Crocifissi nelle aule, il punto dopo la recente sentenza della Cassazione

di Alessio Ludovici | 22 Ottobre 2021 @ 06:00 | LA LEGGE E LA DIFESA
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Non è un atto dovuto, ma il non obbligo non da luogo a un divieto. Cosa cambia dopo la sentenza della Corte di Cassazione sull’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche. Una polemica quasi infinita, che a L’Aquila in passato ha avuto uno dei suoi snodi principali. 

Le sezioni unite della Corte si sono espresse su una vicenda molto precisa. Il fatto riguardava un contenzioso tra un docente e la scuola, un istituto professionale. In quest’ultima gli studenti, riuniti in assemblea, avevano votato per mantenere il crocifisso appeso alla parete dell’aula durante le lezioni. Il dirigente scolastico invitava di conseguenza i docenti al rispetto della volontà studentesca. Un docente aveva invece continuato a rimuovere il simbolo all’inizio delle lezioni, per poi riappenderlo alla fine delle stesse. La sentenza, di ben 65 pagine da torto e ragione ad entrambe la arti. 

Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 24414 del 9 settembre 2021,  hanno ritenuto che “in base alla Costituzione repubblicana, ispirata al principio di laicità dello Stato e alla salvaguardia della libertà religiosa positiva e negativa, non è consentita, nelle aule delle scuole pubbliche, l’affissione obbligatoria, per determinazione dei pubblici poteri, del simbolo religioso del crocifisso”; “l’articolo 118 del Regio decreto n. 965 del 1924, che comprende il crocifisso tra gli arredi scolastici, deve essere interpretato in conformità alla Costituzione e alla legislazione che dei principi costituzionali costituisce svolgimento e attuazione, nel senso che la comunità scolastica può decidere di esporre il crocifisso in aula con valutazione che sia frutto del rispetto delle convinzioni di tutti i componenti della medesima comunità, ricercando un “ragionevole accomodamento” tra eventuali posizioni difformi”.

La Cassazione ha dunque ritenuto illegittima la circolare del dirigente scolastico proprio perché mancante di un tentativo di ragionevole mediazione con la posizione, assolutamente legittima, manifestata dal docente dissenziente. Illegittima quindi anche sanzione  sanzione disciplinare inflitta al docente. 

D’altro canto però, spiega la Corte, la circolare non rappresentava una forma di discriminazione nei confronti del professore che non può avanzare richieste di risarcimento. La richiesta del dirigente non aveva un connotato religioso né ha condizionava la libertà critica di alcuno. 

Con questa formula la Cassazione ha cercato di fare una sintesi della vasta storia giurisprudenziale riguardante l’apposizione di simboli religiosi, in cui vanno contemplati gli indiscutibili principi costituzionali e l’altrettanto indiscutibile valore culturale che il crocifisso rappresenta ancora nel paese indipendentemente dalle proprie convinzioni religiose. L’esposizione è del resto normata ancora da un Regio decreto, ma la Cassazione specifica che, a differenza di quanto vi si prevedeva allora, oggi, intervenuta la Costituzione, non ne sussiste l’obbligo. Non è un atto dovuto quindi, ma il non obbligo non da luogo a un divieto. 

La discussione è ben nota in città dove la questione del crocifisso è più volte assurta all’onore delle cronache. A L’Aquila ne fecero una battaglia, a favore o contro, diversi personaggi della città. Ad accendere la polemica fu Adel Smith, morto pochi anni fa, all’epoca presidente dell’Unione dei Musulmani d’Italia. Si fece notare più volte per le sue battaglie contro la presenza dei crocifissi nelle strutture pubbliche, finendo anche nelle aule giudiziarie. Una volta per aver scagliato un crocifisso fuori dalla finestra dell’ospedale dove era ricoverata la madre. In quel caso finì condannato per vilipendio. L’altra, in cui invece fu clamorosamente vincitore, quando ottenne la rimozione del crocifisso da una scuola di Ofena, frequentata dal figlio.  Ne seguì un vespaio di polemiche politiche. A rinverdire la tradizione polemica tutta aquilana attorno al tema fu Celso Cioni nel 2016 quando il crocifisso scomparve dall’aula del Consiglio comunale. Aula in cui Cioni si presentò con un crocifisso a misura d’uomo in segno di protesta. Insomma, dello sforzo mediazione cui anela oggi la Cassazione non ce n’è stata molta traccia in città negli anni. Speriamo in futuro, in attesa che il parlamento sia in grado di legiferare in materia. 


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