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Dal calcio alla scuola: quando la performance sostituisce la costruzione delle competenze

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A differenza del tennis, del nuoto o altri sport, il calcio continua a premiare chi arriva prima anziché chi può arrivare più lontano.

L’AQUILA – Lungi da noi voler offrire ricette facili ma, al terzo Mondiale consecutivo vissuto davanti alla televisione, guardare il calcio è diventata quasi un’esperienza mistica. Rinchiusi nel nostro piccolo eremo domestico, anziché discutere se fosse meglio far giocare Baggio o Del Piero, il 4-3-3 o il 3-5-2, le ali o il trequartista, ci ritroviamo in una ricerca interiore degna di Santa Teresa d’Avila mentre osserviamo l’ennesimo diciottenne francese muoversi con elegante naturalezza tra le linee avversarie. Non commentiamo più la partita. Commentiamo il commento alla partita degli altri.

Al primo cooling break arriva puntuale l’intermezzo dedicato al calcio italiano, ormai immancabile quanto la pubblicità. Basta che un ragazzo spagnolo, francese o norvegese faccia un paio di giocate perché il copione parta da solo. “Vedete? In Italia questi ragazzi non giocherebbero mai”. Poi il secondo classico: “Eppure i giovani italiani ci sono, lo dimostrano le vittorie delle nazionali Under 17 e Under 19”. Infine il consueto catalogo delle responsabilità: la Serie A, gli stranieri, i procuratori, il mercato.

Sono osservazioni che contengono tutte una parte di verità e nessuno ha la presunzione di sciogliere, nello spazio di un editoriale, i nodi del futuro del calcio italiano. Però un Mondiale visto da spettatori, per la terza volta consecutiva, è inevitabilmente anche un momento di riflessione. E forse vale la pena provare a cambiare domanda, perché da anni continuiamo a discutere degli effetti come se fossero le cause.

I report della FIGC ci ricordano puntualmente che la Serie A utilizza pochi giovani italiani. È un dato importante, ma descrive soprattutto un effetto. Se quei ragazzi fossero davvero pronti, perché un allenatore che ogni domenica si gioca il posto dovrebbe rinunciare a loro? Davvero dobbiamo pensare che in Premier League, nella Liga, in Francia o nei Paesi Bassi gli allenatori siano semplicemente più coraggiosi? Eppure nessuno obbliga i club inglesi a schierare giovani inglesi o quelli spagnoli a far giocare giovani spagnoli. Li fanno giocare perché sono pronti. Perché, semplicemente, conviene.

La domanda, forse, non è perché quei ragazzi non giochino. La domanda è molto più scomoda: come arrivano a diciannove anni?

Il sospetto è che il calcio soffra della stessa malattia che attraversa ormai molti ambiti della nostra società, dalla scuola al lavoro, passando naturalmente per lo sport. È la cultura della performance.

Attenzione, però. Non è un processo al merito. Sarebbe assurdo. Chi vince un torneo Under 15 merita di vincerlo. Chi prende il voto migliore merita quel voto. Chi supera un concorso merita di superarlo. Il punto è che merito e performance fotografano un momento, ma non certificano una traiettoria. Raccontano ciò che una persona è riuscita a fare oggi, ma non necessariamente ciò che potrà diventare domani. E soprattutto non misurano le competenze che serviranno dieci o vent’anni dopo.

È una differenza sottile, ma decisiva.

Vincere un Europeo Under 17 è una bella notizia. Ma non basta chiedersi se si vince. Bisognerebbe domandarsi perché si vince. Perché si stanno formando i professionisti che giocheranno il Mondiale tra dieci anni? Oppure perché si è costruita la squadra migliore per battere gli altri sedicenni?

Le due cose non coincidono necessariamente.

Nel tennis questa distinzione è ormai quasi un principio educativo. Un ragazzino può essere trasformato in un impeccabile pallettaro capace di vincere tutti i tornei giovanili, oppure può essere educato a un tennis più ricco, più rischioso, magari meno redditizio nell’immediato ma indispensabile nel professionismo. Non è un caso che molti dei protagonisti dell’età dell’oro del tennis italiano abbiano raccolto molto meno da ragazzi di quanto abbiano fatto coetanei poi scomparsi dal circuito. In quel caso il sistema non ha inseguito la performance immediata ma ha costruito competenze.

Lo stesso vale per l’atletica, per la pallavolo, per il nuoto. Nessuno giudica il lavoro di un’intera federazione contando le medaglie Under 15. Si guarda alla qualità della formazione, alla tecnica, al metodo, alla crescita dell’atleta come persona prima ancora che come campione. La vittoria arriva, ma è la conseguenza, non l’obiettivo esclusivo.

Il calcio, invece, continua troppo spesso a utilizzare il risultato nel centesimo torneo del fine settimana come prova del buon funzionamento del sistema. Anche la ricerca scientifica invita alla prudenza. Gli studi sul Relative Age Effect mostrano come i vivai continuino a selezionare soprattutto i ragazzi nati nei primi mesi dell’anno, quelli che a dodici o tredici anni sono semplicemente più sviluppati fisicamente. È il rischio tipico di una cultura della performance: premiare chi arriva prima, non necessariamente chi arriverà più lontano.

Altri Paesi hanno scelto strade diverse. La Norvegia limita l’agonismo nelle fasce più giovani, incoraggia il multisport e presta particolare attenzione ai ragazzi che maturano più lentamente. E tutto si può dire meno che la Norvegia sia una cultura contraria al merito, ma hanno accettato l’idea che lo sviluppo non procede alla stessa velocità per tutti e che il talento non sempre si manifesta quando lo decide il calendario dei tornei Under 13.

C’è poi un altro argomento che torna puntualmente nei nostri dibattiti televisivi. “Però l’Italia continua a vincere nello sport”. Ed è vero. Negli ultimi anni abbiamo conquistato risultati straordinari nel tennis, nell’atletica, nel nuoto e in tanti altri sport. Curiosamente, e impropriamente, questo dato viene utilizzato come una prova a discarico del calcio italiano, come se quei successi dimostrassero che il problema fosse soltanto una Serie A troppo chiusa ai giovani. Ma non c’è alcun nesso e forse dimostrano esattamente il contrario.

Se lo stesso Paese continua a produrre campioni in discipline tanto diverse significa che il talento non manca, che gli allenatori sanno ancora allenare e che la costruzione delle competenze, quando diventa davvero il centro di un progetto, continua a funzionare. Ma significa anche, semplicemente, che nel calcio questo non avviene.

Poi c’è la base della piramide, quella di cui si discute molto meno. Secondo l’Istat pratica sport con continuità poco più di un terzo degli italiani. E c’è un tema che riguarda soprattutto il calcio: l’accessibilità. Lo sport del pallone era nato nei cortili, nelle piazze e nei campetti improvvisati. Oggi il primo passo passa quasi sempre attraverso una scuola calcio con relative quote di iscrizione, attrezzatura, kit ufficiali, trasferte, tornei, masterclass, summer camp ecc. Proprio negli anni decisivi della formazione il costo può diventare una barriera importante per molte famiglie.

Naturalmente il resto conta, il mercato conta come contano i procuratori, contano gli interessi economici dei club, contano le logiche finanziarie del calcio moderno. Sarebbe ingenuo negare le distorsioni di un sistema ma sembrano rappresentare più che altro il sintomo di una cultura malata, in cui tutti cercano di massimizzare il profitto immediato – in qualunque modo inteso – anziché sviluppare dei calciatori pronti per i palcoscenici più importanti.

Ora però scusate. È finito il cooling break e per i prossimi venti minuti dobbiamo tornare a fare quello che, da tre Mondiali consecutivi, è il nuovo sport nazionale: scegliere per chi tifare.