Daniele Visioni, dall’Aquila alla Cornell per studiare il clima

di Alessio Ludovici | 05 Agosto 2022 @ 06:00 | AMBIENTE
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L’AQUILA – Studi e dottorato all’Aquila poi l’esperienza alla Cornell University negli Stati Uniti dove oggi gestisce un team di ricerca e insegna. Daniele Visioni, fisico e climatologo aquilano, è appena tornato da Ginevra dove si è tenuto il round finale per l’aggiornamento degli accordi di Montreal, uno dei principali protocolli sul clima, un accordo globale volto a proteggere lo strato di ozono stratosferico. Conferme e qualche novità da Ginevra spiega Daniele che è tra gli accademici che devono spiegare alle governance del pianeta – gli Stati e i loro governi – la situazione e cosa fare. Le conferme non sono buone notizie, e la preoccupazione è ormai anche dell’opinione pubblica con fenomeni climatici più estremi e ai quali è più difficile fare fronte. Poi le novità di cui proprio Visioni è uno dei protagonisti nella comunità scientifica internazionale: l’ingegneria climatica entra per la prima volta nell’agenda delle politiche del pianeta. “Se da una parte uno può essere ottimista – spiega Visioni – perché c’è molta più attenzione per la mitigazione, d’altro canto i cambiamenti climatici sono già così devastanti che si comincia a ragionare sul fatto che la mitigazione potrebbe non bastare anche considerando che nessuno si aspetta che entro il 2030 o il 2050 le emissioni vadano a zero”.

“La mitigazione serve a ridurre le emissioni. L’adattamento a far fronte agli effetti dei cambiamenti. Ora quindi c’è questo terzo braccio. L’idea, la possibilità, di intervenire direttamente sul clima, fare in modo che nel breve periodo si riescano a cancellare una parte degli effetti del cambiamento climatico”. Si chiama climate intervention, contempla i metodi di cattura della CO₂ – “che sono molto al di là dal venire” spiega Visioni – ma anche un intervento vero e proprio “in grado di raffreddare il pianeta”. Non è fantascienza né una cosa nuova. “Ne parlò uno scienziato russo nell’86 con una considerazione che oggi sembra banale: quando c’è un’eruzione vulcanica esplosiva il clima si raffredda”. Il principio è esattamente questo. “L’argomento è rimasto sempre sotto traccia fino a Paul Crutzen, premio Nobel per la chimica e scopritore del buco dell’ozono, che nel 2005 scrisse un articolo sull’ingegneria climatica. Diceva che è molto difficile mitigare e quindi bisognerebbe investigare la possibilità di fare qualcosa di simile a quello che fanno i vulcani, portare anidride solforosa in stratosfera, farla reagire con vapor acqueo in modo da produrre questi aerosol che raffreddano il pianeta”.

Detta così sembra facile, ma le implicazioni scientifiche, etiche e politiche sono mastodontiche. “Da un punto di vista scientifico c’è tantissimo da studiare, siamo solo agli inizi anche se le cose adesso stanno andando molto velocemente”. Poi ci sono gli interrogativi politici ed etici. “Da un punto di vista politico – spiega Visioni – per far funzionare una simile tecnologia bisogna intervenire su scala globale e quindi mettere d’accordo tutto il pianeta. Non è facile, diverse nazioni potrebbero beneficiare in modo diverso, alcune nazioni potrebbero avere meno interesse a farlo magari, altre potrebbero subire conseguenze secondarie negative”. Ci sono poi i problemi etici e filosofici. E’ corretto manomettere in modo così diretto il nostro pianeta? E chi avrà la mano sul termostato? “E’ proprio questa una delle cose che dobbiamo studiare e capire. La scienza si basa su un principio di precauzione”. Al punto in cui siamo, il ragionamento dei ricercatori, è difficile capire se è più sicuro non fare qualcosa per cambiare il clima o provare ad intervenire. Un dilemma che però, dopo Ginevra, entra ufficialmente nel campo del dibattito scientifico e politico: “Nella sessione di Ginevra per la prima volta c’è stato in un report ufficiale un capitolo intero dedicato ai possibili impatti della geoingegneria. E’ stato un lavoro difficile perché qualsiasi cosa scrivi, ogni singola parola, va soppesata. Nei prossimi meeting l‘IPCC dovrà occuparsene, c’è un’accelerazione sia nel mondo scientifico che in quello politico”.

Dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo chiediamo a Daniele il nostro ruolo in tutta questa vicenda: “Oggi c’è molta preoccupazione e sensibilità da parte della popolazione, in tanti mi chiedono cosa possono fare nel loro piccolo, persino gli agricoltori americani, che erano tra i più scettici riguardo ai cambiamenti climatici oggi ci chiedono cosa si può fare. Ho amici e conoscenti che mi dicono che adottano varie misure per diminuire la propria impronta ecologica, è un segnale di attenzione. D’altro canto il senso di impotenza, la difficoltà a cambiare alcuni stili di vita, la percezione di non poter incidere o quella di poter pagare un prezzo troppo alto alla transizione ecologica possono essere fattori che fermano questi processi. E’ fondamentale in tal senso il ruolo delle istituzioni, dai governi agli enti locali, che devono accompagnare il cittadino dentro questa transizione”.


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