SULMONA – “Finalmente una buona notizia”. Mario Pizzola, del Coordinamento Per il clima Fuori dal fossile, interviene sulla vicenda dell’area archeologica di Case Pente a Sulmona e sulla notizia, riportata dalle agenzie di stampa, relativa alla sottoposizione dell’area a vincolo culturale da parte del Ministero della Cultura.
“L’iniziativa è stata presa dal Ministero della Cultura in ragione dell’elevato valore archeologico del sito, che i recenti scavi hanno confermato come uno dei più importanti del Centro Abruzzo”, dichiara Pizzola.
I primi ritrovamenti nell’area risalgono allo studioso Antonio De Nino, nel 1887. I successivi scavi hanno documentato, secondo quanto riportato nella motivazione del provvedimento ministeriale citato da Pizzola, la presenza di un insediamento articolato, con tracce della viabilità, dell’abitato e della necropoli.
Tra i reperti rinvenuti figurano sepolture di epoca romana e italica, l’iscrizione in pietra nota come quella “dei callitani” e un sarcofago di età romana contenente le spoglie di Numisina.
Dal villaggio dell’età del Bronzo alle testimonianze romane
“Ma è con gli scavi di archeologia preventiva tuttora in corso che il sito di Case Pente ha accresciuto sensibilmente il suo valore storico”, continua Pizzola. “Tali scavi, infatti, testimoniano che la Valle Peligna era abitata fin dall’età del Bronzo”.
Tra i ritrovamenti più significativi c’è quello delle tracce di un villaggio composto da 52 capanne, risalente a circa 3.500 anni fa. Un rinvenimento che, secondo il Coordinamento, contribuisce a ricostruire la storia del popolamento della Valle Peligna prima della nascita di Sulmona.
“Nell’area sono state rinvenute anche due necropoli con complessive 169 tombe, delle quali 60 dell’età del Bronzo e le altre di epoca romana e preromana”, sottolinea Pizzola.
Gli scavi hanno restituito inoltre numerosi reperti e strumenti: punte di lance in metallo e in selce, collari, ramponi in ferro, boccali, vasi, corredi ceramici, collane e fibbie. Sono emerse anche strutture di epoca romana, tra cui una villa con 15 stanze e un impianto termale, una strada romana glareata, una fornace, una vasca, un dolio e altre strutture murarie.
Il Ministero della Cultura, nella motivazione del vincolo riportata da Pizzola, sottolinea la necessità di tutelare e valorizzare il patrimonio archeologico attraverso la realizzazione di un parco archeologico e museo all’aperto su un’area di 12 ettari.
Il progetto del Parco archeologico
“Si sarebbe potuto creare a Case Pente un grande progetto di valorizzazione culturale”, afferma Pizzola, richiamando il progetto indicato nella documentazione ministeriale. “Sarebbe stato possibile visitare le tracce del villaggio dell’età del Bronzo e le due necropoli, ricostruendo una parte dell’antico insediamento attraverso capanne a grandezza naturale, con la riproduzione degli arredi, degli utensili e delle armi dell’epoca”.
Il progetto prevede inoltre, secondo quanto riportato nel provvedimento, l’utilizzo di ricostruzioni digitali per integrare realtà e virtuale e laboratori dedicati alla fusione del bronzo e alla produzione artigianale di oggetti utilizzati 3.500 anni fa. Per la realizzazione del Parco, il Ministero indica anche la possibilità di ricorrere a specifici fondi europei.
“Il testo che avete appena letto è quello che i cittadini di Sulmona avrebbero meritato di leggere se vivessimo in uno Stato di diritto”, dichiara Pizzola. “Ma in uno Stato di rovescio, qual è l’attuale, la tutela dei nostri beni culturali è costretta a soccombere di fronte alla prepotenza del potere economico, con l’avallo di tutti gli Enti pubblici che per legge sono invece preposti ad assicurare il bene comune”.
Secondo Pizzola, il progetto del parco archeologico non potrà essere realizzato nella sua estensione originaria. “A Case Pente non vedremo mai il Parco archeologico e il museo all’aperto dell’età del Bronzo. Se vogliamo vederlo dobbiamo recarci a Montale, in provincia di Modena, dove il Parco esiste dal 2004 e ha avuto un tale successo da registrare ogni anno la presenza di migliaia di visitatori”.
Il Coordinamento contesta in particolare le modalità con cui, a suo giudizio, sarebbe stata garantita la tutela dei reperti emersi durante gli scavi. “La Soprintendenza dell’Aquila, nella visita guidata di alcuni giorni fa, ha confermato che a Case Pente sarà sottoposta a vincolo solo una piccola parte dell’area, quella della villa romana e dell’impianto termale”, sostiene Pizzola.
“Il resto resterà sepolto per sempre sotto le colate di cemento della centrale Snam, a testimoniare che ciò che trionfa sempre, alla fine, è il profitto, riducendo la democrazia ad un puro simulacro”, conclude Mario Pizzola, del Coordinamento Per il clima Fuori dal fossile.







