Coronavirus: incubo tampone a Roma per un’aquilana, la burocrazia dematerializzata

La segnalazione

di Redazione | 23 Settembre 2020 @ 06:52 | ATTUALITA'
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L’AQUILA –  Tra le tante storie e storielle legate alla pandemia e al lockdown l’esperienza vissuta da una nostra lettrice ha del paradossale. Trasferita la residenza a Roma da qualche settimana e senza essere riuscita a procedere al cambio del medico di base, si ritrova lunedì scorso con un primo sintomo da Covid-19, la mancanza di sapori e odori. Chiama la mattina il numero verde della sanità laziale e le viene indicato di aspettare perchè è inutile lasciarsi andare a facili allarmismi. In serata ecco che arriva la febbre e forti dolori alle ossa. Richiama il solito numero verde e le viene consigliato di recarsi, l’indomani mattina (vedi, ndr) al centro prelievi Covid19 a San Giovanni. Alle otto del mattino chiama il suo vecchio medico curante all’Aquila per la prescrizione del tampone, visto che la Regione Lazio non permette di effettuare tamponi privatamente, senza impegnativa. Prende l’auto, in condizioni di salute non proprio ottimali, si fa tre ore di fila al drive-in per il prelievo del tampone con la ricetta inviata via mail.

Primo intoppo. La ricetta così come predisposta dal medico aquilano non è conforme alle disposizioni della regione Lazio: deve essere una ricetta bianca dematerializzata. Invece le ha ricevuto una ricetta rossa scansionata. Momenti di panico e stanchezza. Dopo circa 4/5 telefonate con il medico abruzzese si arriva a capire l’arcano. In Abruzzo, o quanto meno all’Aquila, i medici di base utilizzano un software per la gestione delle ricette che contempla la ricetta dematerializzata bianca solo per le prescrizioni di farmaci ma non le impegnative, tipo richiesta del tampone. Nei presidi sanitari della zona è valida la ricetta rossa scanzonata ma per la Regione Lazio no, serve quella bianca dematerializzata o, al limite, l’originale rossa.

Panico. Che fare? Pare non esserci soluzione. Il tampone non si può fare. E allora? Non c’è altro modo, spiegano al drive-in per poter accedere all’accettazione: o la ricetta dematerializzata o niente tampone.

Insomma, un incubo per chi già sta male, preoccupata per una possibile diagnosi di positività e senza una soluzione utile se non tornare all’Aquila solo per ritirare l’originale e, a questo punto, decidere di farsi il tampone anche privatamente in città. Tutto questo con il pericolo, in caso di positività, di continuare a girovagare potendo contagiare chicchessia. 

Niente di drammatico, per carità, ma solo l’ennesima constatazione che la burocrazia in Italia prevale ancora una volta anche sul Covid-19 e sulla salute pubblica. 

 

 


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