Checkmate! Cronache di scacchi con il CM Francesco Splendiani

a cura di Enrico Matteo Rosati

di Redazione | 19 Novembre 2021 @ 06:49 | CHECKMATE
Scacchi
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Scacchi Checkmate episodio 4

L’AQUILA   –   Francesco Splendiani, candidato maestro e noto scacchista a Roma per la prima parte degli anni ‘70 ed in seguito campione abruzzese nella seconda metà dello stesso decennio per due volte su 3 partecipazioni.  

Quindi ne hai perso uno?

Guarda, ero all’ultimo turno ed ho perso contro Sergio Amadesi, campione insidioso che seminava molte trappole. Avevo il matto in due mosse in due modi diversi, almeno così credevo; invece Sergio non abbandonava perché aveva visto che uno dei due permetteva una difesa. Scelsi quello che mi sembrava più brillante e che invece era il fallace: così facendo ho perso la partita ed il campionato”. In gergo internazionale si chiama “blunder”, in quello italiano più volgarmente “cappella”. Agli inizi degli anni 60, a 16 anni, ero ritenuto il migliore giocatore di scacchi a L’Aquila e affrontavo persone che avevano quasi 50 anni più di me. Avevo imparato la teoria scacchistica avendo scoperto nella Biblioteca Provinciale “Salvatore Tommasi” il manuale del Miliani sugli scacchi. Ho passato lì molti pomeriggi della mia adolescenza a studiare questo libro, come autodidatta. Nel ’73, quando lavoravo nel Ministero della Sanità a Roma, mi trovai a dire ad un collega che giocavo a scacchi e che negli ultimi 10 anni non avevo mai perso. Lui tornò il giorno dopo e mi rispose di aver parlato con un suo amico scacchista, che con arguzia e cadenza toscana gli aveva risposto con una battuta: “E che gioca con la serva?”. Questa frase mi illuminò su un concetto che da allora è rimasto per me basilare: la relatività dell’eccellenza. Entrai nel mondo dell’agonismo, partecipando a tornei federali, ed ho iniziato a perdere, rendendomi conto di non essere affatto bravo a quel livello. Per sapere quanto vali, devi capire con chi ti confronti: troppo facile essere bravo tra chi non lo è. Solo misurandoti con chi è migliore puoi progredire e sono le sconfitte l’unica via verso le successive vittorie. Fino al 76, restando a Roma, ho potuto giocare contro i migliori giocatori italiani e sono cresciuto fino ad un buon livello.

E per quanto riguarda la tua esperienza scacchistica qui a L’Aquila?

A L’Aquila ho frequentato a lungo il Bar Eugenio confrontami con i migliori del tempo. i docenti universitari prof. Sergio Amadesi (fisico) e prof. Mauro Cerasoli (matematico), ed il brillante imprenditore Francesco Mascioletti; il giovanissimo Ottavio Luigini, ora maestro e presidente dell’Associazione locale, era già molto promettente. Ho frequentato per molto tempo il bar, ma ad un certo momento mi son reso conto che il lavoro non mi permetteva di studiare il necessario per rimanere competitivo a livello di tornei magistrali internazionali. A quel punto sono passato al gioco del Bridge perché meno impegnativo e questa è diventata poi la mia passione della mia vita. Rientrato recentemente a L’Aquila, dopo un assenza di oltre 20 anni, mi è stato chiesto di collaborare a far nascere un’associazione che diffondesse scacchi e bridge, le mie passioni, ed io ho accettato con piacere: credo che questi giochi intellettuali, veri sport della mente, siano molto utili per lo sviluppo cognitivo dei giovani. Credo anche che abbiano una doppia funzione, istruttiva e sociale, e per questo motivo l’associazione è stata intitolata a Giacinto Dragonetti, illustre giurista aquilano del XVIII° secolo, aderente alla scuola di economia civile dell’illuminismo napoletano, che vedeva nell’utilità sociale lo scopo principale di ogni attività economica. Dragonetti sottolineava molto l’aspetto del bene comune; restituire alla gioventù aquilana il piacere di dedicarsi a giochi come scacchi e bridge, più che ai videogiochi, rientra nel contribuire al recupero delle abilità intellettuali: ciò costituisce un valore aggiunto ed è al servizio del bene della città e delle sue più giovani generazioni. Io credo che a L’Aquila si parla giustamente di “ricostruzione” ma si dovrebbe anche pensare anche ad un “rinascimento” generale, fondamentale per una città che mira a diventare capitale della cultura.

Che ne pensi del fatto che negli scacchi le donne giochino in una categoria diversa?

Non è vero, secondo me, che siano meno abili o diverse; abbiamo esempi come le sorelle Polgar che assolutamente non sono inferiori ai Grandi Maestri di sesso maschile. C’è una differenza di fatto ai vertici, che io attribuisco ad un rapporto numerico molto squilibrato tra agonisti maschi e femmine, probabilmente per motivi culturali; quindi, è normale che il genere femminile sia meno rappresentato al top. Non vedo importanti differenze di tipo fisiologico che possano influire sul rendimento scacchistico (salvo forse l’aggressività da testosterone) e anzi ritengo che la creatività femminile possa essere un’arma di più. È anche vero che a un certo livello gli scacchi diventano professionismo, ed è molto difficile che in questa società una donna scelga di diventare campione di scacchi e vivere con i proventi di questo sport. La vita della donna è spesso intralciata da pregiudizi, quindi indubbiamente gli stessi svantaggi che deve affrontare nella vita professionale li ha anche nel mondo degli scacchi.

Hai incontrato maestri che hanno fatto dello sport? 

Tutti i grandi scacchisti si preoccupano molto dell’efficienza fisica e praticano degli sport, anche se non proprio a ridosso degli incontri. Ho assistito a partite di grandissimi maestri come Karpov e sono andato appositamente a Milano per vedere il grande torneo del ’74: lì Brown faceva Yoga anche con la partita in corso. Un rapporto più stretto lo ho avuto con il Gran Maestro Svešnikov, ma ho potuto giocarci contro solo a calcio, mai a scacchi. Riuscire a giocare contro uno dei Grandi Maestri, pur partecipando allo stesso torneo, è difficile perché o li incontri nei primi due turni oppure mai più: loro scappano avanti vincendo ogni partita, mentre tu lotti per salvarti. In quei tornei lì un CM più che lottare per vincere combatte per non retrocedere.

Che opportunità ci sono per giocare a scacchi a L’Aquila?

Gli scacchi a L’Aquila hanno avuto molte sedi tra cui il Bar Eden e l’Albergo Italia, ma da diversi di anni si sono ritirati in una casa privata. Ora il mio sogno, con l’Associazione che si è costituta adesso e che ha sede al Centro Ippico Aterno 2 e dove il lunedì si tiene lezione di scacchi per principianti di qualsiasi età (per informazioni mi si può chiamare al 347 6243739), è far rinascere un posto fisso a L’Aquila aperto al pubblico dove gli scacchisti possano ritrovarsi quando sono liberi dal lavoro.

Hai delle aperture che preferisci?

Certamente, oggi il Gambetto Morra e la Scozzese, con il bianco, ed il Gambetto Benko e la Pirc con il nero. Ma in passato ho giocato prevalentemente la variante del Dragone della Difesa Siciliana, la difesa Caro- Kann e la difesa Est Indiana. Un tempo la Caro-Kann era frequente anche a livelli mondiali, ma ora si vede di rado, così come sono più rare le partite di donna.

Ci sono dei campioni ai quali ti sei ispirato nella tua carriera?

Mi piacevano Svetozar Gligorić, come insegnante, e Mikahil Tal: sono coloro di cui riproducevo più volentieri le partite.

Come si studiano gli scacchi?

Io ho imparato (tardi) dai libri del maestro Aleksandr Aleksandrovič Kotov a pensare secondo l’albero delle varianti. Ho cominciato come un giocatore creativo, aggressivo, restando in ritardo con la teoria; per rimediare sono passato al gioco posizionale, nei tornei, coltivando maggiormente le mie debolezze rispetto allo sviluppo dei miei punti forti. Oggi sto tornando agli antichi amori, per questo sono più perdente del dovuto.

Chi credi che vincerà tra Magnus Carlsen e Ian Nepomniachtchi?

Non seguo più gli scacchi da molto tempo quindi non ne ho idea, ma so che Carlsen è un mostro, mentre non conosco affatto il suo avversario.


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