Il quale si formò dagli Scolopi a Napoli , perfezionando la vocazione letteraria fino a diventare una strabiliante filiera autoriale di scritti, saggi, poemetti: a ritmo leopardiano, si disse. Giuseppe, Calasanzio ecc. Rivera fu tra i fondatori della Deputazione regionale di Storia Patria, di cui rimase presidente dal 1896 fino alla morte. Preceduta, appunto, dalla rigorosa ricognizione sul ‘Dante Abruzzese’, che cent’anni dopo rappresenta una preziosa guida per chi vuole almeno appassionarsi, pur oggi, alla ricerca filologica, intanto sulla dimensione culturale della storia cittadina e delle vestigia regionali. Il testo di Giuseppe Rivera fu accolto con un’ovazione alla lettura nell’assemblea sociale della Deputazione. Meritatissimo plauso, alla luce dei numerosi riscontri, offerti all’uditorio, sulla relazione tra Dante con la nostra terra.

A cominciare  – imprescindibilmente –  dal «gran rifiuto» (Inferno, III) di Celestino al pontificato solo poche settimane dopo l’elezione in Collemaggio nel 1294, occasione, appunto, della Perdonanza e della Bolla  – evergreen – per la pacificazione universale e, in primis, tra Chiesa e Impero. Cerimonia, con l’intervento di Carlo II d’Angiò, figlio Carlo I, anche re d’Ungheria a seguito delle nozze con l’infanta magiara Maria, assieme al loro rampollo, secondogenito di cinque, Carlo Martello, unico angioino, peraltro, nelle grazie di Dante per affinità letterarie; ancora altre teste coronate nella cerimonia di Celestino papa in Collemaggio. Tutte personalità, ricordate a vario titolo e con differenti annotazioni nel Purgatorio (XX) e nel Paradiso (VI e XIX). Inferno dantesco, si anticipava, per Celestino V  – si dolse il Rivera – caricando l’opzione sul grave ritardo con cui Dante aveva appreso la santificazione dell’eremita del Morrone. In effetti, la condanna dantesca di Celestino era probabilmente dovuta al risentimento dell’Alighieri per la successione dell’inviso Bonifacio VIII al pontificato abdicato dal fraticello molisano, precipitato, perciò, tra gli ignavi. Precedendo quasi e accomunandone poi gli infausti destini nel canto XXVIII con Carlo I, irriso da Dante come «ciotto» ovvero ‘lo zoppo’ a causa del connaturato handicap motorio. Proprio in quella cantica XXVIII,  sovrapponibile all’’8 finale del 1260  – volle indicare Giuseppe Rivera – quando Carlo I d’Angiò si sbarazzò ai Piani Palentini di Corradino di Svevia, con il determinante aiuto dei rinforzi in arme, arrivati da Aquila a sostenere le truppe angioine, stremate dalla dura battaglia. Evento, che rilanciò l’intesa di Carlo con la nostra città, brutalizzata in precedenza da Manfredi e che l’Angioino, nel 1265  – ovvero l’anno di nascita di Dante –  incoronato re di Sicilia, portò a maggior gloria solo un anno dopo. Insomma, tanti riferimenti casalinghi a sottolineare la conoscenza storica da parte di Dante della vicenda celestiniana. Smentendo, perciò  – ribadì Rivera –  che il padre della nostra lingua avesse potuto confondere l’eremita-papa con quel Giano di Vieri de’ Cerchi, a capo della delegazione fiorentina, che omaggiò Carlo Martello in visita dai genitori nel capoluogo toscano, ma in uggia a Dante per aver rifiutato il governo di Firenze nel 1294, proprio l’anno, cioè, dell’ “avventura del povero cristiano”. Consumatasi tutta all’Aquila, seconda città del Reame per importanza strategica  – volle richiamare il Rivera –  quasi ritenendo scontata, forse doverosa da parte dell’Alighieri la conoscenza dei luoghi.

Ma prosegue l’elenco di un secolo fa del Rivera delle possibili relazioni Dante-Abruzzo, segnatamente con il territorio aquilano, la sua memoria, la sua comunità e i monumenti o i personaggi; spunti, per calare nell’opera dell’Alighieri ipotizzate aperture alle nostre emergenze, ad esempio artistiche.   

Addirittura, un luciferino affresco nella restaurata Santa Maria ad Cryptas, a Fossa, avrebbe per lo meno influenzato la topologia dell’Inferno. Il Rivera citò, a proposito, l’aneddoto di una pergamena conservata a Montecassino. L’autore della ribattezzata “Visione”, il benedettino Alberico, avrebbe annotato consistenti analogie descrittive tra la Cantica e il supplizio delle anime prave nell’inferno, rappresentato nel dipinto murario del XII secolo a Fossa. A rinvenire il documento sarebbe stato l’abate Giuseppe Giustino Di Costanzo dei duchi di Paganica in una fortunata recensione negli archivi del monastero ciociaro qualche anno prima di morire, nel 1813. Tanto, per convincere il Rivera di escludere immediatamente un sopralluogo dantesco nel tempio ad Cryptas, a Fossa, ma per scoraggiare pure la credenza, che ad ispirare Dante sia stata piuttosto un’operetta di Guerrino di Durazzo, detto il Meschino, vergata in provenzale e resa in italiano solo nel XVI secolo.

Quel che introduce, nel reading del Rivera, ad ulteriori occasioni di concordanza tra Dante e L’Aquila. In tema di diffusione delle Cantiche, ad esempio. In particolare, grazie ad una stampa eseguita nel 1487 circa da Adam da Rottweill, che avviò la prima tipografia a torchio in città. L’esemplare miniato, conservato in san Bernardino, fu trafugato dai francesi nel 1799. Però, nel XV secolo un erudito quanto povero fraticello nostrano, Giacomo da Bagno, provò a bissare la composizione della Divina Commedia, creando un ‘Septenario’ di 3 cantiche, appunto, in terza rima  – ovvero secondo il modulo A-B-A/B-C-B ecc. –  così intitolato con evidente allusione ai sette doni dello Spirito Santo; ai sette vizi capitali e alle sette virtù principali, secondo l’alchemica tradizione di considerare il sette come fonte virginale di opposta natura bene-male. Del ‘Septenario’ mai traccia a stampa fu recuperata all’Aquila; ma un esemplare fu sicuramente letto in un cimento orante a Camerino (MC). E sempre un aquilano  – il vescovo Domenico Rivera –  nel XVIII secolo, da certosino dantista consigliò la lettura del Poema all’intellettuale veronese Scipione Maffei affinché  – gli suggerì, appunto, il presule aquilano –  «sia superata l’erronea via della vita» ovvero l’insistita campagna di riforme illuminate, lanciate  – in controtendenza per l’epoca di assolutismo regio, potere temporale della Chiesa e di integrazione curia-politica –  dal Maffei.

Va avanti il Rivera nel suo reading di un secolo fa nelle citazioni dei tanti appassionati cultori aquilani e abruzzesi, legati  – mi vien da sintetizzare –  dal made-in-Dante.

Di qui, l’astronomo Annibale De Gasparis, corregionale, che nel 1865  – sesto centenario del genetliaco dell’Alighieri –  denominò ‘Beatrice’ un nuovo pianeta osservato la prima volta. Non mancano  della Commedia vibranti e apprezzate versioni in latino di intellettuali abruzzesi. Il Rivera plaude alla resa di Quintino Guanciali di Loreto Aprutino. Lavoro, celebrato, peraltro, nel XVIII secolo a Napoli in un cenacolo di dantisti, estasiati alla presentazione della sua opera, fatta ancora in latino dallo stesso Guanciali. Epperò, sempre un abruzzese si fa apprezzare  – ricordò il Rivera –  per una traduzione inglese del Poema. Autori i figli del vastese Gabriel Rosetti: Dante Gabriel e Guglielmo Michele, nati a Londra, ma dalle radici paterne ben salde. Utilizzarono anche fonti critiche, redatte dal babbo, esule Oltremanica, nel 1820. A quest’ultimo si devono, infatti, studi sulla figura di Beatrice (1842) e su talune controverse interpretazioni della Commedia (1825). Perfino, scaturigini di diritto penale furono sorprendentemente individuate nelle Cantiche (1842)  – come ricordò il Rivera un secolo fa –  da parte di un giureconsulto teatino, Nicola Nicolini. Mentre la poetessa teramana Giannina Milli nel 1866 arrivò a comporre estemporaneamente un spartito per voce solista di taluni passi danteschi. Secoli prima  – nel 1490 –  Serafino Aquilano ordinò un celeberrimo compianto poetico su Dante, accompagnandolo con un  messaggio gratulatorio, citato ancora un secolo fa dal Rivera: «All’aura del Sommo Poeta si connettono culture e civiltà del popolo (…) affinché la nostra regione possa mostrarsi colta e civile rispetto a tutte le altre d’Italia».

Come dagli attuali auspici. Nel segno di una rinvigorita acquisizione della migliore tradizione dantesca. In una stagione di prolungate e differenti crisi, dai pesanti effetti, perfino psicologici, sulla nostra comunità.


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