Caos per l’esame di abilitazione, parte la protesta di 10mila psicologi: “Non sappiamo cosa fare”

di Redazione | 15 Luglio 2020, @06:07 | ATTUALITA'
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L’AQUILA – “Il tempo sta per scadere, ma le istituzioni ci hanno lasciati soli e in una situazione di totale incertezza”. A lanciare l’allarme circa 10mila laureati italiani in Psicologia, di cui più o meno un migliaio in Abruzzo, che protestano per chiedere la riformulazione dell’esame di Stato modificato a causa dell’emergenza Covid. A meno di una settimana dall’inizio della sessione, spostata dal 16 giugno al 16 luglio, non c’è infatti chiarezza né sui temi né sulle relative modalità, con gli abilitandi che si dichiarano preoccupati per il fatto di “dover affrontare al buio un momento così importante della nostra vita professionale”.

Un vero e proprio grido di allarme, il loro. L’ultimo capitolo di una lotta che va ormai avanti da 4 mesi e che culminerà, hanno spiegato i rappresentanti Patrick Fabbri e Davide Pirrone, in una mobilitazione che non ha precedenti nella storia di questa professione.

Al centro della protesta le modifiche alle modalità di svolgimento dell’esame di abilitazione professionale: un cambiamento necessario con lo scoppio della pandemia, ma che viene giudicato ora “farraginoso e inadeguato”.

“Prima del coronavirus – spiegano i rappresentanti – il nostro esame di abilitazione consisteva in tre prove scritte più un colloquio orale. Per potervi accedere era necessario un tirocinio professionalizzante di 1000 ore distribuite in due semestri e si trattava di prove complesse e impegnative: una sulla psicologia generale, una dedicata alla progettazione di un intervento, una terza incentrata sull’analisi di un caso clinico reale, seguite poi da un colloquio orale sull’analisi del tirocinio, sulla conoscenza e sulla capacità di applicazione del codice deontologico”.

Adesso, invece, tutto verrebbe sostituito da un colloquio telematico di cui non sono ancora chiare né le modalità né i tempi.

“Sostanzialmente ci apprestiamo ad affrontare un’esame al buio, senza sapere a che tipo di prova andremo incontro”, aggiungono.

Ogniateneo universitario ha la piena discrezionalità sulla modalità di svolgimento e sulla valutazione degli esami, e in ogni caso non sembrano esserci adeguamenti alle linee guida dell’Ordine, che risultano peraltro vaghe e non vincolanti.

La proposta del movimento degli aspiranti psicologi era quella di fare ciò che si è fatto per medici e infermieri a seguito della pandemia, ovvero equiparare il tirocinio professionalizzante all’esame di Stato.

“Ci è stato risposto, però, che non era possibile hanno spiegato i rappresentanti -. A quel punto abbiamo chiesto di poter svolgere il colloquio telematico secondo le modalità di quella che precedentemente era la prova orale, con la possibilità per i commissari di aggiungere domande sulla teoria, ma dando sostanzialmente per assodate le conoscenze oggetto delle prime tre prove scritte: materie e tematiche che, del resto, sono già state valutate ampiamente e ripetutamente durante tutto il percorso di studi universitari. È impensabile, infatti, l’idea di poter concentrare in una videochiamata di mezz’ora quattro prove così articolate, senza che ne scaturisca un caos. Al momento, però, nessuno sembra volerci ascoltare”..

Un vero e proprio grido di allarme, il loro. L’ultimo capitolo di una lotta che va ormai avanti da 4 mesi e che culminerà, hanno spiegato i rappresentanti Patrick Fabbri e Davide Pirrone, in una mobilitazione che non ha precedenti nella storia di questa professione.

Al centro della protesta le modifiche alle modalità di svolgimento dell’esame di abilitazione professionale: un cambiamento necessario con lo scoppio della pandemia, ma che viene giudicato ora “farraginoso e inadeguato”.

“Prima del coronavirus – spiegano i rappresentanti – il nostro esame di abilitazione consisteva in tre prove scritte più un colloquio orale. Per potervi accedere era necessario un tirocinio professionalizzante di 1000 ore distribuite in due semestri e si trattava di prove complesse e impegnative: una sulla psicologia generale, una dedicata alla progettazione di un intervento, una terza incentrata sull’analisi di un caso clinico reale, seguite poi da un colloquio orale sull’analisi del tirocinio, sulla conoscenza e sulla capacità di applicazione del codice deontologico”.

Adesso, invece, tutto verrebbe sostituito da un colloquio telematico di cui non sono ancora chiare né le modalità né i tempi.

“Sostanzialmente ci apprestiamo ad affrontare un’esame al buio, senza sapere a che tipo di prova andremo incontro”, aggiungono.

Ogniateneo universitario ha la piena discrezionalità sulla modalità di svolgimento e sulla valutazione degli esami, e in ogni caso non sembrano esserci adeguamenti alle linee guida dell’Ordine, che risultano peraltro vaghe e non vincolanti.

La proposta del movimento degli aspiranti psicologi era quella di fare ciò che si è fatto per medici e infermieri a seguito della pandemia, ovvero equiparare il tirocinio professionalizzante all’esame di Stato.

“Ci è stato risposto, però, che non era possibile hanno spiegato i rappresentanti -. A quel punto abbiamo chiesto di poter svolgere il colloquio telematico secondo le modalità di quella che precedentemente era la prova orale, con la possibilità per i commissari di aggiungere domande sulla teoria, ma dando sostanzialmente per assodate le conoscenze oggetto delle prime tre prove scritte: materie e tematiche che, del resto, sono già state valutate ampiamente e ripetutamente durante tutto il percorso di studi universitari. È impensabile, infatti, l’idea di poter concentrare in una videochiamata di mezz’ora quattro prove così articolate, senza che ne scaturisca un caos. Al momento, però, nessuno sembra volerci ascoltare”.


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