Checkmate! Cronache di scacchi con Valeria Martinelli

di Redazione | 10 Dicembre 2021 @ 06:00 | CHECKMATE
checkmate torneo scacchi
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Checkmate! Per Cronache di scacchi ho avuto modo di intervistare Valeria Martinelli, giovanissima prima nazionale dallo stile di gioco molto istintivo. Importante sottolineare che Valeria abbia suggerito il titolo “Checkmate!” di questa rubrica. 

Come hai iniziato a giocare a scacchi? Tuo nonno, proprietario del Bar Eugenio – location scacchistica storica di L’Aquila – ti ha influenzato?

I giochi di logica, e in generale tutto ciò che avesse a che fare con un ragionamento deduttivo di tipo matematico, hanno sempre esercitato un certo fascino su di me, e l’interesse per gli scacchi ne è stata la naturale conseguenza.
Ho iniziato per caso, nell’estate tra la seconda e la terza media. Già conoscevo sommariamente le regole degli scacchi, e un pomeriggio, imbattendomi nel sito lichess.org, decisi di iscrivermi e cominciare a fare qualche partita. Dato che il gioco mi piaceva, continuai, e successivamente, cercando un circolo dove giocare dal vivo, conobbi il CM Ottavio Luigini, che da ottimo insegnante mi ha dato una base tecnica più forte e introdotta al mondo dei tornei a tavolino.

Non ho mai conosciuto mio nonno materno Eugenio, purtroppo venuto a mancare tre anni prima della mia nascita. Sin da quando ero piccola mi venivano raccontate storie su di lui e sul bar, ma non essendoci altri scacchisti in famiglia ciò si limitava ad una conoscenza aneddotica. Il fatto che anni dopo abbia iniziato a giocare è quindi soltanto una coincidenza.

Che ruolo giocano ed hanno giocato gli scacchi nella tua vita?

Sicuramente un ruolo positivo. Ho da subito trovato nel mondo scacchistico un ambiente molto accogliente, il che ha portato alla nascita di nuove conoscenze ed amicizie.

Inoltre, reputo il prendere parte a dei tornei di scacchi un’esperienza molto formativa, soprattutto per un adolescente; stare davanti a un tavolo per tre, quattro o persino cinque ore potrebbe a prima vista sembrare noioso, ma la realtà è che, a dispetto delle apparenze, in quelle ore succedono molte cose a livello psicologico, e si deve imparare a gestire la concentrazione, l’ansia, a mantenere uno sguardo oggettivo e razionale sulla situazione, non facendosi influenzare dalla gioia di una vittoria o dall’amarezza di una sconfitta. Ritengo che lo sviluppo di queste capacità rivesta un ruolo cruciale nella formazione di un individuo, e penso che gli scacchi mi abbiano aiutata, e mi stiano tuttora aiutando, soprattutto in questo.

Parliamo di donne negli scacchi. Purtroppo la percentuale di donne che giocano è molto bassa, e questo mi porta a tre domande:

Secondo te quale è il motivo?

Il motivo è a mio avviso prettamente sociale, analogamente a quanto accade per altre discipline che il nostro retaggio culturale tende a legare al mondo maschile, quali la matematica o l’informatica.

È interessante notare che tra bambini molto piccoli non ci siano forti differenze di genere, che invece si presentano e acuiscono con l’avanzare dell’età.

A riprova di ciò possiamo prendere in considerazione la più recente edizione dei campionati giovanili, che sono divisi in categorie in base ad età e sesso, a partire dall’U8 fino all’U18.
Nell’U8 la differenza tra bambini e bambine, sia a livello di numero di partecipanti che di punteggio Elo, è pressoché inesistente, o comunque molto ristretta; tuttavia, come dicevo prima, man mano che si sale di categoria il divario si accentua, fino ad arrivare all’U18, dove nel femminile ci sono molte meno giocatrici rispetto al torneo misto (che però è de facto maschile), quest’anno ad esempio noi ragazze eravamo appena un quarto dei ragazzi.

Senza voler trarre conclusioni da dei dati tutto sommato limitati, una possibile interpretazione, almeno a mio modo di vedere, è che le bambine, inizialmente ugualmente interessate agli scacchi rispetto ai loro colleghi maschi, subiscano col passare degli anni una serie di pressioni sociali che portano ad un calo di interesse, ossia potremmo dire che si adeguino al ruolo che la società si aspetta loro ricoprano, che tipicamente non corrisponde a quello di campionessa di scacchi, né a quello di brillante scienziata.

Ci sono stati degli errori da parte delle varie federazioni scacchistiche che credi possano aver giocato un ruolo nel disincentivare una maggiore partecipazione femminile? Ad esempio degli stereotipi?

Credo di no. Ci sono stati in passato dei commenti spiacevoli da parte di alcuni forti giocatori, ma questi, oltre ad essere fenomeni isolati e partiti da singoli individui piuttosto che da federazioni, sono accadimenti interni al mondo scacchistico, mentre quello che disincentiva le donne a partecipare è, secondo me, effetto di una condizione più ampia, che interessa ogni ambito della società. Non sono gli scacchi o gli scacchisti ad essere maschilisti; la società in generale, per prima, lo è.

Cosa si potrebbe fare per incrementare la presenza di donne che giocano a scacchi?

Penso che sia necessario agire alla radice del problema, facendo sì che la figura di una donna scacchista venga percepita come la normalità, e non più come un’eccezione, uno strappo alla regola.

Certo, facile a dirsi, ma credo che per ottenere un cambiamento sostanziale dovremmo tutti, seppur nel nostro limitato spazio del quotidiano, agire con piccoli ma significativi gesti, piuttosto che invocare nuove norme dall’alto.

Ad esempio, potremmo iniziare a regalare alle bambine dei puzzle, delle costruzioni, o, per l’appunto, una scacchiera, al posto di bambolotti, carrozzine e pentoline…

Tornando a noi, se dovessi dare un consiglio a chi si sta avvicinando per la prima volta al mondo degli scacchi, quale sarebbe?

Sicuramente di focalizzarsi più sull’aspetto pratico che teorico; quindi giocare, cercando poi nell’analisi post-partita di identificare gli errori commessi, e soprattutto fare molti esercizi di tattica.

Sconsiglierei, invece, quello che ho notato essere un comportamento sorprendentemente comune tra chi ha da poco preso confidenza con gli scacchi, cioè di provare a memorizzare lunghissime linee d’apertura, per due motivi principali:

1-Sarebbe molto probabilmente una fatica inutile, o perché semplicemente l’avversario non rientra nelle linee studiate, o perché, non avendo ancora la comprensione di gioco necessaria per capire le idee dietro alcune varianti, si finirebbe per scordare quale sia la mossa giusta.

2-A questi livelli, la stragrande maggioranza delle partite sono decise da gravi sviste: un pezzo lasciato in presa, un’inchiodatura o una forchetta non vista, un matto del corridoio dimenticato. Mi sembra chiaro dunque che si possano trarre maggiori vantaggi e migliorare decisamente più in fretta allenando l’occhio tattico anziché impelagandosi in battaglie teoriche per il piccolo vantaggio d’apertura, che non è detto si sia poi capaci di sfruttare.

Hai delle aperture o tattiche preferite?

In apertura prediligo il gioco aperto, infatti di solito apro con il pedone di re, e preferisco giocare con il bianco proprio per avere il vantaggio del tratto ed ottenere l’iniziativa più facilmente.
Invece, le combinazioni tattiche più affascinanti sono per me quelle che comportano la distruzione dell’arrocco, dopotutto lo scopo del gioco è quello di dare scacco matto!

La consueta domanda: Chi credi vincerà tra Magnus e Nepomniachtchi?

Posso dire che tifo per Magnus, ma non so quale sia effettivamente la sua probabilità di vittoria. È certo vero tuttavia che se nessuno dei due contendenti dovesse riuscire a prevalere nelle partite a cadenza classica, Magnus sarebbe favorito negli spareggi, e sappiamo tutti quanto sia una rarità per lui perdere una partita a tempo lungo!


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