Covid-19, cure a domicilio: caos su somministrazione di cortisone ed eparina

di Cristina D'Armi | 12 Dicembre 2020 @ 06:13 | ATTUALITA'
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L’AQUILA – Nel pieno della seconda ondata di contagi da Coronavirus, nonostante siano passati 8 mesi dall’inizio della pandemia, c’è ancora molta confusione sui farmaci da somministrare ai pazienti positivi e “ricoverati” nel proprio domicilio.

Al paziente monitorato da casa, viene detto in genere di prendere tachipirina o paracetamolo per sintomi febbrili, sedativi per la tossa, bere tanta acqua, antinfiammatori se il quadro clinico inizia ad aggravarsi. Cortisone ed eparina solo in caso di emergenza per evitare di aggredire il sistema immunitario del malato; se poi il quadro clinico dovesse peggiorare ancora di più, sarà necessario chiamare il 118.  Ma non tutti i medici sono d’accordo con questo modus operandi. Secondo alcuni, infatti, molti pazienti vengono ospedalizzati proprio perché si ritarda la somministrazione dei due farmaci: il cortisone per spegnere l’infiammazione, l’eparina per prevenire trombi e coaguli.

Secondo le indicazioni del Ministero della salute per i positivi al covid curati a casa è sconsigliato il cortisone, a meno che la saturazione (quella normale è pari a 99) non scendi sotto i 94 o addirittura i 90. L’eparina come anticoagulante, invece,  va sempre  sicuramente data a quei malati, soprattutto anziani, che si muovono poco. L’esitazione nell’impiego del cortisone si basa su un ragione che in teoria ha la sua logica: il farmaco è considerato un immunodepressore, e e visto che l’organismo  ha di fronte a sé un virus, meglio non abbassarne la combattività. La terapia con cortisone in qualche modo rallenta la risposta immunitaria.

Non è affatto d’accordo Salvatore Spagnolo, direttore del dipartimento di Cardiochirurgia dell’Istituti Clinico Ligure di Ata Specialità di Rapallo, secondo cui la somministrazione a domicilio dall’inizio potrebbe combattere l’insorgere dei processi infiammatori e trombotici. “Purtroppo la loro efficacia è limitata dall’essere utilizzati tardivamente, quando il virus ha già causato svariati danni a carico di polmoni e vasi sanguigni. Oggi – aggiunge il dott. Salvatore Spagnolo –  alcune Asl suggeriscono di dare l’eparina ai primi sintomi, ma dovrebbe essere la regola generale”. Una conferma che i farmaci antiaggreganti, somministrati all’inizio della malattia, possono ridurre la mortalità nei pazienti con Covid 19, arriva dall’Università Americana del Maryland. Mettendo a confronto le cartelle cliniche di centinaia di pazienti, un team di studiosi ha rilevato che l’uso abituale di aspirina ha ridotto in modo significativo il rischio di ricovero in terapia intensiva e di morte. Utilizzando eparina, cortisone ed antivirali, medici della New York University hanno stimato, su 5 mila ricoveri tra marzo e agosto, un abbassamento della probabilità di morte dal 25.6% al 7.6%.

Ad oggi, anche l’Oms, a livello mondiale,  consiglia l’impiego di eparina e cortisone soltanto nei pazienti ospedalizzati. Stessa direzione è stata intrapresa dall’Agenzia Italiana del Farmaco che, sul suo sito, scrive: “la cosa migliore è la vigile attesa: non assumere farmaci e trattare solo i sintomi febbrili”.


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