Coronavirus, professore missionario Univaq: “Sarà epidemia della povertà”

di Redazione | 21 Aprile 2020, @12:04 | ATTUALITA'
poveri solidarietà
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L’AQUILA – “Una cosa è certa. Al termine di questa pandemia, il mondo avrà molti più poveri, perché come è noto, le malattie causano le povertà e viceversa. Molte persone, quindi, si troveranno a fare i conti con l’abisso della carenza e della precarietà. È impossibile anestetizzare la povertà, ma se si vuole è possibile guarirla”.

Ne è convinto il professor Francesco Barone, docente al dipartimento di scienze umane dell’Università dell’Aquila, con all’attivo oltre cinquanta viaggi umanitari in Africa, portavoce del premio Nobel per la Pace 2018, Denis Mukwege, che ha denunciato la catastrofe umanitaria in Congo, con centinaia di migliaia di donne violentate, oltre quattro milioni di sfollati e sei milioni di morti.

“Chi è povero subisce innanzitutto una privazione che non può essere mai giustificata. È povero chi è vittima di questo sistema economico che incoraggia e promuove le differenze. La combinazione tra povertà e malattia continua a modificare il metabolismo dell’umanità e a indebolire le nostre difese immunitarie”.

“Anche chi come me non è esperto di economia, non può non riconoscere che questo capitalismo continua a mortificare le relazioni interpersonali”, ragiona Barone. “Qualsiasi economia dovrebbe sempre rispondere delle sue responsabilità di fronte alla dignità umana. ‘Nulla è più scandaloso quanto gli stracci e nessun crimine è vergognoso quanto la povertà’ sono queste parole di George Farquar a rendere bene l’idea sul significato delle povertà e sulle fragilità dell’uomo”.

“L’esplosione e la diffusione del covid-19 anche in Europa ci costringe a riflettere su un fenomeno che fino a qualche tempo fa riguardava i Paesi poveri del mondo. Ora è evidente anche la frustrazione da parte di chi, lavorando con fatica per dare dignità a sé stesso e alla propria famiglia, in certi casi, sperimenta l’inutilità dei propri sforzi. Il virus ha strappato la maschera al volto dell’umanità. È arrivato il momento di dire con chiarezza e coraggio che questa società non si è mai preoccupata di una giusta ripartizione delle ricchezze e dei meriti”.

“C’è una dignità umana che consiste non soltanto nell’avere il necessario per vivere, ma anche nell’avere il diritto e il desiderio di donare. Al povero è stato tolto anche questo: la possibilità di dare. Chi vive o convive con la povertà ha a che fare con l’odissea della tenerezza e della precarietà, e con un desiderio ricorrente: vincere almeno una volta”, continua il professore.

“La povertà insegna a vivere con l’alterazione dell’essere e con le ingiustizie dell’avere. E pensare che diversi secoli fa il trinomio liberté, egalité e fraternité esprimeva sorprendentemente gli ideali rivoluzionari per una società fondata sui valori sempre più posti a dura prova. Per contrastare l’assurdità del male e del dolore è necessario intraprendere non provvisoriamente la strada della pace e della solidarietà, nella consapevolezza che nel mondo, ogni giorno muoiono migliaia di bambini a causa della mancanza di cibo, malnutrizione e malattie facilmente curabili”.

“Questo periodo storico, sta determinando inedite interpretazioni del rapporto tra individuo e collettività. È possibile, quindi, ripartire dal miracolo quotidiano di tutti coloro che sono impegnati a salvare le vite umane. Stiamo imparando il capitolo di una storia nuova e condivisa, un possibile divenire collettivo”.


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