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Comunicazione pubblica, il confine sottile tra informazione e propaganda

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Sarà lo spirito di questi tempi, con esempi eclatanti come quelli legati alla comunicazione del presidente statunitense Donald Trump, ma il confine tra informazione e potere appare oggi più sottile che mai.

L’AQUILA – Sarà lo spirito di questi tempi, con esempi eclatanti come quelli legati alla comunicazione del presidente statunitense Donald Trump, ma il confine tra informazione e potere appare oggi più sottile che mai.

Un tema che attraversa l’intero mondo dell’informazione, anche quello italiano, chiamato a interrogarsi su sé stesso e sul proprio ruolo. È accaduto questa mattina all’Aquila, nella sala Ipogea di Palazzo dell’Emiciclo, nel corso del seminario promosso dall’Ordine dei Giornalisti d’Abruzzo insieme alla Conferenza dei Presidenti delle Assemblee legislative, dedicato proprio alla comunicazione pubblica e alle sue trasformazioni.

Ad aprire i lavori, nei saluti istituzionali, sono stati Donato Robilotta, direttore generale della Conferenza dei Presidenti delle Assemblee legislative, e la presidente dell’Ordine abruzzese Marina Marinucci, che ha richiamato l’attenzione sul ruolo della stampa locale, tra le più esposte alle criticità quando gli uffici stampa non svolgono correttamente la propria funzione.

Un richiamo alla responsabilità è arrivato invece dal presidente del Consiglio regionale Lorenzo Sospiri, che ha invitato a “mettersi dall’altro lato della barricata”, sollecitando anche il mondo dell’informazione a soppesare comportamenti e parole.

Il primo panel, moderato dal giornalista Nunzio De Luca, responsabile dell’Ufficio stampa del consiglio regionale abruzzese e componente della rete degli uffici stampa dei Consigli regionali impegnata in un percorso di riforma del settore, è entrato nel merito delle criticità e delle prospettive della comunicazione pubblica.

A fissare i punti cardine della discussione è stato Roberto Biassoni, capo ufficio stampa dell’assemblea legislativa lombarda, che ha individuato tre architravi fondamentali su cui lavorare: credibilità, competenze e compenso.

La credibilità del giornalista, ha sottolineato, è il primo elemento da recuperare, anche attraverso il rispetto rigoroso della deontologia, come ha aggiunto più tardi Ruben Razzante. Le competenze rappresentano il secondo pilastro: oggi al giornalista è richiesto di padroneggiare linguaggi diversi e strumenti molteplici, in un contesto sempre più multidisciplinare. Infine il compenso, senza il quale non può esserci autonomia né indipendenza.

Proprio su questi ultimi due aspetti Biassoni è stato anche provocatorio. Il contratto Fnsi, il cuore del ragionamento, resta un riferimento importante e non può essere messo in discussione in sé, ma riguarda ormai una platea sempre più ristretta di giornalisti. Il rischio – è un dibattito aperto nel mondo dell’informazione – è che la sua difesa si trasformi nella difesa di un modello produttivo che, nella realtà della maggioranza dei giornalisti, non esiste più. Se le nuove competenze richieste oggi al giornalista, sempre più multidisciplinari, non vengono riconosciute e valorizzate, il rischio è quello di spingere ulteriormente ai margini del perimetro contrattuale una larga parte della professione, dentro e fuori gli enti pubblici.

Nel corso del dibattito Katia Scolta ha raccontato la sua esperienza in Regione Abruzzo, mentre Stefano Pallotta, consigliere nazionale dell’Ordine, ha posto l’accento sul tema della disintermediazione, evidenziandone i rischi: un rapporto sempre più diretto tra istituzioni e cittadini che può finire per aggirare il ruolo del giornalismo e indebolirne la funzione di controllo.

Una dinamica che può però essere letta anche in un’altra chiave. La disintermediazione può rappresentare un’opportunità per il giornalismo di riaffermare la propria centralità e la funzione di verifica e approfondimento dei fatti, ma questo a condizione che i giornalisti siano messi nelle condizioni di lavorare e siano adeguatamente formati sul piano deontologico.

Tematiche riprese con forza da Ruben Razzante, docente di diritto dell’informazione e figura di riferimento del dibattito deontologico italiano. La credibilità, ha argomentato, è ciò che distingue i giornalisti dagli altri, ma se sono i primi a lavorare male diventa difficile rivendicare autorevolezza e autonomia. E la correttezza deontologica spetta in primis ai colleghi degli uffici stampa. “L’informazione istituzionale – ha dichiarato – deve garantire il diritto dei cittadini a un’informazione corretta, imparziale ed equilibrata. Se viene meno a questo suo ruolo diventa propaganda, cioè finisce per veicolare verità predeterminate e per alimentare la macchina del consenso”.

Un richiamo alla coerenza che si inserisce in una sfida più ampia, quella economica. Il sistema dell’informazione, ha osservato, è sempre più squilibrato a favore delle piattaforme digitali. Tra gli esempi citati, quello dei riassuntini dei motori di ricerca, che hanno contribuito a ridurre fino al 25% il traffico verso i siti di informazione, senza però garantire alcun ritorno economico a giornalisti ed editori. Su questo punto, ha sottolineato, è necessario un intervento normativo.

E sempre sul fronte normativo, attenzione anche all’applicazione della legge 150 sulla comunicazione pubblica, spesso aggirata:

“Bisogna fare in modo che le pubbliche amministrazioni si rendano conto che l’informazione è un’attività professionale – ha aggiunto – e che servono giornalisti con competenze adeguate. Occorre fare muro contro gli abusi”.

Tra le proposte emerse, la necessità di rivedere la normativa, estendendo l’obbligo di iscrizione all’albo anche ai portavoce e ai social media manager, oltre a prevedere forme consorziate per consentire anche ai piccoli Comuni di dotarsi di giornalisti qualificati.

Il seminario è proseguito con un secondo panel dedicato al confronto tra i protagonisti della stampa locale, moderato dalla presidente Marina Marinucci, e si è chiuso con l’intervento di Giovanni Grasso, portavoce del Presidente della Repubblica.