Covid, anche a L’Aquila pazienti oncologici rischiavano di essere trascurati: ma terremoto ci ha insegnato a gestire emergenza

di Marco Signori | 03 Giugno 2020, @07:06 | ATTUALITA'
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L’AQUILA – “È stato lasciato molto alla discrezione dei sanitari, avevamo probabilmente dalla nostra parte il fatto di aver gestito un’emergenza come quella del terremoto, questo ci ha reso un po’ più pronti. Il 28 febbraio ci siamo seduti in riunione e abbiamo deciso che avremmo indossato delle mascherine ffp2, nonostante al nostro reparto non spettavano”.

È il racconto di Katia Cannita, dirigente medico del reparto di Oncologia dell’ospedale dell’Aquila, che a L’Aquila Blog ripercorre gli ultimi tre mesi di emergenza Coronavirus spiegando gli effetti della pandemia sui malati di tumore, circa 30 che afferiscono al nosocomio del capoluogo tra i ricoverati, che per la prima volta non hanno potuto ricevere visite dei familiari, e quelli in cura.

Negli ultimi mesi “sembrava che tutte le altre malattie fossero scomparse e abbiamo temuto che questo potesse avere una coda molto grave”, ammette, “gli operatori sono molto stanchi, anche perché i pazienti oncologici hanno molti sintomi, non uno solo, e devi distinguere bene ad esempio una febbre da Covid piuttosto che da malattia, una tosse da forma virale piuttosto che dal cancro”.

“Abbiamo utilizzato delle linee guida importate in modo molto precoce, avendo avuto alla fine di febbraio un primo caso di contagio che ha riguardato una giovane collega venuta dalla Lombardia per svolgere una prova di abilitazione”, ricorda, “quindi abbiamo da subito alzato la guardia, ipotizzando che tutto potesse accadere anche da noi in qualunque momento per cui abbiamo avuto un livello di attenzione molto alto, nonostante i reparti considerati più vulnerabili erano il pronto soccorso, la rianimazione e pneumologia. L’oncologia non è stata considerata, all’inizio, un ambito da tutelare benché sia il presidente della Regione sia il Ministero della Salute avevano stabilito che i percorsi diagnostici e terapeutici dei pazienti oncologici dovessero essere conservati e garantiti”.

“La nostra attività è proseguita regolarmente”, continua la Cannita, “non abbiamo rinviato nessun tipo di chemioterapia, abbiamo però organizzato un percorso di triage con un’infermiera dedicata che il giorno prima dell’appuntamento chiamava i pazienti e verificava che non avessero avuto contatti con persone o zone a rischio e non avessero febbre o sintomi, il giorno della terapia venivano reintervistati e firmavano un’autodichiarazione”.

“C’è stato un grande lavoro di sensibilizzazione nei confronti dei pazienti”, racconta la dottoressa, “perché molti pazienti volevano venire a tutti i costi a fare la terapia, che tra l’altro erano quelli con la malattia più avanzata e che quindi avrebbero anche potuto ritardarla, mentre altri che facevano la terapia di tipo precauzionale tendevano a sfuggire perché temevano che venire in ospedale significava infettarsi”.

“C’è stato anche uno stravolgimento culturale”, aggiunge, “essendo abituati ad accogliere familiari e parenti dei pazienti, il reparto è stato blindato e questo per molti è stato inconcepibile”.

“Credo che l’oncologia abbia sofferto nella prima diagnosi”, dice la Cannita, “le sale operatorie hanno sofferto per cui i pazienti che dovevano essere operati sicuramente non hanno avuto la stessa tempistica di prima e sicuramente ha sofferto molto lo screening perché tanto lavoro ha subito dei ritardi”.

“A L’Aquila come in molti altri ospedali – spiega ancora la dottoressa – gli oncologi sono stati messi in campo anche per far fronte alle carenze di personale nella gestione dell’emergenza medica. Ciò ha comportato perdita della continuità di cura, elemento imprescindibile per percorsi efficaci ed efficienti in una tipologia di paziente, quello con neoplasia già così fragile. Il cancro non è stato sconfitto dalla pandemia. È doveroso pertanto non dimenticare i bisogni di tutti i pazienti con cronicità di cui i pazienti oncologici sono l’esempio numericamente più importante”.


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