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Caro Donald, ecco perché non poteva funzionare

Caro Donald, ecco perché non poteva funzionare
Il grande errore di Donald Trump è credere che gli italiani siano un popolo di creativi. Gli italiani sono un popolo di notai, e la creatività è solo la loro forma più raffinata di adattamento all'Idra creata oltre duemila anni fa. Un talento secondario, esercitato per sopravvivere a una civiltà che, da secoli, trasforma ogni slancio in fascicolo e ogni intuizione in protocollo.

L’AQUILA – Il grande errore di Donald Trump è credere che gli italiani siano un popolo di creativi. Gli italiani sono un popolo di notai, e la creatività è solo la loro forma più raffinata di adattamento all’Idra creata oltre duemila anni fa. Un talento secondario, esercitato per sopravvivere a una civiltà che, da secoli, trasforma ogni slancio in fascicolo e ogni intuizione in protocollo.

Da qui nasce l’incomprensione che lui non riesce proprio a spiegarsi. Da qui si consuma il rapporto con Giorgia Meloni. Gli italiani avevano capito il problema con Trump dal primo giorno e messo in naftalina il nuovo inquilino di Washington in attesa che tutto si consumasse come da copione. Non abbiamo dovuto rompere con Trump, lo abbiamo solo messo in coda al ministero. Perché qui, da circa duemila e cinquecento anni, i Trump passano, ma gli uffici restano. È una rottura antropologica. Potevamo mai andare d’accordo con quello che vuole affondare il deep state? Lo stato profondo è la nostra stessa natura. Trump del resto procede per accelerazioni, per colpi secchi, per decisioni che devono produrre effetti immediati. Tutte cose incompatibili con l’Italia che nel frattempo archivia e protocolla, domani è già qui, anzi no, prova a chiedere nell’ufficio in fondo al corridoio.

Il tycoon cerca il “deal”, l’affare che si chiude con una stretta di mano. Ma noi nelle mani abbiamo una cartellina con dentro uno straordinario, ma anche garantista e umano, mondo di pareri, autorizzazioni, controfirme. Sorridiamo di fronte alle peripezia del processo di Kafka, che se fosse nato a Roma, starebbe ancora cercando la marca da bollo per iniziare la pubblicazione.

Trump cita Sigonella come esempio della nostra inaffidabilità, solo che non ha ancora capito cosa è successo in quel 1985. I Navy Seals circondano l’aereo dei terroristi, gli americani sono pronti a prendere ciò che ritengono loro. Sul piazzale, però, trovano un’altra cosa, i Carabinieri con armi probabilmente a salve ma armati di giurisdizione, regolamenti, protocolli aeroportuali. Il caso Abu Abbas è il capolavoro del mostro a sette teste della burocrazia della penisola. Mentre a Washington, abituati a prendere quel che gli pare, cercano di capire cosa cavolo accade, Roma costruisce un labirinto di immunità, passaporti, interpretazioni. Nel frattempo trasferiamo Abbas a Roma, ma non lo arrestiamo perché di fatto non scende mai da un aereo e quindi, molto semplicemente, non passa i controlli alla frontiera. Gli americani si infuriano, chiedono l’estradizione che viene sapientemente rimbalzata in ogni ufficietto della penisola, giusto il tempo di far decollare Abbas per Belgrado, pochi istanti prima che l’Italia emetta un mandato di cattura per lui. Ma come? Avete fatto scappare Abbas? Ma no, quale scappare, tecnicamente non è mai stato in Italia, ci dispiace.

Dietro questa abilità c’è una lunga continuità. Dei Romani, ad esempio, si cantano le vittorie belliche e i grandi monumenti dell’ingegneria ma i nostri non si limitarono a costruire strade e acquedotti. Costruirono soprattutto la macchina che rendeva tutto necessario: la res publica, il diritto, il Censo, le tasse, gli esattori, la sequenza delle cariche, i decreti, il primato della forma sull’azione. Governare significava innanzitutto organizzare, registrare, ordinare.

Washington ne ha copiato solo la scenografia, le colonne, le cupole e le prospettive. Da queste parti persino quando è arrivato Napoleone ad aggiornare il software dell’occidente, ha trovato un solo paese già pronto per applicarlo, l’Italia. Tutto quello che altrove sembrava una rivoluzione, nella penisola era il restyling dell’ufficio, l’ennesimo cambio di intestazione a faldoni che erano sopravvissuti ad imperatori, monarchi, invasori di ogni tipo, papi e papesse di ogni risma.

Ahimè l’unica cosa che i Romani non avevano inventato era il concorso pubblico. Quello lo avevano fatto i cinesi, l’altra grande civiltà burocratica del pianeta, orientata al risultato ma spietata.

Persino il nostro più grande vanto creativo, il Rinascimento, raccontato come genio, libertà ed esplosione dell’arte, era un complesso e snervante sistema di corti, cancellerie, contabilità, curriculum vitae e buone entrature da spendere con il committente. Il bello va prima commissionato insomma.

Una continuità che attraversa i secoli. Curia, Stati preunitari, Regno, Repubblica. Cambiano i nomi, ma resta, inossidabile, la prima rete neurale della storia. Nessuno sa come funzioni, ma è ancora lì. Ogni epoca della nostra storia raggiunge un punto in cui serve un qualche cavolo di modulo. Il 25 luglio del 1943, quando dovevamo mettere fine alla nostra infausta dittatura, il problema principale fu soprattutto come farlo, cioè con quale modulo, come si archivia una dittatura. Un problema tipicamente italiano.

Qui, come detto, la creatività assume un ruolo particolare. È l’arte del cavillo, la capacità di trovare il varco dentro la norma. È la nostra croce e delizia, il nostro sistema immunitario, che funziona indipendentemente dalla nostra volontà. Sembra la cosa più assurda di questo mondo, ed è qualcosa che semplicemente un americano non può comprendere. E poi chissà, la Storia è strana, nel mondo che corre, l’Italia osserva come quel funzionario che alza gli occhi sopra gli occhiali e chiede con gentilezza: “Sì, ho capito che è la fine del mondo. Ma il modulo è stato presentato?”. Se dovesse andare male, beh, saremo l’unico paese in cui la proprietà sta su un pezzo di carta, che vale più di qualsiasi stretta di mano.