Covid e futuro della sanità, Di Benedetto: mobilitiamo intelligenza e non orgoglio aquilano per usare bene risorse

di Redazione | 02 Maggio 2020, @11:05 | POLITICA
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L’AQUILA – Alessandro Manzoni, nei Promessi Sposi, cosi commenta la peste a Milano: ‘Il buon senso c’era ma se ne stava nascosto per paura del senso comune’. Il mio auspicio è che la discussione che stiamo portando avanti in questi giorni sulla Sanità non venga viziata da quello che Manzoni diceva nel ‘600, spero quindi che, il buon senso, ovvero la ragionevolezza, non soccomba rispetto al senso comune, quel senso comune che è sempre dedito ad alimentare i pregiudizi dei più”.

Lo afferma in una nota il consigliere regionale Americo Di Benedetto, della lista civica di centrosinistra Legnini Presidente.

“Il primo decreto che il Governo ha varato, il decreto Cura Italia, prevedeva, in capo alle Regioni, non più tardi del mese di marzo evidentemente, la predisposizione di un Programma Operativo per affrontare l’emergenza primaria da Covid-19. Il Programma Operativo di che trattasi non ha trovato definizione in Regione Abruzzo, l’unica traccia di azione si rinviene nella delibera di Giunta regionale n. 176 (8 aprile 2020) con la quale sono stati allocati in bilancio circa 31 milioni di euro per finalità riconducibili all’assistenza sanitaria”, fa osservare Di Benedetto.

“Stando così le cose, la Regione dovrebbe fare più un rendiconto dell’utilizzo dello stanziamento citato che un Programma a posteriori. Ma il tema non è questo. Per cercare di costruire una prospettiva, sia sugli investimenti che sulla gestione, dobbiamo necessariamente fare riferimento all’ipotesi di Piano voluta dal ministro Roberto Speranza che è in corso di programmazione nel decreto aprile (atteso in Consiglio dei ministri entro la prima settimana di maggio)”.

“Il Piano ha nel suo corpo la Fase 2 Covid-19 attraverso una doppia linea di protezione: un investimento di circa 2 miliardi di euro finalizzati a stabilizzare i Covid Hospital (9.000 posti letto di terapia intensiva e 6.000 di sub-intensiva in tutte le Regioni, già ripartiti in proporzione agli abitanti), creando reparti veri e propri per l’emergenza, con l’obiettivo di far tornare gli ospedali a pieno regime per assicurare tutte le altre prestazioni ordinarie (dai ricoveri alle visite) finora rinviate; un potenziamento territoriale e dei dipartimenti distrettuali con uno stanziamento di oltre 1 miliardo di euro per assumere almeno 5000 infermieri per le cure a casa e per rafforzare le Usca (Unità speciali anti Covid) che assistono i malati porta a porta. In questa maniera, i camici bianchi impegnati nelle stesse, dotati di tutte le protezioni previste, potranno seguire nel miglior modo possibile i casi sospetti o conclamati di Covid-19 a domicilio. Sono previsti anche altri 800 milioni di euro per assicurare le risorse necessarie per tenere in piedi le 20mila assunzioni di medici e infermieri fatte in tempi record dai nostri ospedali per l’emergenza Covid”.

“Oltre a queste due linee di intervento – continua Di Benedetto – si sta lavorando anche ad incrementare le borse di studio per i giovani medici che dopo la laurea si devono formare e di cui ci sarà bisogno anche a fronte del potenziamento del Servizio Sanitario Nazionale, mettendo fine alla chiusura che negli ultimi anni è stata imposta al percorso formativo di migliaia di laureati in medicina”.

“Questo è il presupposto da cui bisogna partire se vogliamo fare un ragionamento serio nella nostra regione in generale e, in provincia dell’Aquila e nella città capoluogo, in particolare. L’ospedale regionale San Salvatore, anche a seguito dell’emergenza terremoto 2009, come più volte confermato dal professor Franco Marinangeli, può contare su una struttura dedicata al superamento delle emergenze, dico ‘emergenze’ in quanto, dalla linea governativa nazionale, si evince la volontà di creare strutture permanenti, non solo Covid, da attivare in funzione delle situazioni sanitarie straordinarie di ogni genere”.

“L’importo necessario per chiudere l’intervento su tale edificio dedicato, denominato Delta medico, è di circa un milione di euro a valere, ovviamente, sulle disponibilità finanziarie di cui al citato decreto aprile”.

“Altro aspetto di rilevante importanza, lo abbiamo detto nella prima fase e lo dobbiamo ribadire oggi, è quello dei tamponi con esame di biologia molecolare (l’esame immunologico attraverso l’identificazione degli anticorpi subisce ancora l’effetto finestra, falso negativo, anche se nei casi positivi ha utile evidenza. Nulla di nuovo invece sull’affidabilità dei test rapidi)”.

“Il Laboratorio analisi del nostro presidio ospedaliero è uno dei migliori in regione, non ha potuto effettuare i tamponi nell’immediato (li hanno potuti fare Pescara, in quanto dotata di Biosicurezza 3 per i trapianti di midollo, e Teramo, in una fase successiva, con l’Istituto Zooprofilattico statale, sebbene con costi e specialità non in linea con il dettato del Sistema Sanitario Nazionale, ma percorribile in uno stato di emergenza) per carenza del kit di Biosicurezza 2 completo di reagenti per il cui utilizzo è stata necessaria una approvazione sanitaria nazionale, al fine del relativo avvio alla produzione e commercializzazione. Il laboratorio ha proceduto all’autovalidazione il 27 di aprile ed è in attesa dell’autorizzazione regionale che tutti auspichiamo essere immediata”.

“Il nostro laboratorio – continua Di Benedetto – non aveva bisogno di cappe per partire (ne ha 8 a disposizione) aveva bisogno del kit Biosicurezza 2, per l’appunto, e, potrà effettuare, una volta autorizzato, fino ad un massimo di 100 tamponi giorno. Questo numero è ulteriormente incrementabile con opportuni investimenti compatibili con la nostra struttura di analisi. Se ciò si verificherà i numeri potrebbero essere ben più rilevanti”.

“L’obiettivo da raggiungere è quello di poter fare i tamponi e lo screening su tutto il personale ospedaliero, sui malati Covid da monitorare per la guarigione e, grazie all’accesso separato e al collegamento interno tramite un ascensore che insiste nella struttura del laboratorio, alle persone che dovranno essere ospedalizzate per cure ordinarie, prima dell’ingresso in reparto”.

“Non dobbiamo dimenticare che con l’apertura della Fase 2 (anche se in questo momento zoppa) si ritornerà ad una normalità convivente con il Coronavirus, le persone avranno bisogno oltre che della indispensabile protezione virale, anche della normale e fisiologica attività ospedaliera ordinaria e, pertanto, le strutture sanitarie dovranno essere protette da qualsivoglia disfunzione che possa infettare una realtà che è il caposaldo della gestione dell’emergenza e non solo”.

“Di recente si è parlato anche di tattiche di posizionamento territoriale (leggasi ospedale Covid di Pescara) al fine di strappare il Dea di II livello funzionale (da decreto Lorenzin del 2013) non comprendendo, o facendo finta di non comprendere, che la programmazione (in regione e in provincia dell’Aquila) dei presidi ospedalieri e della medicina di territorio, a seguito del Covid-19, troverà una radicale trasformazione. La troverà in Veneto (eccellenza della Sanità), la troverà in Lombardia (adeguata Sanità con il complemento del privato) e, a fortiori, la dovrà trovare nelle Regioni più deboli e, nello specifico, in Regione Abruzzo. Questo è il motivo per il quale i Fondi Mes (Meccanismo Europeo di Stabilità) se arriveranno, l’auspicio c’è, e se saranno stanziati, come è dato sapere, per finanziare i costi diretti e indiretti della sanità conseguenza del Coronavirus, contribuiranno in maniera determinante (per l’Abruzzo si parla di circa un miliardo di euro) a rivisitare e migliorare la rete ospedaliera (in provincia dell’Aquila, non solo nel capoluogo, ma anche nella Peligna, nell’Alto Sangro e nella Marsica) e a sviluppare una nuova frontiera della medicina del territorio”.

“Prevenire significa molto semplicemente essere in grado di poter indirizzare le scelte, di programmare il proprio operato prima che le necessità si realizzino e ne impongano l’agenda”, aggiunge il consigliere regionale.

“Se, anziché cogliere l’utilità di questa prospettiva, apriamo un confronto (scontro) politico e territoriale, distraiamo le nostre attenzioni e le nostre energie e il tutto diventa puro e semplice dibattito politico anziché risoluzione dei problemi. Lasciamo perdere l’orgoglio aquilano, mobilitiamo piuttosto l’intelligenza aquilana, preparandoci ad utilizzare le risorse che arriveranno per renderci più moderni e coesi”.

“La salute deve essere gestita con logiche nuove – fa osservare Di Benedetto – . Il futuro non arriverà dal cielo. Ognuno di noi si deve assumere una parte di responsabilità nei confronti degli altri, guardando lontano, non al suo di oggi, ma al domani di tutti”.

“Altro elemento utile da considerare nella Fase 2 è l’organizzazione dell’attività sanitaria dei medici di base, dei pediatri di libera scelta e dei medici di continuità assistenziale, al fine di mettere gli stessi nelle condizioni di poter tornare alla loro attività ordinaria in maniera efficiente, efficace e compatibile con il Coronavirus”.

“Anche in questo caso – ragiona Di Benedetto – una separazione dell’aspetto emergenziale attraverso la creazione di strutture dedicate al Coronavirus, gestibili con turnazione dai medici stessi, migliorerebbe la gestione dell’attività emergenziale e riqualificherebbe in maniera immune le funzioni di questa branca medica. Pensate solo alla campagna vaccini antinfluenzali in permanenza del Covid-19 che sorta di programmazione dovrà avere”.

“Incombe, quindi, una reale integrazione tra ospedale e territorio, mediante micro-team di zona costituiti da un medico e un infermiere per l’assistenza domiciliare dei pazienti Covid 19 accertati o sospetti e, in ogni caso assicurando da parte dei medici di medicina generale un triage telefonico strutturato, a cui far seguire un’eventuale terapia precoce anche per pazienti sintomatici e un invio immediato alle strutture (ambulatori) Covid dei pazienti con sintomatologia moderata o grave”.

“L’efficacia di una strategia così composta, richiede, da parte delle Istituzioni e della Regione, la garanzia di sicurezza degli operatori, un adeguato finanziamento e un riassetto organizzativo”.

“La verità – dice Di Benedetto – è che l’emergenza non è finita e non finirà finché non si troveranno un vaccino o una cura e, aldilà delle polemiche politiche (spesso tediose) non si possono che attuare con attenzione soluzioni antiche come la quarantena, l’isolamento, l’invito a non toccarsi occhi naso e bocca, l’ammonimento a lavarsi le mani e l’uso, auspicato obbligatorio, di mascherine. Provvedimenti, guardate bene, che la Serenissima Repubblica di San Marco opponeva alle epidemie, che allora come oggi, arrivavano dall’Oriente”.

“Il nostro Paese dovrebbe ricordare, e farne tesoro, che fu Venezia a svolgere per secoli la funzione di antemurale sanitaria dell’occidente”, conclude Di Benedetto.


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