Come gestire la fase 2 di ragazzi e adolescenti, la psicologa: “Attenzione alla voglia di trasgressione”

di Mariangela Speranza | 26 Maggio 2020 @ 06:00 | ATTUALITA'
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L’AQUILA – Non uscire in gruppo, mantenere le distanze, evitare feste e locali. Con l’avvio della fase 2, le restrizioni si sono in parte allentate, ma tutti hanno dovuto imparare a relazionarsi con nuove modalità di incontro, spesso dimenticando di osservare le misure di distanziamento e creando quindi assembramenti e situazioni ritenute dannose rispetto all’emergenza sanitaria in atto. Anche i più giovani, il cui ritorno alla normalità per certi versi sembra essere ancora più complicato.

Importante è, al riguardo, il ruolo dei genitori e degli insegnanti, che dovranno aiutarli a ristabilire gli equilibri e le sicurezze perse a partire dall’inizio dell’epidemia e, nel caso degli adolescenti, a gestire la voglia di autonomia e di trasgressione tipiche della crescita. Ma come? Lo spiega a L’Aquila Blog la psicoterapeuta aquilana specializzata in infanzia e adolescenza Veronica Levanti.

Quanto è complicato gestire bambini e adolescenti con l’avvio della fase 2?

Dai primi segnali che sto raccogliendo, l’impressione è che la gestione di bambini e adolescenti, nella fase 2, risulti ancora più complessa di quanto non sia accaduto all’inizio dell’emergenza. Questo perché la fase 1 è stata caratterizzata, in generale, da un diffuso sentimento di angoscia, dalla necessità di rifugiarsi in casa per proteggere se stessi/e e i propri cari e dalla percezione di un sacrificio collettivo e universale. Adesso, dopo il protrarsi di questo sacrificio per quasi tre mesi, è forte il bisogno di uscire e di tornare alla “normalità”, di negare l’angoscia sperimentata fino a pochi giorni prima, di immergersi in una primavera ormai inoltrata che invita a stare all’aperto, in compagnia, nei tanti luoghi di svago che questa città e questa regione offrono. E il richiamo all’ordine, al distanziamento e all’uso della mascherina diventano doppiamente frustranti, sia per la scomodità sia per il costante rimando al trauma appena attraversato, un po’ come la borsa sempre pronta, dal 6 aprile in poi, ha continuato a ricordarci la violenta e drammatica esperienza alla quale eravamo miracolosamente sopravvissuti/e… Si tratta di strumenti necessari e dolorosi al tempo stesso. E se l’adulto prova dolore e rabbia è difficile aiutare bambini e adolescenti a gestire le medesime emozioni, con i comportamenti che ne conseguono. Credo che la chiave, in questo momento, sia la gradualità, cioè il riaprirsi progressivamente ai contatti e alle attività, in sicurezza, nell’attesa che i dati relativi al contagio diventino via via più incoraggianti. È possibile educare figli e figlie, anche piccoli, alla gestione della frustrazione e della gradualità. Non siamo ancora alla fine dell’emergenza, ma dobbiamo continuare a muoverci verso una direzione che ci permetta di uscirne al più presto.

Sarà un problema anche in vacanza, soprattutto al mare, viste le limitazioni imposte dalle misure restrittive. Come devono comportarsi i genitori con i più piccoli?

Questo è un tasto molto doloroso e lo è già da mesi, perché bambini e ragazzi manifestano timori e preoccupazioni in merito alla salvaguardia delle loro vacanze al mare già dall’inizio dell’emergenza. Al giorno d’oggi, sappiamo che andare al mare sarà possibile, ma con una serie di restrizioni che sembrano già faticosamente tollerabili per gli adulti, ma appaiono quasi del tutto inattuabili per i loro figli e le loro figlie. I genitori sanno cosa devono o non devono fare, ma non sanno come gestire concretamente delle situazioni che prevedibilmente riguarderanno bambini e bambine, in modo particolare. Sarà possibile tenerli sotto l’ombrellone, senza farli entrare in contatto con nessuno? E come gestirli all’interno delle aree gioco, garantendo le distanze fisiche fra di loro? Ho l’impressione che la difficile attuazione di queste misure stia generando, in questa fase, scoramento, rassegnazione, frustrazione e, in alcuni casi, rabbia e oppositività di fronte a quella che viene percepita come un’inaccettabile imposizione. Credo sia importante pensare a delle soluzioni sostenibili, soprattutto per l’infanzia, immaginando ad esempio luoghi o attività destinati a piccoli gruppi, che garantiscano a bambini e bambine uno spazio di gioco condiviso e, al tempo stesso, sufficientemente sicuro.

E durante le passeggiate e nel caso di uscite al parco giochi?

Un’analoga difficoltà sembra presentarsi, in effetti, anche nel caso del parco giochi, dove risulta complesso limitare attività e contatti di bambini e bambine, perlopiù affamati di scambi con i loro coetanei. Alcuni, un po’ più grandi, possono essere capaci di rispettare un distanziamento fisico, ma prima dell’età scolare questo è davvero molto complicato. È stato possibile, nella fase 1, spiegare loro che non ci era consentito uscire, ma come si fa, adesso, a trasmettere una regola tanto complessa a un bambino o a una bambina di 2 o 3 anni? Forse, analogamente alle soluzioni che si stanno individuando per nidi, scuole dell’infanzia e centri estivi, si potrebbero strutturare – anche qui come in spiaggia – piccoli gruppi di coetanei con cui sia possibile entrare in contatto. Questo, lo ribadisco, in un’ottica di gradualità, per affrontare una fase di transizione che, se gestita con superficialità, rischia di riproiettarci all’inizio dell’emergenza. Una situazione meno complessa mi sembra sia, invece, quella relativa alle passeggiate, che sono permesse con l’unica accortezza di evitare assembramenti. È meno complessa perché questa accortezza l’adulto ha la possibilità di pensarla e garantirla all’origine, senza creare particolare disagi per bambini e bambine, che sanno trovare piacevole e stimolante una passeggiata anche in assenza di situazioni di gioco con i pari.

Per quanto riguarda gli adolescenti, invece, come gestire le uscite con gli amici?

All’interno della fascia d’età adolescenziale, ho l’impressione che il disagio sia di altra natura. L’uso della mascherina interferisce con la percezione di sé e del proprio corpo ancora molto instabile e carica di insicurezze, mentre il distanziamento raffredda quegli scambi che sono spesso molto fisici, per ragazzi e ragazze, oltre che verbali. E c’è anche un altro aspetto: l’adesione alle misure restrittive e di contenimento suona come una rigida sottomissione all’adulto o, peggio ancora, come una dichiarazione di paura. Chi è coraggioso si avvicina, si scambia la bottiglia che sta bevendo, non usa la mascherina: non è facile sottrarsi a queste aspettative spesso perfino esplicite, in un gruppo. Al naturale desiderio di trasgressione delle regole degli adulti, in favore delle regole dei pari, sembra inoltre mescolarsi, in questa fase, una percezione sempre più sbiadita della pericolosità del virus: è ancora presente, è andato via, si è attenuato, può ancora uccidere? Sembra che neanche gli adulti sappiano più rispondere con certezza a queste domande, al momento, ed è dunque difficile, per loro, fornire delle sponde solide ai propri figli e alle proprie figlie. Anche ai ragazzi e alle ragazze, dunque, bisognerebbe offrire delle regole chiare e sostenibili, spiegando concretamente e dettagliatamente come fare a stare insieme, in questa fase, senza correre troppi rischi. Il rischio, altrimenti, diventa quello che non ci sia nessuna regola, perché nessuna di quelle esistesti risulta sufficientemente adeguata alle loro reali esperienze e al loro contesto relazionale.

Come far meglio comprendere ai propri figli la necessità di dover attuare determinati comportamenti fuori casa in questo periodo di pandemia, senza che i consigli passino per vere e proprie imposizioni?

Credo che una grande difficoltà, in questo momento, sia legata al vissuto che molti adulti stanno manifestando, per primi, in relazione alle attuali norme di comportamento. Tanti le percepiscono, appunto, come un’ingiusta ed inutile imposizione. E, naturalmente, se un adulto non condivide le cautele da attuare, è arrabbiato per le restrizioni o sente come intollerabili e irrealizzabili le limitazioni destinate ai propri figli e alle proprie figlie, è difficile poter trasmettere a questi/e ultimi/e un messaggio coerente ed efficace. L’impressione che ho, in generale, è che la percezione del rischio si sia bruscamente ridimensionata, in questa fase 2, lasciando spazio a comportamenti spesso riconducibili ad un passato che precede e contemporaneamente nega l’inizio stesso dell’emergenza. Desideriamo tutti e tutte di poter tornare ad un presente sgombro da angosce e pericoli, ma al momento ci troviamo in una condizione che potremmo definire di “ritorno all’anormalità”, come è emerso, recentemente, in una ricca e proficua riflessione fra colleghe e colleghi. E “anormalità” significa adottare delle misure straordinarie, che si spera siano solo transitorie, per affrontare una fase che, a guardar bene, presenta dati ben più preoccupanti di quelli che, a fine febbraio, ci hanno gettati nella precarietà e nell’angoscia, paralizzandoci in un tempo brevissimo. Se il genitore è in grado di fare sua questa condotta, questa accettazione di una provvisoria anormalità, allora è in grado anche di trasmettere ai propri figli e alle proprie figlie una consapevolezza e delle strategie di comportamento facilmente metabolizzabili ed interiorizzabili fin dalla prima infanzia.


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