Si rinnova il momento di confronto e di approfondimento con lo psicologo Adriano Garcia. L’appuntamento di oggi propone una vera e propria analisi sul vissuto delle persone e sulle sfumature che ne possono derivare. Un passato che talvolta può essere doloroso se caratterizzato da traumi e difficoltà. Le riflessioni pertinenti ed assolutamente attuali in relazione ai sentimenti, alle relazioni e a tutto quello che ne consegue, generano un tracciato complesso che ha a che fare con le reazioni che possono scatenarsi in seguito ad esperienze vissute anche in età adolescenziale. “A tutti è capitato, almeno una volta, di trovarsi di fronte al cellulare a fissare lo schermo mentre i minuti passano, sentendo un nodo al petto solo perché il partner non risponde, o al contrario, di provare un desiderio improvviso di scappare e chiudersi a riccio non appena un rapporto comincia a farsi davvero intimo. Se ti riconosci in una di queste scene, c’è una buona notizia: non sei “sbagliato” e non sei “pazzo”. Molto probabilmente stai solo applicando una risposta automatica che hai imparato tantissimo tempo fa, quando eri troppo piccolo per capire cosa ti stesse succedendo intorno” – ha dichiarato Adriano Garcia e di seguito le preziose considerazioni.
Adriano Garcia, l’ansia nelle relazioni da cosa nasce?
In psicologia la chiamano “teoria dell’attaccamento”, ma per dirla senza paroloni, è il modo in cui il nostro cervello ha imparato a rispondere a una domanda fondamentale: “Se ho bisogno di te, tu ci sarai?” Il padre di questa teoria fu lo psicoanalista britannico John Bowlby negli anni ’50, osservando come i neonati reagivano alla separazione dalla madre. La scoperta fu rivoluzionaria: il modo in cui le nostre figure di riferimento (i genitori o chi si è preso cura di noi) hanno risposto ai nostri bisogni emotivi nei primi mesi di vita crea un’impronta digitale affettiva. Una sorta di mappa invisibile che, da adulti, guidiamo al buio nelle nostre storie d’amore.
Come traduciamo queste “impronte” nella vita di tutti i giorni?
Questa può essere una possibile definizione: l’attaccamento Sicuro: “Mi fido di te, mi fido di me”. Chi ha avuto la fortuna di crescere con adulti disponibili dal punto di vista emotivo, coerenti e anche capaci di accogliere la paura senza drammi né indifferenza, da grande sviluppa un attaccamento sicuro. In una coppia, queste persone non hanno paura dell’intimità, ma non temono nemmeno la solitudine. Se c’è un problema ne parlano; se il partner esce con gli amici non vanno nel panico. Sanno che l’amore non è una prigione né un filo su cui camminare in equilibrio precario.
Quanto incide l’atteggiamento dei genitori?
Se da bambino i tuoi genitori erano imprevedibili, a volte affettuosi e presenti, altre volte distanti, e sopraffatti dalle loro stesse ansie, il tuo cervello ha registrato un messaggio chiaro: L’amore c’è, ma può sparire da un momento all’altro e da adulti, chi ha uno stile ansioso vive le relazioni con il cuore in gola. Cerca un’unione totale, quasi simbiotica, e al minimo segnale di distacco, un tono di voce più freddo, una risposta sintetica, interpreta la distanza come un imminente abbandono. Ha costantemente bisogno di rassicurazioni, perché sotto sotto non crede di meritare di essere amato per quello che è.
Nel caso di presenza di genitori cosiddetti “anaffettivi”?
Naturalmente all’opposto troviamo chi è cresciuto con figure di riferimento anaffettive, rigide o rifiutanti. Bambini a cui è stato fatto capire, più o meno esplicitamente, che piangere è un segno di debolezza e che chiedere aiuto non serve a niente. La strategia di sopravvivenza? Spegnere le emozioni. Da grandi, le persone evitanti si mostrano iper-indipendenti, forti, impermeabili. Ma la loro è una fortezza, non una vera sicurezza. Quando un partner prova ad avvicinarsi davvero, l’evitante sente una sensazione di soffocamento e si ritira. La loro massima difesa è: “Se non mi lego a te, non potrai farmi del male”.
Parliamo invece degli adulti segnati da traumi infantili…
Qui si apre un altro aspetto, complesso e doloroso, tipico di chi ha vissuto un’infanzia segnata da traumi, spaventi o forte instabilità all’interno delle mura domestiche. La persona che doveva proteggerti era anche quella che ti incuteva timore. In età adulta, questo si traduce in un cortocircuito emotivo: un desiderio disperato di vicinanza accompagnato dal terrore puro dell’intimità. Chi ha questo stile tende a vivere relazioni tempestose, spingendo l’altro via per poi inseguirlo subito dopo, intrappolato in un loop di attrazione e paura.
Come si raggiunge la consapevolezza dei propri limiti caratteriali?
Il rischio più grande, quando si legge di questi temi, è usarli come un’etichetta per giustificare tutto: “Sono evitante, quindi è normale che ti tratti con freddezza”, oppure “Ho l’attaccamento ansioso, rassegnati alle mie scenate”. La verità è che questi stili non sono una condanna a vita. In psicologia si parla di “sicurezza guadagnata”: da adulti possiamo riprogrammare le nostre mappe emotive. Come? Attraverso la consapevolezza, certo, ma soprattutto attraverso le esperienze. Scegliere un partner sicuro, iniziare un percorso di terapia o semplicemente imparare a riconoscere quando stiamo reagendo a una ferita del passato e non alla realtà del presente sono i primi passi per smettere di essere ostaggi della nostra infanzia. Per imparare, finalmente, ad amare senza la costante paura di cadere.








