Chiusura della Porta Santa. Il cardinale Petrocchi: “Celestinizzare sempre più la Perdonanza”

di Fausto D'Addario | 30 Agosto 2023 @ 05:11 | PERDONANZA
Chiusura Porta Santa
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L’AQUILA – “Celestinizzare sempre più la Perdonanza”, con questo termine il cardinale Giuseppe Petrocchi, Arcivescovo dell’Aquila, ha concluso l’omelia per la messa di chiusura della Porta Santa, mentre i fedeli continuavano ad affollare la Basilica di Santa Maria di Collemaggio entrando dalla Porta approfittando degli ultimi minuti. “Mi soono permesso di coniare questo neologismo, “celestinizzare”, sapendo con certezza che gli aquilani ne avrebbero compreso appieno il significato”, ha poi spiegato. Come da tradizione, alla partenza del Corteo della Bolla, il sindaco Pierluigi Biondi è salito sulla torre della Basilica per spegnere il braciere della pace, acceso lo scorso 23 agosto con il Fuoco del Morrone, dichiarando ufficialmente chiuse le celebrazioni della 729° edizione della Perdonanza Celestiniana. I due discorsi, l’omelia del cardinale e le parole finali del primo cittadino, hanno colto e descritto, in perfetto equilibrio tra chiesa e municipalità, il senso religioso e civico di questa festa.

Petrocchi ha descritto Celestino V come “un personaggio semplice: aveva un carattere unitario, compatto, ma al tempo stesso complesso, per le molteplici attitudini e inclinazioni che possedeva”. “Aveva anche una profonda intuizione dei pensieri e dei sentimenti di coloro che lo avvicinavano: questa abilità di scrutare l’anima gli derivava dal lavoro di scandaglio sulla sua interiorità e dai contatti delle persone che gli parlavano delle loro tribolazioni”. La semplicità e la trasparenza del suo animo non erano però sinonimi di sprovvedutezza: Pietro Celestino “era dotato pure di una robusta intelligenza pratica, che lo rendeva competente nel risolvere difficoltà concrete e nel guidare la comunità da lui suscitata. Nel corso della sua esistenza si è rivelato oltre che un coinvolgente fondatore, anche un buon organizzatore”. Tuttavia, come uomo di frontiera ed eremita orientato all’Assoluto, Celestino non aveva grandi familiarità con gli assetti della curia papale, ma nonostante ciò fu “uomo dalle scelte ardite, poggiate sulla radicale fiducia nella provvidenza, pronto a reggere l’urto delle avversità e a battersi con coraggio per migliorare la società che incontrava. È stato un profeta credibile perché autentico testimone del Vangelo”. E tra le scelte ardite, quel grande dono alla chiesa e al mondo che è stata la Perdonanza:proprio perché aveva fatto esperienza della miseria umana e della misericordia divina, ha compreso la centrale importanza di aprire a tutti e a ciascuno la Porta Santa dell’indulgenza, nella carità del Signore crocifisso e risorto”, secondo l’appello appassionato dell’apostolo Paolo, che risuonava continuamente nelle parole e nelle opere di Pietro da Morrone: “lasciatevi riconciliare con Dio”. Il cardinale ha poi ricordato la visita all’Aquila di Papa Francesco, quando il pontefice “ha vigorosamente sottolineato che Celestino V è stato un testimone coraggioso del Vangelo, perché nessuna logica di potere lo ha potuto imprigionare e gestire. In lui noi ammiriamo una chiesa libera dalle logiche mondane e finalmente testimone di quel nome di Dio, che è misericordia. Questo è il cuore stesso del Vangelo, perché la misericordia è saperci amati nella nostra miseria”. Anche se gli umili, come Pietro Celestino, appaiono agli occhi degli uomini deboli e perdenti, “in realtà sono i veri vincitori, perché sono gli unici che confidano completamente nel Signore e conoscono la sua volontà”. La testimonianza di Giovanni Battista – tra il 28 e il 29 agosto cade la ricorrenza liturgica del martirio del Precursore – ci insegna che l’appartenenza al Signore porta sempre un’impronta martiriale, cioè segnata dalla sofferenza. “La vera devozione a Celestino V sta nel seguire la sua dottrina e il suo esempio: infatti venerare fa sempre rima con imitare. La lezione di Pietro da Morrone resta attuale, perché animata dallo spirito di verità e di comunione”. E in conclusione l’appello del cardinale: “Chiediamo perciò la grazia di celestinizzare sempre di più la Perdonanza, come anche la nostra vita, trasformandole con crescente coerenza in luminoso riflesso, dentro la storia del come in cielo così in terra. La Madonna di Collemaggio ci aiuti a rendere la perdonanza scuola di umiltà e proprio per questo centro propulsore di pace, con Dio con noi stessi e con gli altri e casa fraterna, di solidarietà, oggi e in tutti i giorni che segneranno il nostro cammino nel tempo”.

Al termine della celebrazione, le parole del sindaco Pierluigi Biondi si sono sciolte in un emozionante inno a L’Aquila, che si appresta a candidarsi come prossima Capitale Italiana della Cultura 2026. “Non c’è una prospettiva bugiarda, non c’è stanchezza progettuale, non ci sono parole false e fittizie in questo discorso di commiato da giornate intense, cariche di fede e di gioiosità”, assicura il primo cittadino. È stato il momento della sincerità, della speranza, del dialogo, dell’ascolto e del perdono.

Un ringraziamento non poteva non andare ai Negramaro, “il capolavoro della 729° Perdonanza Celestiniana, perché è stato un concerto-preghiera, un evento-nemesi, un percorso di riconciliazione con il destino e di accoglimento della rifioritura”. E quando hanno intonato la canzone “Domani”, si sono sentite tutte le lacrime delle settemila persone presenti al Teatro del Perdono. Biondi dipinge il suo amore per il capoluogo e i suoi abitanti con immagini toccanti: “Se mi chiedessero di descrivere come siamo noi aquilani, direi che siamo fieri e innamorati della nostra città, anche se a volte ci strappa il cuore, come nel 2009. In questo amore per l’Aquila c’è tutto: le vittime indimenticabili del sisma, le pietre vecchie e nuove dove poggiano gli sguardi melanconici, gioiosi, critici e ammirati, la dolcezza di alcune sere d’autunno e la crudezza degli inverni, l’azzurro unico del nostro cielo e l’aria così tersa che sembra lavata nell’Aterno, come facevano le nonne con le lenzuola, il centro storico che racchiude il nostro mondo, fatto di storia nobile e bellezza prorompente, le istituzioni culturali della conoscenza e della ricerca”. E poi c’è la Bolla del Perdono, gelosamente custodita dalla municipalità per volere dello stesso Celestino V, che Ignazio Silone, ne L’avventura di un povero cristiano, descriveva come uomo semplice, ma di grande carisma spirituale, “che non può giungere a un compromesso per conciliare i doveri del trono con i principi di vita di un credente autentico, l’eterno dramma del cristiano che è nel mondo, ma non deve essere del mondo”.

Il sindaco Biondi non nasconde però che da grandi responsabilità derivano anche grandi doveri, nei riguardi delle risorse che possiede il capoluogo e delle criticità che restano da affrontare: “Forti del portato, per certi versi incomparabile della nostra storia cittadina, in questi anni ci siamo impegnati per fare dell’Aquila un modello di affrancamento dalla marginalità, male oscuro delle aree interne, mettendo a sistema la natura, l’architettura, la cultura, l’enogastronomia, trasformando le fragilità in opportunità di crescita. Abbiamo dimostrato che il racconto delle zone di montagna può essere cambiato. L’Aquila è ora una meta stimolante, dove la bellezza è tornata visibile grazie ad un processo di emersione e di riuso/rinascita. La cultura è stata l’intuizione vincente, nata da una visione ben precisa fondata sul rilancio della città attraverso la rilettura creativa della memoria; l’esaltazione dei valori sociali e religiosi, come forme di progresso civile e di attrazione turistica; la ridefinizione del concetto di comunità plurale e inclusiva; l’apertura ai saperi, alla conoscenza e alla ricerca; la possibilità di usare e vivere diversamente il tempo”. Gli aquilani sono così: nei secoli ogni volta che c’è stato un terremoto, si sono rimboccati le maniche e hanno trovato la forza e l’ostinazione per rinascere: “le montagne, le nostre montagne, ci insegnano che vanno affrontate con la fatica, la pazienza, l’ostinazione, la prudenza, la paura e il coraggio. Ci insegnano che passo dopo passo, come sui sentieri di montagna, chiodo dopo chiodo, come nelle pareti rocciose, si arriva alla cima”. Se L’Aquila è capitale del perdono, il pensiero non può non andare agli sforzi “della diplomazia vaticana e della diplomazia dell’Europa e dell’Usa, che potranno portare ad un trattato di pace nella guerra russo-ucraina”. La speranza, diceva Papa Francesco, è la più piccola delle virtù, ma è anche la più forte, perché non delude mai. “È arrivato il momento di entrare in sintonia con i sogni dei nostri figli, il loro cammino deve essere il nostro cammino, dobbiamo dare loro le opportunità che chiedono, dobbiamo essere lungimiranti per loro insieme a loro. È questo il momento dell’abbraccio della nostra comunità ritrovata, della sincerità, della speranza testarda, del dialogo tra le generazioni, dell’ascolto, del perdono”.

Ultimato il rito di chiusura della Porta Santa, il sindaco si è affacciato sulla torre della Basilica di Collemaggio per proclamare la formula ufficiale di chiusura dei festeggiamenti. Subito dopo ha spento il braciere e ha preso avvio il corteo di rientro della Bolla del Perdono di Papa Celestino V.


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