Coronavirus: dove e come si rischia maggiormente il contagio

di Redazione | 12 Maggio 2020 @ 19:39 | ATTUALITA'
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L’AQUILA – Sarebbero i bagni, soprattutto quelli pubblici, o le sedi di lavoro i luoghi più a rischio per la diffusione del coronavirus e non le abitazioni o i supermercati, come invece risulta dalle indagini epidemiologiche condotte in diversi paesi. Il passaggio nelle proprie vicinanze di un malato non implica inoltre che si venga contagiati, mentre il rischio potrebbe essere più alto nel caso di vicinanza a una persona che fa attività motoria correndo o che tossisce e starnutisce.

È quanto emerge dagli studi di Erin Bromage, un biologo che si occupa di immunologia e insegna presso l’University of Massachusetts, Dartmouth, negli Stati Uniti. Come si legge sulla testata Il Post, “da qualche giorno un suo articolo divulgativo dedicato alle modalità di diffusione del coronavirus ha ottenuto grandi attenzioni e apprezzamenti, compresi quelli del New York Times, per avere spiegato in modo accessibile quali siano i rischi nell’allentare le restrizioni che diversi governi hanno imposto per rallentare la diffusione del contagio. Il suo post è stato visto più di 10 milioni di volte e aiuta a farsi meglio un’idea non solo di cosa potrebbe accadere, una volta attenuate le limitazioni, ma anche del perché alcuni luoghi di aggregazione sono più a rischio di altri”.

Ma come si diventa effettivamente infetti? In generale, il contagio da qualsiasi virus si verifica nel momento in cui ci si espone ai cosiddetti virioni, cioè i virus nella loro forma al di fuori degli organismi.

“Non è semplice stabilire quante particelle siano necessarie per avviare un’infezione, ma si possono fare stime abbastanza accurate – si legge ancora su Il Post -. Per i coronavirus che causano la Mers e la Sars si stima che siano necessarie un migliaio di particelle virali, e che lo stesso valga per il coronavirus che causa la Covid-19″.

I modi per venire in contatto con queste particelle sono inoltre diversi: possono essere inalate se qualcuno tossisce o starnutisce accanto a noi oppure se ci tocchiamo la faccia dopo aver toccato superfici contaminate. E la quantità conta fino a un certo punto visto che, sempre secondo Bromage “si può rimanere infetti sia nel caso in cui si venga esposti a mille particelle in una volta sola sia nel caso in cui – in breve tempo – si ripetano operazioni che portano a un accumulo di virioni, fino a superare la soglia che rende possibile l’infezione vera e propria”.

I droplet prodotti con la tosse o uno starnuto da una persona infetta possono contenere fino a 200 milioni di particelle virali ed inoltre difficile stabilire quante persone possano essere contagiate respirando i droplet, rispetto a quelle che diventano infette dopo avere toccato superfici contaminate. Meno probabile è essere contagiati tramite la respirazione: espirando produciamo infatti tra i 50 e 5mila droplet a velocità molto inferiori rispetto a quelli prodotti con tosse e starnuti e non espelliamo quantità significative di materiale dalle vie respiratorie profonde, dove si accumulano invece le maggiori riserve del virus. La carica virale dei respiri è quindi molto bassa, sia che ci si trovi all’aperto che in stanze di piccole dimenzioni.

In entrambi i casi, infatti, “non sarebbero sufficienti pochi minuti per ricevere la quantità minima di virioni per avviare l’infezione, ma fino a un’ora ipotizzando che in media l’infetto emetta 20 particelle virali al minuto e che per assurdo siano tutte inalate”. Diverso il discorso per le riunioni di lavoro, dove il rischio potrebbe essere più alto, perché parlando si emettono fino a dieci volte i droplet che si emettono respirando in silenzio.

Un altro problema del Covid sarebbe anche quello della facile diffusione, soprattutto perché nella maggior parte dei casi comporta sintomi lievissimi, al punto che alcune persone nemmeno si rendono conto di essere malate e continuano a condurre una vita socialmente attiva e alimentando, quindi, inconsapevolemte il contagio. Ma non solo. Senza contare poi che alcuni studi hanno addirittura rilevato come molti infetti fossero contagiosi già nei cinque giorni precedenti all’insorgenza di chiari sintomi da Covid-19.

“Le persone infette non emettono sempre la stessa quantità di particelle virali: la loro contagiosità varia a seconda della carica virale, cioè di quanto sia diffusa l’infezione nel loro organismo – precisa l’articolo de Il Post -. Il picco nella capacità di diffondere il coronavirus corrisponde di solito ai momenti poco prima di sviluppare chiari sintomi, e questo spiega perché molti infetti inconsapevoli contagino altre persone prima di praticare l’isolamento, quando scoprono di essere infetti perché si sono ammalati”.

Tenendo a mente tutto questo, e il fatto che molti dettagli sulla trasmissione del coronavirus siano ancora da approfondire, si possono fare valutazioni sul rischio di contagio a seconda dei luoghi e delle circostanze. Lo stesso Bromage segnala come alcuni fatti di cronaca delle ultime settimane aiutino a farsi un’idea sui luoghi a più alto rischio. Si tratta in genere di “luoghi chiusi, con uno scarso ricambio di aria e con un’alta concentrazione di persone”. Tra questi, dopo le case di riposo, le carceri, i bagni pubblici, i luoghi di culto e quelli di lavoro, come ad esempio i call center, dove a causa della condivisione delle postazioni e delle superfici, il pericolo di ammalarsi aumento esponenzialmente.

Non sono promettenti nemmeno gli esami epidemiologici effettuati in luoghi molto frequentati come i ristoranti, che prevedono situazioni in cui si toccano molti oggetti e superfici, come bicchieri, posate, bottiglie o cestini del pane, sui quali i droplet possono depositarsi sia per via diretta che indiretta. Nei supermercati, invece, dice Bromage, il pericolo di contagio è molto basso, soprattutto perché gli spazi offerti al loro interno sono ampi, i ricambi d’aria sono frequenti e, grazie agli ingressi contingentati, il numero di clienti è limitato.

In questo contesto, la prospettiva di riprendere pienamente le attività lavorative e di ripristinare quelle dove avviene buona parte delle nostre interazioni sociali, come ristoranti e locali, non lascia tranquilli molti epidemiologi.

Lo stesso Bromage afferma che, “con l’attenuazione delle misure restrittive sarà molto importante fare valutazioni attente degli ambienti chiusi in cui si lavora, o si incontrano gli amici. I fattori da tenere in considerazione devono essere: le loro dimensioni rispetto al numero di persone che li frequentano la presenza di adeguati sistemi per il ricambio d’aria, il tempo di permanenza negli ambienti potenzialmente a rischio. Soprattutto i datori di lavoro dovrebbero tenere in considerazione questi fattori, ripensando se necessario l’organizzazione degli spazi lavorativi che mettono a disposizione dei loro dipendenti. Un ufficio con un open space, per esempio, deve essere gestito in modo da ridurre il rischio, quindi con adeguati sistemi di aerazione, pannelli divisori e senza trascurare le pratiche del distanziamento fisico. Ambienti lavorativi che richiedono interazioni dirette costanti, magari in circostanze di alta rumorosità e in cui è necessario urlare per farsi sentire, sono da considerarsi più a rischio. Uno spazio lavorativo ben ventilato, con poche persone è invece a rischio più basso”.

Il biologo consiglia poi di rivedere parte delle proprie preoccupazioni per le interazioni all’aperto: “Il passaggio nelle proprie vicinanze di un contagioso non implica che si venga contagiati, anche perché come abbiamo visto il processo deriva dalla quantità di particelle virali e dal loro accumulo in un breve periodo di tempo. Il rischio potrebbe essere un po’ più alto nel caso del passaggio di una persona che fa attività motoria correndo, pratica attraverso la quale espira sicuramente più droplet, ma il tempo di esposizione è comunque molto limitato considerata la velocità di un corridore”.

Invita infine a evitare di toccarsi la faccia con le mani sporche, praticare il distanziamento fisico, evitare i luoghi affollati, ridurre le interazioni sociali e lavarsi di frequente le mani con il sapone, per almeno 20 secondi. Sul posto di lavoro, infine, esorta a richiedere ai datori tutte le protezioni necessarie e gli accorgimenti per ridurre il rischio di contagio.


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