Checkmate! Cronache di scacchi con Arnaldo Rossini

a cura di Enrico Matteo Rosati

di Enrico M. Rosati | 26 Novembre 2021 @ 06:43 | ATTUALITA'
Print Friendly and PDF

Scacchi

Per questo articolo ho avuto modo di confrontarmi con Arnaldo Rossini, scacchista che lascia trasparire angeli e demoni del gioco che appassiona tutti noi. Difatti, nel chiedergli se avesse dei titoli da inserire nell’intervista mi ha risposto così “puoi intitolarla qualcosa come Riflessioni di uno scacchista qualsiasi o Vicende di uno scacchista pentito”, il che già di suo lascia trasparire la vena argutamente leggera ma puntuale che ha caratterizzato quest’intervista. 


Ti andrebbe di parlarci di come hai iniziato a giocare a scacchi? Hai dei ricordi legati a L’Aquila?

Ho iniziato a giocare a scacchi da ragazzo, intorno agli undici anni. Fu mio padre ad introdurmi al gioco (che conosceva pochissimo) ed a regalarmi il libro “Gli scacchi” di Giuseppe Padulli (edizione 1960!). Su quelle pagine studiai le mosse con mio fratello, e spesso ci accorgevamo che tutte le partite giocate fino a quel momento erano sbagliate. Ricordo che all’inizio ci mangiavamo il re con il re! Lì ho imparato i nomi dei grandi della prima metà del secolo e replicato qualcuna delle loro partite, senza ovviamente capirci molto. 

Voglio rivelarvi una curiosità. Dopo un po’ che giocavo mi venne la curiosità di approfondire l’argomento delle aperture. Cercai in varie librerie (Jeff Bezos non era ancora nato!), e comprai “La partita ortodossa” di Giorgio Porreca, pensando che “ortodossa” significasse giocata secondo le regole e scoprendo poi con disappunto che si trattava di una specifica variante del gambetto di donna. Decisi allora di scrivere, tramite la casa editrice, all’autore chiedendogli di indicarmi un libro che desse una panoramica delle aperture. Non ottenni risposta. Diversi anni dopo uscì il “Manuale teorico-pratico delle aperture” di Giorgio Porreca. Nell’introduzione ebbi la sorpresa di leggere che l’idea di scrivere il libro gli era stata data dalla richiesta di informazioni di un lettore e dalla conseguente scoperta che non esisteva un manuale sistematico sulle aperture in italiano… 

Per rispondere alla domanda, non ho ricordi legati a L’Aquila. Sono nato e cresciuto a Roma e le mie relazioni scacchistiche con L’Aquila si limitano all’amicizia con Francesco Splendiani.

Quali sono i tuoi consigli per le persone che stanno iniziando ora ad interessarsi agli scacchi? Come consigli di iniziare? 

 

Mi viene alla mente una vecchia battuta: “Un consiglio a tutti quelli che stanno per sposarsi: non fatelo!”
Non sarò così radicale, ma penso che sia davvero difficile vivere gli scacchi in modo equilibrato e tale da trarne più piacere ed occasione di maturazione personale che sofferenza ed occasione di alimentare dinamismi psicologici e sociali tutt’altro che piacevoli.
Non fraintendetemi. Considero gli scacchi sono un gioco stupendo. Saperne apprezzare la bellezza è di per sé un grande piacere e permette di applicarne alcuni principi ad altri campi e di arricchirsi mentalmente. 
Purtroppo, per molti sono solo uno strumento di autoaffermazione e di competitività malsana. Per citare un grandissimo, Bobby Fischer diceva dei suoi avversari “Mi piace vederli dibattersi”. Viene attribuita a Kasparov la frase “Il gioco degli scacchi è lo sport più violento che esista”. Non so se l’attribuzione sia corretta, ma penso che rispecchi la realtà. La storia degli scacchi è in gran parte una storia di ostilità, frustrazioni e meschinità. Non intendo certo, con questo, scoraggiare chi si accinge ad intraprenderne la pratica. Al contrario, vorrei invitarlo a non deturpare la grande bellezza del gioco e testimoniare che è possibile farne una fonte di automiglioramento, di comunicazione e di gioia. Questo è il mio primo consiglio!
Dal punto di vista tecnico, raccomanderei di puntare più a sviluppare la capacità di trovare soluzioni nella partita che a memorizzare schemi. Gli schemi sono importanti, ovviamente. Però, si devono capire, si devono riconoscere e si devono saper applicare. Nella storia del gioco tanti dogmi sono tramontati per lasciare il posto a nuovi paradigmi. Mi è rimasta impressa la storia (non certo recente!) della sconfitta dell’inflessibile teorico Tarrasch contro il pragmatico Emanuel Lasker. Anche Fischer violava con piacere le sacre regole tradizionali del gioco posizionale tenendo conto delle possibilità dinamiche, tattiche, della posizione.

Quali sono i libri che consigli a degli scacchisti che stanno leggendo quest’intervista? 

Tra i libri sulla tecnica di gioco ne consiglio uno: “Capire gli scacchi mossa dopo mossa” di John Nunn. Esamina una serie di temi che vanno dalle aperture ai finali, e per ognuno analizza delle partite formulando con acume e chiarezza i ragionamenti che portano a scegliere mosse appropriate. Indico non a caso un solo libro, pur possedendone ed avendone letti un discreto numero, per invitarvi a non tuffarvi in una mole sconfinata di partite, posizioni e varianti in cui è molto più facile smarrirsi che imparare. Il libro in questione invita a ragionare proponendo delle tracce per farlo. Ce n’è un altro dello stesso autore che trovo eccellente e permette di affinare con esercizi mirati le proprie capacità: “Esercizi di tattica”. Vorrei, però, suggerire anche la lettura di alcuni libri che non trattano la tecnica di gioco ma ne affrontano aspetti senza riflettere sui quali non si colgono i molteplici significati del gioco. Ad esempio, “I campioni del mondo di scacchi”, un vecchio libro di Al Horowitz, fa un’interessantissima carrellata su personaggi che hanno fatto la storia del gioco, mettendone in luce aspetti ed azioni non visibili ad un’osservazione superficiale ed aggiungendo informazioni di contesto necessarie per cercare di interpretare e comprendere le storie raccontate. Lo trovo assai istruttivo (e spesso divertente).

Ci sono scacchisti noti che hanno influenzato o ispirato il tuo modo di giocare? 

No, non direi. Sono stato più influenzato da illustri sconosciuti con i quali ho perso delle partite. Ho imparato l’importanza della tattica, mentre all’inizio amavo gli schemi posizionali statici che poi, in partita, raramente riuscivo ad attuare. Ho imparato a mantenere la concentrazione fino alla fine, senza gettare la spugna nelle situazioni difficili. Ho imparato ad essere critico nei confronti di me stesso, senza cercare pretesti quando sbaglio.
A proposito, mi concedo una digressione (dettata, come le altre, dalla consapevolezza di essere tutt’altro che un’autorità in materia di scacchi e dalla conseguente idea che può essere di maggiore interesse leggere qualche mia esperienza personale che opinioni tecniche dalle precarie fondamenta). Una volta incontrai un giocatore che aveva appena terminato un torneo. Correvano gli anni Settanta, ed i tornei si svolgevano in nove giornate con tempi lunghi e ripresa delle partite interrotte. Gli chiesi “Come è andato il torneo?”. La vaga risposta fu un “mah…” accompagnato da una smorfia ed un gesto di accantonamento come se la cosa non avesse importanza. Insistei: “Ma insomma, quanti punti hai fatto?”. Ed arrivò il numero, invero bassino, seguito da un maldestro tentativo di giustificazione: “Ma non mi sono impegnato…”. Ecco. Aveva dedicato nove pomeriggi (e forse anche qualche mattinata) seduto davanti ad una scacchiera “senza impegnarsi”. Questa sarebbe una buona ragione per fare pochi punti? Suvvia!
Tornando a noi, ha ispirato il mio modo di giocare anche chi mi ha aiutato ad imparare l’arte dell’umiltà e dell’ironia, che penso arricchiscano (ed abbelliscano) il bagaglio di qualsiasi giocatore.

Hai delle aperture che preferisci? 

Non ho mai avuto rapporti molto felici con le aperture. All’inizio cercavo di costruirmi un repertorio ma non ho mai voluto dedicare il tempo ed il lavoro necessari ad un serio approfondimento dell’argomento. Con il bianco, da giovane aprivo sempre di re, poi, abbandonata la non lunghissima attività agonistica, nelle poche partite che ho giocato ho sempre aperto d4, per proseguire abitualmente con il sistema Colle, che è uno schema debole ma non richiede grandi cognizioni teoriche. Non consiglio di fare come me. Con il Nero, contro e4 ho sempre giocato la francese con cui mi trovo ancora bene nonostante la limitatezza di spazio. Mi piace cercare il modo di sbloccare la situazione e costruire un contrattacco, solitamente sull’ala di Donna. Contro d4, per lungo tempo ho adottato la difesa olandese, alternandola alla classica risposta d5 che poi mi portava nel filone dell’ortodossa (che in qualche modo richiama gli schemi strategici della francese, se non la sparo troppo grossa!).  Penso che capire le aperture sia difficile, e spesso ci si abbandoni al tentativo di memorizzare sequenze di varianti. Delle varianti si devono capire le ragioni strategiche e le opportunità tattiche. Il tentativo di applicarle meccanicamente è destinato a fallire. Ricordo di essermi molte volte sorpreso, assistendo a partite lampo (15 ma anche 5 minuti), del tempo di riflessione che giocatori di alto rango dedicavano alla scelta delle prime mosse che pensavo dovessero giocare automaticamente. Sotto questo aspetto mi è rimasto impresso l’indimenticato Alvise Zichichi, che più volte ho visto soffermarsi a pensare con la massima tranquillità durante le prime fasi dell’apertura, mentre l’orologio ticchettava… 

Se dovessi scegliere quella che per te è la partita migliore che tu abbia mai giocato, quale sarebbe? In quale occasione? Ti va di parlarcene? 

Alcune delle partite che ho giocato sono rimaste impresse nella mia mente, ma per ragioni diverse. Alcune perché tecnicamente discrete (e credo che sia a queste che si riferisca la domanda), altre per ragioni indipendenti dal valore tecnico ma ricche di insegnamenti e per me più importanti e significative. Parlerò quindi di più di una partita, sperando di non abusare della pazienza di chi legge. Dal punto di vista tecnico non penso certo di aver giocato partite memorabili. Una volta (ad un torneo di selezione per i campionati italiani di categoria) ne vinsi una con una combinazione di cui mi fu confermata la correttezza da un “collega” assai più autorevole di me: il maestro internazionale e pluricampione italiano Alberto Giustolisi. Avevo il nero e risposi all’apertura di donna con f5 (difesa olandese). Poi, seguendo uno schema che allora mi piaceva giocare, aprii il fianchetto di donna progettando un attacco contro l’arrocco corto del bianco. E lì feci appunto un sacrificio di alfiere di sapore tradizionale guadagnando materiale e indebolendo la difesa dell’avversario che poco dopo abbandonò. Giustolisi girava tra i tavoli, come spesso faceva dopo aver abbandonato l’attività agonistica, e gli sottoposi il formulario con le mosse. Pur conoscendo la statura del “lettore”, mi meravigliai della facilità con cui ricostruì mentalmente la partita. Arrivato alla fine, riprodotta la posizione sulla scacchiera mi mostrò che la combinazione era corretta.  In un’altra occasione, durante un torneo sociale, mi trovai di fronte un collega di seconda categoria nazionale, che, essendo io agli inizi, mi incuteva una certa soggezione. Giocai quindi con la massima circospezione fino ad individuare un punto debole “da manuale” nella sua posizione. Lo attaccai e guadagnai un pedone e molto spazio. Da quel momento riuscii a non perdere la bussola e, dopo aver respinto un tentativo di confondere le acque per contrattaccare, lo portai all’abbandono. Vincere contro un avversario che si ritiene a priori più forte è un’esperienza che può contribuire ad insegnare a dare il meglio. C’è però una partita che considero la più importante che io abbia giocato, e mi ha dato un insegnamento che non ho più dimenticato (ma è stata tutt’altro che la migliore!). Vi racconto tutta la storia. I fatti si svolgono nel circolo scacchi del mio posto di lavoro di allora. Nella classifica sociale occupavo una delle prime posizioni ed ero molto rigido (nel senso di duro di mente!) nel valutare gli altri giocatori. Una volta, girando tra i tavoli, ne vidi uno di scarsa esperienza che faceva una mossa debole, e commentai con un collega che passeggiava con me “Però, è facile vincere con X!”. Temo di aver tenuto il volume troppo alto, e vidi con la coda dell’occhio X che si girava a guardarmi con espressione perplessa. Poco dopo ci fu un torneo sociale a squadre. Dopo varie vicende, si arrivò all’ultimo turno in cui la mia squadra incontrò quella in cui giocava, appunto, X. Eravamo in testa al torneo a punteggio pari e la vittoria dipendeva dal risultato di quell’incontro. Io giocavo in prima scacchiera. Gli avversari avevano un giocatore piuttosto forte, due medi e X che si consideravano un perdente sicuro. Decisero allora di schierare X in prima scacchiera, dato che avrebbe perso comunque, mentre il loro numero uno avrebbe vinto quasi certamente ed il risultato finale sarebbe dipeso dalle altre due scacchiere. Così, mi trovai davanti X, che aveva il bianco. Il punto è che, forse anche per aver sentito il mio stupidissimo commento, decise di vendere cara la pelle. Si preparò per la partita e giocò con molto impegno sorprendendomi un un’apertura anomala che aveva studiato: Cf3, seguita dal fianchetto di Re e da un robusto arroccamento difensivo. Io giocai con estrema superficialità, avendo deciso (vedi la “durezza” di cui sopra) che l’avversario era facile da battere. Giocai veramente male, facendo mosse affrettate nella sicurezza che X avrebbe commesso un errore. Poiché il regalo non arrivò, venni rapidamente a trovarmi in una posizione molto precaria (a dire il vero, una posizione persa). Nel frattempo, i miei compagni di squadra avevano terminato bene le loro partite portandosi a mezzo punto dalla squadra con X. Tutto dipendeva dalla mia partita, che era vinta a priori! Li vidi avvicinarsi al mio tavolo pregustando la vittoria del torneo, ma le loro espressioni passarono rapidamente dal sorriso allo sgomento e i loro sguardi (e anche qualche accenno di gesto) dicevano unanimemente “Ma come diavolo hai fatto a farti ridurre così?”. Pensai bene che fosse il momento di concentrarmi e cercare di uscire dal guaio che avevo combinato, risparmiandomi l’inevitabile ludibrio che avrebbe seguito la sconfitta! Riuscii a trovare una mossa difensiva che poteva ristabilire un minimo di equilibrio. Se X non avesse trovato la prosecuzione migliore (che comportava un sacrificio), mi si apriva la possibilità di ribaltare la situazione. Non la trovò. E così, passato il rischio più grande, guadagnai materiale con una non difficile combinazione ed alla fine vinsi, con gran sospiro di sollievo dei miei compagni e ancor di più mio! La mattina dopo X mi telefonò invitandomi ad andare nel suo ufficio per chiedermi una cosa sulla partita, che nel frattempo aveva riguardato con il “numero uno” della squadra, il quale aveva trovato la mossa vincente. Dopo quella mossa, se avessi proseguito come avevo proseguito mi avrebbe distrutto. Mi limitai a dire che, in quel caso, avrei continuato in un altro modo. Non si prese, fortunatamente, il disturbo di andare ad analizzare le possibili prosecuzioni. Avrebbe vinto comunque! Fu una vera e propria lezione: non sottovalutare mai gli avversari, che ho poi tradotto in un principio molto più generale di rispetto per gli altri. La lezione è stata poi amplificata dal fatto che X ha costituito diverse aziende ed è diventato una figura centrale della mia vita lavorativa. Una volta abbiamo anche rievocato la famosa partita, che ricordava molto bene anche lui, dopo più di vent’anni!  C’è una quarta partita della quale mi fa piacere parlare, anche se l’esperienza fu tutt’altro che gradevole. Giocavo contro uno sconosciuto su Scacchisti.it. Il mio avversario fece una mossa debole e gli presi un pezzo. Cominciò allora a scrivere messaggi provocatori sulla chat, ma non mi lasciai confondere e lo ignorai, proseguendo attentamente la partita. Dopo un crescendo di messaggi ormai apertamente offensivi (indirizzati anche alla mia famiglia), smise improvvisamente di muovere e di scrivere, come se se ne fosse andato. Non caddi neppure in questo tranello e rimasi ad aspettare tranquillamente la sua mossa. Eravamo ormai a poche decine di secondi dallo scadere del tempo quando improvvisamente ricomparve, forse sperando che nel frattempo mi fossi allontanato. Io proseguii con la concentrazione necessaria per non regalargli la partita e vinsi, non ricordo più se per matto o per il tempo. Il sullodato continuò la sua sequela di insulti, ai quali non risposi. Mi limitai ad inoltrare la chat (costituita rigorosamente da un monologo) all’amministrazione del sito, chiudere e dedicarmi ad avversari più seri.

Chi credi vincerà tra Carlsen e Nepomniachtchi? 

Non ho previsioni da fare. L’esito è incerto nonostante che i pronostici siano in maggioranza favorevoli a Carlsen. L’incontro sarà certo interessante, ma a dire il vero penso che la qualifica di campione del mondo sia il prodotto di un bias cognitivo e non le do molto peso. Mi spiego.

Gli scacchi sono un gioco nel quale esiste la patta. Si può pareggiare una partita. Perché non si potrebbe pareggiare un campionato del mondo? Questo potrebbe terminare in parità. Sono stati inventati svariati meccanismi per far comunque uscire un vincitore, ma basta guardare il regolamento di questo mondiale per rendersi conto che si tratta di artifici. Questi artifici derivano dall’esigenza di avere un “campione del mondo”, che rimane tale per due anni anche se dopo aver conquistato il titolo non vince più un torneo. Penso che questo non abbia senso. C’è una classifica generale ELO, ci sono i tornei e sono questi che dicono chi è stato il più forte in un certo momento e secondo un certo regolamento. L’esigenza di avere un campione del mondo deriva dal desiderio di certezze, dal desiderio di identificazione e compensazione e da tante altre dinamiche oltre che dall’industria delle scommesse, ma rimane una costruzione arbitraria, una finzione. Questo non toglie, naturalmente, che possa esserci per un periodo un giocatore più forte di tutti gli altri. L’unico modo che questo giocatore ha per dimostrarlo è continuare a vincere, non acquisire titoli soggetti ad essere contraddetti dalla realtà rimanendo sulla carta.

Se mi permettete un’autocitazione, tempo fa ho scritto su questo argomento un articolo. Chi è interessato può andare a leggerlo: https://www.arnaldorossini.it/2010/07/11/vincitori-e-vinti/


Print Friendly and PDF

TAGS