Covid19, la seconda ondata in Europa è già qui

di Redazione | 27 Settembre 2020 @ 08:23 | SALUTE E ALIMENTAZIONE
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Ci siamo: la tanto temuta seconda ondata di infezioni da nuovo coronavirus sembra ormai gettare la sua ombra sull’Europa. Proprio ieri l’ECDC, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, nella sua ultima valutazione dei rischi ha certificato che le misure prese dai governi fino a pochi giorni fa “non sono state sufficienti a ridurre o controllare l’esposizione al nuovo coronavirus”. A parlarne Matteo Villa per Ispi.it

Il premier britannico Boris Johnson, che a marzo era stato tra i più scettici nei confronti delle misure di contenimento messe in atto dagli altri paesi per rallentare l’avanzata dell’epidemia, ha varato rapidamente regole più severe e che potrebbero restare in vigore per i prossimi sei mesi. Nel frattempo lo stesso ha fatto la Spagna, che ha chiesto a 850.000 persone che risiedono in quartieri a rischio di Madrid di restare a casa. E qualcosa di simile accade anche in Francia, con il governo che ha annunciato la chiusura di tutti i bar, ristoranti e palestre di Marsiglia per almeno due settimane, mentre a Parigi gli stessi esercizi dovranno chiudere entro le 22.

Il grafico qui sopra illustra la situazione delle ultime due settimane in 18 paesi dell’Unione europea, confrontandola con quanto stava accadendo nella seconda metà di luglio. Si è scelto di rappresentare l’evoluzione nel numero dei decessi di persone infette da SARS-CoV-2 perché si tratta di un indicatore molto più robusto, che si presta meglio al confronto internazionale (almeno tra paesi avanzati e sufficientemente trasparenti) rispetto al semplice numero di casi o al rapporto tra test e casi positivi. Numero di casi e rapporto tra test e casi positivi ci restituiscono infatti indicazioni piuttosto buone sull’evoluzione dell’infezione solo all’interno di un arco di tempo limitato, e solo all’interno dei singoli paesi: questo perché entrambi risentono delle differenti capacità nazionali di test and trace, e della loro evoluzione nel tempo. Detto ciò, bisogna tuttavia essere consapevoli del fatto che il numero di decessi tende a essere un indicatore più tardivo dello stato dell’infezione sul territorio: come certifica l’Istituto Superiore di Sanità, nel 50% dei casi in Italia trascorrono almeno 12 giorni tra l’insorgenza dei sintomi e il decesso, mentre ne trascorrono almeno 7 tra il ricovero in ospedale e il decesso.

Confrontando i decessi con COVID-19 per milione di abitanti nelle ultime due settimane con quelli fatti registrare nella seconda metà di luglio ci si può facilmente accorgere che la situazione è in peggioramento in 17 dei 18 paesi presi in considerazione; solo in Svezia la situazione appare migliore oggi rispetto a fine luglio. Ma dal grafico emergono anche altri nuovi e rilevanti sviluppi. Innanzitutto, sia la velocità che l’entità del peggioramento sono molto diverse tra i singoli paesi presi in esame: mentre la Spagna e la Romania appaiono in evidente difficoltà a causa della diffusione dell’epidemia, la situazione in Francia, Repubblica Ceca e Ungheria appare allarmante anche per la rapidità con cui l’infezione sembra procedere in queste ultime settimane. All’opposto in diversi altri paesi, incluse Germania, Italia e Irlanda, la crescita dei decessi è a oggi nettamente più lenta e la loro entità rimane ancora contenuta. Va in ogni caso ricordato che persino in Spagna, dove la situazione appare oggi la peggiore d’Europa, il numero di decessi bisettimanali (28 per milione di abitanti) è incomparabilmente meno grave rispetto a quello delle due peggiori settimane di marzo (203 decessi per milione di abitanti).

Merita poi attenzione ciò che sta avvenendo in diversi paesi dell’Europa orientale, che erano stati quasi del tutto “risparmiati” dalla prima ondata di marzo-maggio (Romania, Repubblica Ceca, Ungheria e Polonia): in questo caso la situazione è peggiorata in maniera netta. In Romania, addirittura, l’inizio della “ondata nazionale” potrebbe essere quasi certamente anticipato alla prima metà di luglio – un periodo in cui solo in altri due paesi su 18, Croazia e Svezia, il numero di decessi da COVID-19 non appariva del tutto sotto controllo.

Insomma, la seconda ondata di infezioni da nuovo coronavirus sta ormai colpendo gran parte d’Europa. Ma la violenza con la quale lo sta facendo, per il momento, appare ancora nettamente inferiore rispetto alla prima. Un tratto che questa seconda ondata ha in comune con la prima, invece, è la disomogeneità con la quale le infezioni stanno procedendo sia nei singoli paesi europei sia al loro interno, a livello regionale e locale.

In vista di questi sviluppi, per l’Italia è importante in questi giorni prepararsi all’eventualità di misure di contenimento più rigide. Ciò andrà tuttavia fatto tenendo costantemente monitorata la situazione, e scegliendo il momento giusto per minimizzare gli effetti economici certamente negativi delle nuove misure. La recessione globale seguita alla prima ondata ce l’ha ampiamente dimostrato: non esistono “pasti gratis”, né soluzioni che non siano dolorose. Quando il virus è in rapida accelerazione, anticipare le chiusure anche solo di pochi giorni può fare un’enorme differenza in termini di vite umane salvate, e può anche ridurre la durata necessaria delle misure più strette. Ma anticipare troppo le misure rischia sia di ridurne l’effetto nel caso di una loro minore osservanza da parte della popolazione, sia di avere effetti altrettanto gravi sul reddito e sulla salute di molte persone colpite dalla recessione economica che le accompagna. Teniamoci pronti, e teniamoci stretti.

 
 

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