D’Alfonso e Gaspari, la tradizione italica della raccomandazione politica

"Io sono il potere. Confessioni di un capo di gabinetto", Anonimo.

di Redazione | 07 Aprile 2021 @ 06:00 | CULTURA
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L’AQUILA – C’è chi ha saputo sfruttare quella posizione per costruire una carriera pubblica autonoma e chi, restando nell’ombra, è diventato custode di “segreti” più o meno importanti, passando per chi, invece, ha semplicemente sfruttato il momento per garantirsi un posto di lavoro altrimenti eternamente precario.

È la figura del capo di gabinetto, che dal sindaco al presidente del Consiglio è spesso il vero detentore del potere, non fosse altro perché nel tempo raccoglie confidenze e intesse relazioni, come evoca il titolo di un libro uscito proprio in questi giorni e che parla anche dell’Abruzzo.

In particolare dell’ex presidente della Regione Luciano D’Alfonso, oggi senatore del Partito democratico.

A questo punto la curiosità verso l’identità dell’autore assalirebbe chiunque ma occorre prepararsi a una prima delusione: Io sono il potere. Confessioni di un capo di gabinetto non è firmato. Autore anonimo. Sappiamo solo che è edito da Feltrinelli e lo ha curato Giuseppe Salvaggiulo.

Eppure, Coronavirus a parte e Palamaragate, negli ambienti politici non si parla d’altro. Non fosse altro perché, a pagina 51, ci si concentra sull’ex governatore e su quella che viene definita “tradizione italica” della raccomandazione.

Il libro, infatti, attribuisce a D’Alfonso l’affermazione del principio per il quale la raccomandazione non è reato: “L’ha scolpito la Cassazione – scrive l’autore – . Fosse per me, erigerei in ogni ministero un monumento in onore di Luciano D’Alfonso”.

Il riferimento è a un processo a cui fu sottoposto da sindaco di Pescara, quando “aveva scritto diverse lettere al direttore generale della Asl per sollecitare il trasferimento di una dottoressa”, ottenendolo. Perciò la dottoressa si sdebitò regalandogli, a Natale, un computer del valore di 3 mila euro.

D’Alfonso fu trascinato in tribunale ma la spuntò in tutti e tre i gradi di giudizio: “La sua segnalazione – si legge nel libro – fu derubricata a mero ‘piacere’ e il regalo ricevuto benevolmente ritenuto ‘misura di apprezzamento e ringraziamento’ della dottoressa”.

Da un politico dei tempi nostri a uno del secolo scorso, Io sono il potere ricorda anche Remo Gaspari, potente ministro abruzzese della Dc, nella sua Gissi (Chieti) chiamato “Zio Remo” perché “da ministro delle Poste e delle Telecomunicazioni riuscì a sistemare vagonate di compaesani negli uffici postali di mezza Italia”.

Il libro promette di svelare chi muove i fili della politica italiana, gli scambi che si fanno, ogni giorno, nei ministeri, le soluzioni al limite della legge su cui si fonda la ragion di Stato. Un capo di gabinetto svela dall’interno le regole non dette e i segreti inconfessati dei palazzi del potere.

“Ogni tanto qualcuno mi chiede che mestiere faccio. Non ho ancora trovato una risposta. La verità è che una risposta non esiste. Io non faccio qualcosa. Io sono qualcosa. Io sono il volto invisibile del potere”, afferma l’autore nella descrizione del libro. “Io sono il capo di gabinetto. So, vedo, dispongo, risolvo, accelero e freno, imbroglio e sbroglio. Frequento la penombra. Della politica, delle istituzioni e di tutti i pianeti orbitanti. Industria, finanza, Chiesa. Non esterno su Twitter, non pontifico sui giornali, non battibecco nei talk show. Compaio poche volte e sempre dove non ci sono occhi indiscreti”.

“Non mi conosce nessuno, a parte chi mi riconosce. Dal presidente della Repubblica, che mi riceve riservatamente, all’usciere del ministero, che ogni mattina mi saluta con un deferente ‘Buongiorno, signor capo di gabinetto’. Signore. Che nella Roma dei dotto’ è il massimo della formalità e dell’ossequio. La misura della distinzione. Noi capi di gabinetto non siamo una classe. Siamo un clero”, scrive ancora.

E alla fine, la verità più amara: “I politici passano, noi restiamo”.


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