Dal terremoto al Coronavirus: la storia di Mirko, infermiere aquilano in Lombardia

di Mariangela Speranza | 01 Aprile 2020, @07:04 | ATTUALITA'
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L’AQUILA – Una lotta dopo l’altra. Perché Mirko Circi, trentenne originario di Scoppito (L’Aquila), ha vissuto in prima persona l’incubo del terremoto del 2009, con i luoghi in cui è cresciuto danneggiati da quel sisma che ancora oggi mette i brividi, ma da vero abruzzese “forte e gentile” quale è, sa bene che tutte le sfide si affrontano con grinta e determinazione e, non a caso, adesso si trova a combattere in prima linea anche la battaglia al Coronavirus.

Il giovane è infatti un infermiere al reparto di Rianimazione Covid dell’ospedale “Carlo Poma” di Mantova, in Lombardia, la regione italiana più colpita dall’emergenza. Un’emergenza che, come lui stesso precisa “non può essere raccontata nei dettagli, per i divieti imposti dalle istituzioni, ma che ha un che di surreale, di cui è impossibile farsi un’idea precisa, pur se la si vive in prima persona”.

“Ogni giorno arrivano notizie discordanti e basta una sola parola fuori posto perché si venga a creare il caos – dice a L’Aquila Blog -. Da parte mia, continuo a quindi a lavorare senza sosta e non ho alcuna intenzione di mollare, nonostante le cose non siano per niente facili. So di tanti colleghi in tutta Italia che purtroppo non sono riusciti a reggere allo stress e non li biasimo: si tratta di una situazione difficoltosa anche dal punto di vista psicologico, soprattutto perché ogni giorno ti rechi a lavoro con la consapevolezza di poterti infettare da un momento all’altro”.

Più che un mestiere, quello dell’infermiere, è però per Mirko una vera e propria vocazione. In particolare, lui lo è diventato nel 2015, ma solo dopo un periodo di esperienza in Svizzera e due anni al reparto di Rianimazione all’ospedale San Salvatore dell’Aquila, ha capito di aver davvero intrapreso la carriera giusta.

“La rianimazione è tosta – spiega -, ma una volta che inizi a lavorare in un reparto del genere, diventa un vero e proprio stile di vita. L’unico problema è che qui sono solo e, quando torno a casa, non ho nessuno con cui parlare o sfogarmi. La mia ragazza, i miei amici e la mia famiglia sono tutti all’Aquila, ma vista l’alta probabilità di contagio forse è anche meglio così “.

Nel 2009, invece, Mirko  aveva avuto la possibilità di stare a stretto contatto i suoi affetti e di condividere con loro le emozioni e le paure di un ragazzo che, appena 18enne, si era ritrovato a scavare tra le macerie insieme a molti dei suoi concittadini.

“Allora ero un volontario della Protezione civile locale – dice ancora – e, pur vivendo in prima persona con l’emergenza, non avevo la giusta percezione di quello che stava accadendo. Quando sei un ragazzo, non hai la mentalità per vedere il brutto nelle cose e riesci per questo a trovare il positivo in ogni circostanza. Adesso invece è tutto diverso”.


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