di Maria Cattini – Pur non facendo parte di quei 3,1 milioni di telespettatori (il programma più visto con il 13% di share) che il 17 aprile ha seguito su Raiuno la fiction “L’Aquila, grandi speranze” di Marco Risi, è stato quasi impossibile sfuggire alle polemiche e all’ondata di indignazione che si è levata dagli aquilani contro un’opera di fantasia che, udite udite, non rispecchiava la realtà. Nel giro di poche ore, infatti, l’ondata di isteria collettiva di post di sconcerto per l’incendio di Notre Dame de Paris, nella timeline del mio account di Facebook è stata travolta e sepolta dall’onda di messaggi di concittadini risentiti per la rappresentazione, del tutto fantastica, di una guerra tra bande di ragazzini nella realtà post apocalittica dell’Aquila.
Impossibile dunque sfuggire la polemica e non rimanere sorpresi da quanti ancora ignorino il significato, peraltro piuttosto intuitivo, della parola inglese “fiction”, e si sentano offesi di fronte all’utilizzo dell’”espediente narrativo” che, in letteratura, nella drammaturgia, nel cinema e, in generale, nelle diverse forme di finzione letteraria, è un elemento di una narrazione introdotto dall’autore, in modo deliberato, con lo scopo unico di consentire un determinato sviluppo della trama. Lasciando casomai in sottofondo la narrazione di fatti reali, che però rimangono il vero elemento originario che si tenta di raccontare e tramandare. Non serve ricorrere ad Omero per capirlo.
Semmai si può discutere della poca originalità dell’espediente narrativo utilizzato in questo caso dagli autori della fiction Rai. In questo senso, gli aquilani fanno molto bene ad indignarsi. Ma come, in questi dieci anni, politici e amministratori ci hanno regalato perle che superano di gran lunga ogni realtà e gli autori ricorrono ad una banalissima guerra tra bande di ragazzini, trita e ritrita nella letteratura e nel cinema?
Cari autori potevate, ad esempio, ispirarvi a quel sindaco che, per nutrire il suo ego bulimico, mise in scena addirittura l’inaugurazione di un aeroporto fantasma. Anche se del set originale oggi rimane poco più che una discarica – come documentato recentemente dalle foto dell’assessore Carla Mannetti -, negli archivi avreste trovato belle e pronte le immagini della scena madre: quella di centinaia di ragazzini dell’elementari, con le bandierine dell’Italia in mano, ad attendere inutilmente l’atterraggio di un volo da Milano che trasportava il sindaco desideroso di abbracciare trionfalmente il suo popolo. Roba che neanche il migliore Monicelli sarebbe stato in grado di inventare.
Oppure gli autori potevano trarre ispirazione dalla “fiction” della Zona Franca dell’Aquila, creata anche con la complicità del Governo nazionale, con la quale hanno coglionato commercianti ed imprenditori, oggi ancora in lotta per tentare di sfuggire alla restituzione della tasse inopinatamente non versate. Scena madre: la salita a Bruxelles del sindaco dell’Aquila che guida un esercito con tanto di pecore al guinzaglio. Sai che kolossal!
Oppure, se la produzione non avesse potuto permettersi di girare scene all’estero, si sarebbe potuto rimanere tra L’Aquila e Cinecittà, optando per un’altra incredibile battaglia, molto più urbana: quella inscenata contro le altre città candidate al titolo di “Capitale italiana della cultura”. Scena clou: la riunione decisiva tenuta a Roma, dove una senatrice aquilana, accompagnata da un’improbabile fidanzato arrivato primo ai “Nuovi Mostri”, tra l’ilarità e gli imbarazzi della commissione, gioca tutte le sue carte perchè la sua città possa entrare nel mondo dello spettacolo. Certo, anche questo espediente narrativo non sarebbe stata originalissimo, ma si poteva sempre provare a spacciarlo per un colto omaggio a “Bellissima” di Visconti con la Magnani.

Peccato quindi che gli autori non abbiano tratto spunto dalla mole di storie tragicomiche, capaci di superare ogni fantasia, alle quali abbiamo assistito increduli nel corso di questi lunghi e difficili anni. Così che anche il titolo “L’Aquila, grandi speranze” sarebbe potuta entrate nella tradizione di “commedia all’italiana”, della quale i Risi, un tempo, sono stati grandi maestri. Quella sì sarebbe stata una vera “fiction” Made in L’Aquila.

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