L’AQUILA – A Vallesindola, frazione dell’ex Comune di Bagno e ora dell’Aquila, il tempo scorre con un ritmo diverso rispetto alla città. Qui non ci sono supermercati aperti fino a tardi, autobus affollati o traffico dell’ora di punta. Dietro le case aggrappate alla montagna, ci sono pascoli, boschi e un silenzio interrotto solo dal vento e i campanacci degli animali. Ma c’è anche una sfida quotidiana, fatta di lavoro, scelte e sacrifici, che chi vive nei centri urbani spesso non vede.
Francesco Santarelli, allevatore di pecore da latte, conosce bene le difficoltà di chi sceglie di vivere del proprio lavoro in montagna. Ogni giorno affronta sfide costanti, legate non solo al mercato e alla burocrazia.
Francesco ha scelto la pastorizia nel 2015, lasciando l’impresa di famiglia per dedicarsi interamente a questo mestiere. “Ho iniziato appoggiandomi su qualcosa che aveva mio nonno”, racconta, “ma il sistema era completamente diverso. Ho dovuto comprare attrezzi, animali, organizzare tutto daccapo”.
Oggi alleva pecore da latte e produce formaggi nostrani, vendendo tutto tramite vendita diretta. “Niente supermercati”, precisa. Una scelta dettata non solo dalla volontà di mantenere la qualità, ma anche dalla difficoltà di competere con la grande distribuzione. “O fai quantità enormi o non rientri nei costi”, spiega.
D’estate porta il gregge in montagna, dove rimane fino a settembre. “Andiamo su verso la fine di giugno” spiega. “Dove sto io, per fortuna, ci sono alcuni fontanili che funzionano”, racconta Francesco. “Per gli animali, riesco a gestire la situazione. Ma per l’irrigazione dei campi è un altro discorso”.
La siccità si fa sentire e il problema è che l’acqua è spesso regolata secondo logiche che non tengono conto delle esigenze degli allevatori e degli agricoltori locali. “Se fai l’orto o le patate, l’acqua te la danno. Ma se semini erba o mais per gli animali, niente. Però la tassa per ogni ettaro di terra la devi pagare lo stesso, che tu l’acqua la usi o meno”. Una volta non era così.
Oltre alla gestione dell’acqua, il mestiere di Francesco deve fare i conti con le difficoltà economiche e amministrative. “Vengono a comprarlo anche dall’Aquila”, dice parlando del suo formaggio. “Ma per fare di più servirebbe aiuto. Spazio, personale, investimenti. E assumere qualcuno è impossibile. L’anno scorso ho provato a tenere un dipendente, ma a fine mese i conti non tornano”.
La sopravvivenza delle aziende agricole e pastorali è sempre più difficile. Non solo per i costi di gestione, ma anche per la mancanza di politiche che proteggano le piccole realtà locali.
“Ci sono giovani che vogliono fare gli allevatori”. Francesco racconta che in zona ci sono 7-8 allevatori, ognuno con la propria area di pascolo. “Ognuno c’ha la sua parte”, dice, spiegando come gli usi civici regolino l’accesso alla terra disponibile. “Qua ci stanno pecore, vacche, cavalli, diciamo che è tutto più o meno coperto”.
Ma la montagna sta cambiando, e non sempre in meglio. “Venti o trent’anni fa c’era più pascolo, adesso i pini stanno prendendo il sopravvento. Dove cresce un pino, sotto non cresce più erba. Tra qualche anno non ci sarà più abbastanza spazio per gli animali”.
In un territorio dove il pascolo si riduce e gli inverni sono lunghi, la competizione è anche con chi alleva in zone più miti. “Già devi competere con chi a Roma può portare le pecore fuori tutto l’anno”, spiega Francesco. “Noi invece dobbiamo mantenerle dentro, comprare il mangime, avere spese su spese”.
Nonostante tutto, Francesco crede ancora in questo mestiere. La sua scelta, del resto, è iniziata molto prima, già a scuola: “Ho scelto io di fare l’agraria”, dice, sottolineando un aspetto che spesso passa in secondo piano. “All’agraria ci sono andato perché mi interessava davvero”. Un’affermazione non scontata in un contesto in cui istituti come l’agrario o l’alberghiero sono visti, a livello nazionale, come scuole-rifugio per chi non ha altre alternative. Qui invece, almeno per lui, è stata una scelta di vocazione.
Il tema è complesso: se da un lato queste scuole praticano inclusione in modo concreto, accogliendo studenti con percorsi difficili, dall’altro spesso il prezzo da pagare è la dispersione delle vocazioni. Ma Francesco riconosce che, senza la formazione ricevuta, sarebbe stato più difficile. “Abbiamo fatto tante uscite, lavorato sul campo. Specialmente negli ultimi anni, quando eravamo sempre in caseificio, provando a fare formaggi diversi. Tante cose me le sono ritrovate dopo dieci, quindici anni”.
Il rapporto con i professori è stato fondamentale. “Con Gianpiero Negrini ci siamo trovati bene, perché ci faceva fare formaggi, visite, uscite. Era un altro modo di imparare”. Ma la formazione, da sola, non basta. “Devi crederci”, dice Francesco.
Difficoltà, contraddizioni, squilibri di cui si parla poco. L’acqua è uno degli esempi più evidenti di questo squilibrio.
Secondo uno studio di Raffaela Rufa, il livello dell’Aterno dipende in modo significativo dalle captazioni effettuate lungo il suo corso. L’acqua del fiume viene prelevata per usi civili e industriali, riducendo progressivamente la sua portata disponibile per l’ambiente e per gli utilizzi agricoli. Le captazioni, unite agli effetti del cambiamento climatico e alla riduzione delle precipitazioni, stanno trasformando l’Aterno in un corso d’acqua sempre più intermittente, penalizzando il territorio e alterando l’equilibrio ecosistemico.
Uno dei casi più emblematici di questa gestione è il Lago di Campotosto, il più grande bacino artificiale dell’Appennino che produce energia per 500mila persone. Per non parlare del Gran Sasso che rifornisce di acqua 700mila persone e svolge, insieme a tutte le aree montane aquilane, un ruolo decisivo da un punto di vista della biodiversità e dello stoccaggio Co2 del paese. Dati che vengono sempre sottaciuti negli atti delle pubbliche amministrazioni, più attente alle grandi densità urbane. Le aree interne si svuotano lentamente, e con loro si riducono i servizi essenziali: chiudono scuole, si riducono le risorse, lo Stato arretra, i parchi vengono definanziati. Un processo che sembra inarrestabile, ma che ha conseguenze profonde per l’intero sistema. Perché senza il lavoro e la cura di chi vive in queste terre, l’equilibrio ambientale ed economico del Paese ne risente, fino a rischiare il collasso. Nel 2015, l’Italia aveva approvato la legge sui servizi ecosistemici, che prevedeva forme di compensazione per le aree montane e rurali che garantiscono la tutela e la gestione delle risorse naturali. E’ rimasta in gran parte inapplicata, senza mai tradursi in un reale meccanismo di riequilibrio tra chi usufruisce delle risorse e chi le custodisce.
Salutiamo Francesco mentre torna al suo caseificio in via Vignale a Vallesindola. Lì, nel piccolo negozio che ha aperto a fianco al laboratorio, potete trovarlo la mattina per acquistare i suoi formaggi e capire un po’ del suo mondo.
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