“Ciao Tommaso, sei il nostro piccolo campione”

L'Aquila dice addio al piccolo travolto da un'auto nel parco giochi dell'asilo 'I Maggio'. Monsignor Petrocchi: "Il dolore estremo, il più lacerante che possa colpire un essere umano, è la sofferenza dei genitori che vedono morire un figlio"

di Marianna Gianforte | 21 Maggio 2022 @ 18:55 | CRONACA
tommaso
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L’AQUILA – L’orsacchiotto di peluche non ha mai lasciato la piccola bara bianca coperta di fiori: da quando è uscita dall’auto che l’ha accompagnata davanti alla basilica di Santa Maria di Collemaggio, sino al suo ingresso all’interno della chiesa e dopo, nel percorso inverso, al termine della messa. E’ rimasto lì, ai suoi piedi, durante tutta la cerimonia, amico fedele e sorridente. C’è da giurarci che quel peluche era il preferito da Tommaso D’Agostino, il bambino dal folto caschetto nero e dagli occhi a forma di mandorla che un’auto ha travolto, uccidendolo a soli 4 anni, il 18 maggio scorso, mentre giocava nel parco giochi dell’asilo ‘I Maggio’, a Pile.

Al fianco della piccola bara la foto del volto di Tommaso: indossa e indosserà sempre una maglietta blu con la scritta ‘legends’. Un abbraccio collettivo, allargato, di tutta la città quello di oggi, in una giornata caldissima, alla famiglia del piccolo che dopo aver lottato per restare in vita mercoledì si è spento tra le braccia dei medici che cercavano di rianimarlo mentre lo trasportavano all’ospedale. E c’era davvero tutta la città oggi al fianco dei genitori e dei famigliari di Tommaso, loro stretti nel dolore sobrio, intimo, privato, in cui nessuno può entrare. Lo ha detto anche l’arcivescovo Giuseppe Petrocchi nella sua omelia spezzata dalla commozione, all’interno della basilica colma di gente e in cui era vietatissimo anche soltanto esibire un cellulare:

“Il dolore estremo, il più lacerante che possa colpire un essere umano, è la sofferenza dei genitori che vedono morire un figlio. È un dolore che non può essere detto, perché le parole non sono in grado di contenerlo ed esprimerlo. Forse le due espressioni che meglio riescono a segnalarlo sono il grido o il silenzio. Tuttavia si nota un paradosso: questo dolore che non può essere raccontato, non ha bisogno di essere spiegato: perché ogni mamma, in qualunque parte del mondo, lo capisce proprio perché è mamma; così come ogni papà lo capta pienamente se si mette sulla lunghezza d’onda dei sentimenti propri di un padre”.

E poi le autorità locali, il sindaco Pierluigi Biondi – commosso e provato dal dolore tante volte espresso in questi giorni – la prefetta Cinzia Torraco, il presidente della Regione Marco Marsilio, il presidente dell’Anci Abruzzo Gianguigo D’Alberto, il vicepresidente della Regione Emanuele Imprudente, l’assessore Guido Quintino Liris, la deputata del Pd Stefania Pezzopane, il presidente del Consiglio comunale dell’Aquila Roberto Tinari, il vicepresidente vicario del Consiglio regionale Roberto Santangelo e tanti altri esponenti politici locali. Poco più in là, nella navata destra della basilica colma, gli amici, le maestre si asciugano le lacrime, si stringono tra loro, ma il dolore è ancora troppo incontenibile.

Spunta, orgoglioso, il gonfalone dell’istituto Mazzini (del quale l’asilo dell’infanzia ‘I Maggio’ fa parte) sorretto dagli studenti in maglietta blu, accanto a quello della Regione e del Comune. Schierati in divisa del corpo all’interno della basilica – e poi all’esterno, all’uscita della bara – i vigili del fuoco, con le mani giunte davanti a sè: sono loro che per primi a mani nude e con tutti i loro mezzi possibili hanno cercato di liberare Tommaso e gli altri cinque bambini tra gli ingranaggi infernali dell’auto e dell’inferriata, in un’assurda corsa contro il tempo. 

“La Città oggi è tutta qui e proprio tu, piccolo Tommaso, sei anche il centro dei sentimenti “forti e gentili” dell’intera comunità abruzzese: ecclesiale e civile”,

ha detto Petrocchi nella sua omelia pesata parola per parola. Parole rivolte soprattutto ai genitori:

“Proteggili, i tuoi genitori, oggi hanno bisogno di te. Prenditi cura di mamma Alessia e di papà Patrizio. Tu, piccolo, sei il nostro campione, e noi siamo fieri di presentarti al trono dell’Altissimo: sicuri di fare una splendida figura! Prenditi cura delle tue amichette e dei tuoi compagnetti che hanno riportato ferite: chiedi la grazia che superino il trauma psicologico che hanno subìto. Ti raccomando anche di fare una invocazione speciale per le loro famiglie, perché – affiancate dal concorso di tutti – superino questo passaggio sconvolgente della loro esistenza. Ti assegniamo il compito di prodigarti perché cessino le guerre che insanguinano tante parti del mondo. In particolare ti chiediamo di vigilare sui piccoli che soffrono in qualunque angolo della terra: in particolare, sui bimbi ucraini”.

E’ qui che anche la voce del cardinale viene rotta da un pianto spento subito in gola: “Tommaso è bello, come tutti i bambini. Per il candore della sua fisionomia e per la limpidezza semplice dei tratti, che incantano e suscitano nelle persone brave e oneste un immediato senso di custodia e di benevolenza”.

Ma Petrocchi sa che il dolore dei genitori deve rispondere a domande immense: “Perché è capitato a lui? Perché così? Perché adesso? Perché proprio lì? La tragedia – prova a rispondere il vescovo – di cui siamo testimoni sgomenti, ci chiede il coraggio di dare voce a questi perché: ­dobbiamo avere l’umiltà di bussare alla porta del Vangelo, per trovare la Verità che scioglie i nodi e la forza che ci consente di rendere, questa sconfitta, una opportunità di crescita spirituale e umana”.

Restano composti mamma Alessia e papà Patrizio, non un gemito, non un pianto, e a loro, nel momento dello scambio del gesto di pace, vanno Petrocchi e il rettore della basilica don Nunzio Spinelli, stringono le mani per dire: “Siamo qui, non sentitevi soli”. E si abbracciano, uno dietro all’altra, in modo protettivo, mentre mille palloncini celesti e banchi liberati finalmente sembrano dire: “Ciao Tommaso, bimbo dal viso puro, vola verso il cielo. Insieme a noi arriverai lontano”.

 

 


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