Cassazione, falso ideologico per i medici che prescrivono ricette “al buio”

di Redazione | 29 Ottobre 2020 @ 06:35 | LA LEGGE E LA DIFESA
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La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un medico di base che aveva prescritto una ricetta al buio, senza aver mai visto il paziente o conoscerne il quadro clinico: falso ideologico secondo la sentenza numero 28847.

Secondo la difesa le ricette “incriminate” non erano rosse come quelle del servizio sanitario nazionale, ma su carta libera e quindi il medico non avrebbe agito, in quel momento, come pubblico ufficiale. Ma per la Cassazione, tuttavia, anche le cosiddette ricette bianche, che i medici usano per attività privata, presuppongono il doveroso accertamento, previsto anche dal codice deontologico, delle condizioni del paziente. Quest’ultimo, nel caso in esame, era un cliente di un farmacista e il proprio il farmacista, che aveva venduto un farmaco senza ricetta, aveva contattato il medico per mettere a posto formalmente le carte. 

La Suprema corte ha chiarito che quella in esame non poteva essere considerata attività ricognitiva “nonostante la prassi diffusa in tal senso, quella del medico che prescriva un farmaco semplicemente colloquiando al telefono con un assistito mai incontrato, il quale descrive determinati sintomi, senza averlo mai visitato e senza neanche conoscerne, ad esempio, le potenziali reazioni allergiche ad un determinato farmaco”. 

Non basta non pesare sul sistema sanitario, insomma, evitando la ricetta rossa, quelle bianche hanno comunque una valenza certificativa, il beneficiario deve dunque rientrare nella categoria dei soggetti che hanno diritto alla prestazione e nel caso in esame si trattava solo di certificazioni di comodo.


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