Il Fatto Quotidiano oggi in edicola pubblica nuove intercettazioni riguardanti lo scandalo che ha travolto il Csm: quei rapporti non proprio limpidi tra politici e membri della Magistratura per decidere le nomine delle procure. Così poco limpidi che Lotti – che da parlamentare non può essere intercettato in modo diretto, ed evidentemente teme le intercettazione ambientali – racconta dello “strumentino” con il quale evita il rischio durante le sue cene.

«Quando io prenoto – dice a Lotti a Ferri e Palamara – tutta la mattina, mando i ragazzi lì sopra e fanno la verifica intorno alla saletta, sempre, Stefano viene e fa la cosa … , tutte le mattine, che io c’ho la cena, se io c’ho la …». Ferri è preso dalla curiosità: «Ma come si fa questo affare … con … come si …». E Lotti: «Ah, vengono loro con un cazzo di strumentino…». «Ah si?”, interviene Palamara, «loro lo fanno?».«Sì», risponde Lotti, «sempre, qui, in quella saletta, io perché chiedo sempre quella, quando non c’è, io non fisso … , perché non sto mica di là…».

Malgrado le premure di Lotti, e le soffiate sulle indagini in corso, Palamara non è affatto preoccupato delle intercettazioni, tanto da essere stato intercettato anche con l’ex vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini, quando parla delle difficoltà – e siamo al 23 maggio scorso – nel trovare una sponda al Quirinale. È annotato nel brogliaccio:

«(…) Palamara dice che c’è il rischio che salti tutto perché Erbani (Stefano, consigliere giuridico di Mattarella, ndr) non lo coprirà, quindi fa riferimento anche ad Ermini (David, attuale vicepresidente del Csm, ndr) che con il senno di poi è stato un errore proporlo».

Qualche giorno dopo sembra essere Lotti a proporre una soluzione: avvicinare il consigliere di Mattarella, Francesco Garofani. Ne parla in una conversazione del 28 maggio scorso. C’è anche Cosimo Ferri.

Dalle intercettazioni emergono anche i giudizi, camera caritatis, nei confronti del nuovo vice presidente del Csm Ermini, sempre in quota Pd.

«Il problema – dice Palamara – è che in questo anno Ermini se lo so’ portati, chiaramente perché non vale un cazzo, parlamose chiaro, (incomprensibile) ho sbajato tutto, ho sbajato (incomprensibile), ho sbajato Ermini, ma Ermini ero consapevole che sbagliavamo, ma in quel momento il Pd non c’aveva nessuno, Luca Lotti mi dice dall’inizio chi mettiamo? … mettiamo Ermini” me fà no? Perché Ermini è la prova di forza che vince l’ala renziana, ok? Io gli ho sempre detto non mettiamo Ermini, perché Ermini poi (incomprensibile) quelli che non valgono un cazzo, non valgono un cazzo mai, non è che non valgono un cazzo qualche volta, no? Giusto?»

E se questa è la considerazione di cui gode il vicepresidente del Csm Ermini, da parte di Palamara,- scrive Il Fatto- ecco il trattamento che gli riserva per telefono Lotti (non indagato). Il parlamentare del Pd descrive la scena sia a Palamara, sia al collega di partito, nonché ex sottosegretario alla Giustizia e magistrato, Cosimo Ferri (non indagato):

«Tra me e voi – dice Lotti il 21 maggio scorso – l’ultimo messaggio scritto a Ermini è stato: «Davide io non sono un Senatore qualunque che ti scrive messaggi del cazzo … senza di me non eri lì, punto … rispondi, punto». Ecco, con il «senza di me non eri lì, punto», il sentimento di rispetto che Lotti verso il Csm, ovvero l’istituzione che garantisce l’autonomia e l’indipendenza dei magistrati, è piuttosto chiaro. A quel punto Palamara, curioso, chiede: «E lui?». E Lotti riporta a risposta di Ermini che non pare minimamente ribellarsi al richiamo di l’ha «messo lì» e, invece di mandarlo a quel paese, nell’sms avrebbe risposto: «Sono a Torino con mia moglie lunedì mattina … vengo a Roma mercoledì». «Questa la sua risposta …», conclude Lotti.

Di Pignatone Palamara torna a parlare con l’ex vicepresidente del Csm in quota Pd Giovanni Legnini:

«… con Pignatone – gli dice – il rapporto chiaramente si raffredda…». «Si raffredda», interviene Legnini. «Non totalmente, ma si raffredda – continua Palamara – non solo per sta cosa sulla quale poi ti dico, ma si raffredda per la figura di merda pure che c’ha fatto fa’ con Renzi e Lotti, no?». «Certo», risponde Legnini che, invece di scandalizzarsi per la ricostruzione, evidentemente la trova del tutto plausibile. «Perchè tu – aggiunge Palamara – quella là nun te la dìmenticà .. ma lui ce fa fa’ una figura de merda che non finisce più…».

E pur non nominandolo direttamente, Palamara sembra riferirsi proprio a Pignatone, quando evoca la figura di Giulio Cesare:

«… aveva l’idea di stabilire lui le successioni .. è una cosa che manco… Giulio Cesare, che per me Giulio Cesare è il mio mito, non arrivava a questo (…) lui invece dice ‘me ne vado io, quello viene qua, quell’altro va là … la polizia giudiziaria rimane tutta legata a me».

Dopo settimane di silenzio, solo il 15 giugno scorso (le ultime intercettazioni risalgono al 23 maggio), l’ex Vice Presidente del Csm Giovanni Legnini si è affrettato a scagionare Sergio Mattarella, come se qualcuno avesse mai dubitato del Presidente della Repubblica che, come confermato dai contenuti delle intercettazioni, rimane inavvicinabile e impermeabile ad ogni sollecitazione politica. «Nei quattro anni di mia vicepresidenza il presidente Mattarella non è mai intervenuto sulle nomine di magistrati ai vertici degli uffici giudiziari e ha sempre garantito l’autonomia del Csm e dei suoi organi, limitandosi a fornire indirizzi generali», sostiene giustamente Legnini, evitando di riferire dei colloqui che avrebbe avuto solo pochi giorni prima con Palamara. «Tutte le delibere sugli incarichi direttivi e semidirettivi, nell’arco di una consiliatura intensa e molto produttiva, sono state assunte in piena collegialità, con la partecipazione attiva di tutti i consiglieri togati e laici e senza alcuna interferenza politica». Dunque, sottolinea Legnini, le dichiarazioni «che si ricavano dagli stralci di intercettazioni circa i rapporti tra Csm e Quirinale rappresentano millanterie senza alcun riscontro con la realtà». Insomma Legnini si affretta a scagionare Mattarella, ma non fa nessuna parola dei colloqui con Longo e Palamara, guardandosi bene dal citare i riscontri che riguardano i rapporti tra il Csm e gli allora massimi esponenti del Partito Democratico.

Anche i documenti pubblicati domenica scorsa da L’Espresso, infatti, confermano che Legnini quantomeno era a conoscenza delle pressioni per le nomine dei magistrati. Al cronista che chiede al pm Longo se davvero non fu preso alcun impegno dalla Casellati e da Legnini per la sua sponsorizzazione per la promozione, Longo chiarisce: «Guardi, è evidente che promesse esplicite non ne sono state fatte. Ma se organizzo un incontro con dei consiglieri (del Csm, ndr) attraverso persone considerate a loro vicine, diciamo che qualche aspettativa poteva essere implicita». L’Espresso spiega che Longo è stato accusato di aver venduto – come lui stesso ha ammesso patteggiando una condanna a cinque anni di carcere – la sua funzione pubblica agli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore. I due imprenditori, elargendo mazzette e favori, come è noto hanno pilotato le sentenze del pm, che proteggeva i loro interessi e quelli dei loro clienti.

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